Quarto dietro le quinte

santaclausÈ evidente che il Pd stia approfittando della dabbenaggine dei grillini per strumentalizzare i fatti (diciamolo, davvero poca cosa rispetto ad altri scandali) di Quarto.
È altrettanto evidente che quella specie di direzione nazionale del M5S nominata da Grillo che chiamano “direttorio” e che è in rapporto dialettico (non sempre subordinato) con la Casaleggio Associati, sapesse quello che accadeva nel comune campano. Di Maio, Fico e compagnia hanno fatto una scelta tattica: non rendere manifeste le minacce più o meno velate alla sindaca Capuozzo. Non è grave, siamo garantisti. C’era un’indagine ancora in corso e hanno fatto una valutazione, che può essere giusta o sbagliata ma che di certo non è di per sé prova di collusione con la camorra.
Potremmo sottolineare il senso dell’onore di chi scarica ogni responsabilità sul sindaco e i consiglieri di un piccolo comune in una zona delicata del paese. Potremmo anche porre l’accento sulle lotte intestine tra grillini che emergono praticamente da ogni territorio (a Quarto, addirittura, si intercettavano tra loro, registravano di nascosto le riunioni).
Ma il punto è un altro. La vicenda di Quarto dimostra per l’ennesima volta che i grillini fanno “politica”, cioè interpretano le regole, le forzano, ci si muovono dentro e le guardano da diverse prospettive. A Quarto non muore il M5S. Di sicuro decade la narrazione ingenua (per me reazionaria, di sicuro tecnocratica: lo abbiamo visto anche a Roma con Marino) che vuole la pubblica amministrazione come mera e fredda applicazione della “norma”, che intende la politica come gestione trasversale ed equanime delle cose, e che presenta la richiesta del consenso come semplice e imparziale esercizio di purezza e trasparenza assoluta quanto irraggiungibile (ricordate la promessa di trasmettere in streaming le riunioni dei gruppi parlamentari pentastellati?).
Quarto dimostra la vacuità e persino la nocività dell’onestà come valore a sé stante ed autosufficiente.

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Escape from penal hysteria

palodellamorte
Il Palo della Morte, 1980

Da circa due settimane “Al Palo Della Morte” è in libreria. In che scaffale? Qualche libraio l’ha messo nella sezione “narrativa”, altri in “attualità”, altri ancora in “saggistica”. Come è normale per un oggetto narrativo del Quinto Tipo, la classificazione è tutt’altro che scontata.
A pochi giorni dall’uscita del libro, è arrivata la condanna in primo grado di giudizio a 21 anni per una delle persone coinvolte nella morte di Shahzad. Una sentenza molto pesante, che nelle già dalla richiesta del pubblico ministero era stata definita “esemplare”.

Il Palo della Morte, oggi [photo @zeropregi]
“Al Palo Della Morte” è stato scritto per molti motivi. Uno di questi è proprio quello di evitare che la storia – quella sì, esemplare – della morte di Shahzad e del contesto nel quale è avvenuta si riducesse alla narrazione giuridica, alla semplice vicenda processuale. Certamente esiste la responsabilità individuale, ma ci sono anche circostanze sociali e storiche che eccedono la dimensione penale e che troppo spesso in questi anni tendiamo a dimenticare, dentro a un processo più ampio che è stato definito “populismo penale”. C’è il rischio, che avevo ben presente scrivendo il libro, utilizzando anche le carte dell’indagine e affrontando un caso di cronaca nera, che la condanna, indipendentemente dalla sua opportunità, serva soltanto a lavare la coscienza collettiva. Che il carcere accompagni il processo di rimozione della morte tragica di Shahzad invece di aiutarci a comprenderla davvero ed elaborarla. Ci sarà modo di discuterne anche con gli avvocati della parte civile, che fanno parte di Progetto Diritti e non mancano di coscienza sociale.

Intanto arrivano le prime recensioni.

al-palo-della-morte-alegreEmiliano Viccaro su DinamoPress:
“Shazad muore in via Ludovico Pavoni, ucciso dalla frustrazione plebea, dagli incubi di ritorno del non risolto coloniale, che nutre la banalità del razzismo quotidiano dei nuovi poveri, di chi non riconosce (o non vuole riconoscere) il vero responsabile della propria miseria. A pochi metri da lì, il paradosso sgambetta sfrontato sul campo in cemento dell’oratorio, popolato ogni giorno da una miscela di pischelli migranti di chissà quale generazione, uniti da un vigoroso e sincretico dialetto romanesco”. (Qui il testo integrale)

Simone Pieranni sul manifesto:
“Santoro accompagna il lettore a circumnavigare l’evento di partenza, l’omicidio da parte di un giovane italiano di un pakistano, per concentrarsi sulle cause, gli eventi che trasformano una metropoli finendo per creare cortocircuiti sociali, ideologici, linguistici, di senso”. (Qui il testo integrale)

Luca Pisapia sul Fatto Quotidiano:
“La miccia è un omicidio in una delle mille frontiere architettoniche e culturali che segmentano le città contemporanee. Una sera di fine estate del 2014 su un marciapiede di Tor Pignattara, periferia della capitale, rimane a terra Shahzad: migrante pakistano ammazzato a calci e pugni da un minorenne italiano. Da qui il racconto di Giuliano Santoro deflagra come un’onda d’urto nel tempo e nello spazio per indagare sul rapporto tra comunità e spazi urbani: dalla resistenza partigiana delle periferie romane agli odierni pogrom razzisti, dalle isterie securitarie all’ideologia del decoro, dalle antiche commistioni tra criminalità organizzata ed estrema destra fino a Mafia Capitale. Con una narrazione ibrida che tiene insieme l’indagine giornalistica e la saggistica, la cronaca e la storiografia, la forza centrifuga e centripeta del racconto restituisce una prosa fluida e accattivante. Partendo dai riferimenti della cultura pop romana, da cui il titolo “Al palo della morte” come luogo dell’incomunicabilità per eccellenza raccontato da Carlo Verdone, l’autore usa Roma come metonimia della città contemporanea (potremmo trovarci nelle banlieues di Parigi o nelle periferie di Stoccolma) per interrogarsi su conflitti e contraddizioni del vivere urbano, ed esplorarne la possibilità di una resistenza attiva”.

Il calendario della presentazioni si va componendo. Solo le prime date:

  • Questa sera “Al Palo della Morte” è a Roma, a Esc, a L/Ivre, con Tommaso De Lorenzis, Valerio Renzi e una lettura di Elio Germano.
  • Il 20 dicembre a Venezia, Laboratorio Morion, al Regolo Book&Wine.
  • Il 9 gennaio prossimo di nuovo a Roma, alla Libreria Griot.
  • Il 15 gennaio alla scuola Carlo Pisacane, sempre a Roma. Anzi: a Tor Pignattara.
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“12 per 1”. Una cover

pcsp-alegre-copertinaLo facciamo tutti i giorni, riportando le cose che circolano, arrangiandole secondo i nostri gusti e le nostre inclinazioni: reintepretiamo le storie come se fossero canzoni da coverizzare. Lo fa magistralmente il Prunetti nel suo ultimo libro, un Quinto Tipo intitolato “PCSP, Piccola Controstoria Popolare”, che racconta storia di ribelli della Maremma. Alberto racconta  vicende reali, tratte dagli archivi e strappate alla storiografia locale. Tutti fatti veri, dunque, tranne uno, che è una specie di prototipo di racconto orale reso verosimile dal contesto che lo ha partorito e col quale l’autore lo intreccia. La storia dell’Oste di Prata, l’ho personalmente sperimentato, si presta ad essere narrata, riprodotta, letta ad alta voce dalle pagine della Piccola controstoria popolare alla fine di un pasto, durante un viaggio in treno, ai margini di una riunione, persino tra le linee frenetiche di una chat. (Del suo metodo narrativo il Prunetti parla qui).

È qui davanti a noi, quell’Oste corpulento, reso vivo dalla ripetizione e dall’enfasi del tormentone che lo anima. Ecco la mia cover in salsa calabra della sua storia. È dedicata a un po’ di persone, oltre che al suo autore. Gente alla quale vorrei raccontarla. Ai gestori dell’agriturismo‘A Lanterna di Monasterace, che hanno subito poco tempo fa il settimo attentato in sette anni. Lou Palanca 3 mi ha invitato a scrivere qualcosa per esprimere loro solidarietà ed eccomi qua. E a Wladimir, amico fraterno e oste al Pratello in Bologna, che compie quarant’ anni. Nei prossimi giorni lo festeggeremo come sempre, con la compagnia di sempre: mangiando e bevendo, suonando le stesse canzoni, raccontandoci le storie che reinterpretiamo ogni volta, arricchendole di dettagli e riarrangiandole come facciamo da venticinque anni a questa parte. Da quest’anno, l’Oste di Prata sarà parte della nostra Santa Barbara di aneddoti. Continua a leggere

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Al Palo della Morte

al-palo-della-morte-alegreUn uccello rapace sorvola da qualche giorno i cieli di Roma. Un falcone.
È cresciuto in cattività. Adesso i suoi padroni lo hanno liberato, a sorvolare una città in crisi, spaesata, sfiduciata. L’hanno sguinzagliato allo scopo di far fuggire gli stormi di uccelli migratori che si addensano in alcuni punti chiave della città. Vogliono impaurire i pennuti con un volatile minaccioso. Gli uccelli che vorrebbero far sloggiare si radunano a piazza dei Cinquecento, che è il luogo di fronte alla stazione Termini dove, venticinque anni fa, si incontrava la comunità migrante, soprattutto quella pakistana, bengalese e indiana. Loro chiamavano quel posto “la piazza degli uccellini”, felicemente ignari del fatto che la toponomastica ufficiale omaggiasse i Cinquecento di un’impresa coloniale italica. Difficilmente il falco feroce riuscirà a scacciare gli altri volatili: gli esperti ornitologi ci dicono che l’inserimento di un predatore non impensierisce affatto uccelli come quelli della piazza dei migranti, abituati alle differenze e a convivere con falchi pellegrini, cornacchie e gabbiani.

Nei prossimi giorni esce Al Palo Della Morte.
È una narrazione del Quinto Tipo.
Procede per frammenti, analogie, differenze, rimandi e digressioni. Riporta fatti veri, verificabili o riportati da testimoni. Una storia vera osservata da punti di vista insoliti, quelli che spesso rivelano cose fondamentali.

muraleDal Palo della Morte possiamo guardare il centro di Roma, la metropoli intera, l’Italia. Forse solo da una periferia, da un luogo di confine tra tanti mondi possiamo osservare quel che accade, fare un passo avanti e, come disse qualcuno, provincializzare l’Europa. Le pagine seguono il cammino interrotto di un migrante pakistano, Shahzad, ucciso a Tor Pignattara alla fine della scorsa estate mentre cantava le sure del Corano. Shahzad trova la morte al crocevia di tanti mondi, si sposta nel tempo e nello spazio. La storia del suo omicidio è imprescindibile, dobbiamo farci i conti. Provo a farlo non come se fossimo in un tribunale, cioè alla ricerca di colpevoli da ingabbiare e precedenti da far combaciare. Il linguaggio del diritto deve far questo: condurre l’ignoto verso il già noto. Al contrario, il racconto sbilenco che si dipana Al Palo della Morte, prova a individuare ciò che abbiamo perso di vista e cercare parole nuove. Bussa alle baracche dove vivevamo l’altro ieri per indagare l’evoluzione dell’odio per i poveri dalla Roma Imperiale e mussoliniana alle retoriche del decoro. Indaga l’ossessione per la piccola proprietà. Si confronta con documenti storici e analisi e allo stesso tempo si cimenta con l’immaginario del cinema, soprattutto con l’epica della romanità in crisi del Carlo Verdone degli esordi e del suo incontro con Sergio Leone.

Come spesso capita, il libro non è un oggetto a sé stante: è il baricentro di una galassia di progetti e percorsi individuali e collettivi che ho attraversato negli ultimi mesi. Eccone soltanto alcuni.

Su Giap trovate la quarta di copertina e la locandina di Al Palo della Morte.

Su DinamoPress una discussione con Wu Ming 1 e Valerio Renzi, su rimossi coloniali, guerre italiche, fascioleghismo e periferie all’indomani degli attentati di Parigi.

– In occasione della giornata “Contro il Decoro” abbiamo diffuso ampi stralci di una riflessione sull’ideologia del decoro, scritta assieme a Maysa Moroni e Andrea Natella, uscita in edizione integrale sul secondo numero della nuova serie della rivista Letteraria.

Qui le informazioni per abbonarsi alle uscite di Quinto Tipo, la collana diretta da Wu Ming 1 per Edizioni Alegre.

Presto il primo calendario delle presentazioni. Ci si vede Al Palo della Morte.

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Biliardino a Roma

Venerdì 9 ottobre presento Alessio Spataro e il suo Biliardino a Garage Zero, nell’ambito di Attraversamenti Multipli. Ne scrissi qualche mese fai ormai sul Venerdì di Repubblica quello che potete leggere qui sotto. Ci si vede là alle 19.

biliardino«Quattro più piccoletti giocavano al calcio balilla, e altri due giovanotti al ping pong; altri stavano a guardare seduti su delle casse»: Pier Paolo Pasolini in “Una vita violenta” descrive così una scena di vita quotidiana di una bisca della periferia sottoproletaria Roma. Anche il fumettista Alessio Spataro ha (ri)trovato il calcetto da tavolo aggirandosi per uno dei quartieri pasoliniani di Roma, il Pigneto. Dopo la graphic novel (scritta con Checchino Antonini) “Zona del silenzio” che ricostruiva la morte di Federico Aldrovandi, Spataro va in Spagna e si mette sulle tracce dell’inventore del “calcio balilla”. Ne nasce il romanzo a fumetti intitolato “Il Biliardino”: uscirà in maggio per Bao Publishing. Le prime 68 tavole vengono pubblicate on line con cadenza settimanale.

Con tratto disneyano ed eclettico, in dieci capitoli e 268 tavole, Spataro racconta la vita sorprendente di Alejandro Finisterre, avventuriero e inventore del futbolín, gioco che ancora oggi in Italia è vietato nei luoghi pubblici da alcune ordinanze municipali e che l’Isis autorizza “a patto che i giocatori abbiano la testa mozzata”, in ossequio al dogma integralista iconoclasta. Leggendo Spataro, e incrociando lungo la vita di Finisterre personaggi del calibro di Picasso, Camus e Sartre, veniamo a sapere che l’accezione italica “calcio balilla” si fa beffa della biografia antifascista del suo inventore. Finisterre omaggia la Catalogna ancora da adolescente, imbattendosi in una colonia che ospita giovani mutilati. Qui inventa un prototipo del fortunato gioco. Continua a leggere

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In The City. Primi appunti su decoro e moral panic

“In the city there’s a thousand men in uniforms 
And I’ve heard they now have the right to kill a man
We wanna say, we gonna tell ya 
About the young idea 
And if it don’t work, at least we said we’ve tried”
The Jam “In The City”

ny1977Altro che decoro. Senza quello che chiamano “degrado” oggi saremmo molto più stupidi. Quell’immaginario, fatto di mescolamento tra alto e basso, di utilizzo di linguaggi pop e di capacità di attraversare diversi media e differenti linguaggi, si è prodotto nella New York della metà degli anni Settanta del secolo scorso: una città allo sbando, tecnicamente in default e fuori controllo, ma piena di vita. Quel declino venne accolto da un sentimento quasi isterico e decadente, l’euforia di chi accelera e tira dritto facendo finta di non vedere l’orlo del burrone. Al centro di questa crisi epocale che causò una specie di entusiasmo immotivato, nell’occhio del ciclone che stava investendo il mondo, c’era una città la cui amministrazione ha dichiarato bancarotta, causando dure conseguenze all’occupazione: più di 60 mila lavoratori vengono espulsi dal processo produttivo. L’assessore alla casa e allo sviluppo urbano newyorchese propose nel 1976 il “ritiro pianificato”: ammettendo che a New York non era possibile varcare “la porta dorata della piena partecipazione all’American Life”, si trattava di programmare la chiusura dei servizi essenziali – tra i quali la sanità, la formazione, la polizia e persino i vigili del fuoco, nei quartieri degradati – in modo da renderli invivibili e costringere i poveri ad abbandonare la città. Un processo di gentrification su larga scala che portava l’assalto definitivo all’odiata metropoli da parte dell’America suburbana, bianca e puritana.

prima-pagina-il-tempoRoma ha provato altre volte a criminalizzare i poveri con la scusa del decoro. Il delegato ai servizi essenziali del Governatorato fascista Raffaello Ricci scriveva nel 1929 in una relazione che gli abitanti delle periferie erano “in grande maggioranza indesiderabili”. Prima di lui, nel ’25, Benito Mussolini in persona dettava le linee guida all’allora governatore Filippo Cremonesi, soprannominato Pippo Pappa a causa della sua etica quantomeno discutibile: “Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi: tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente come ai tempi del primo impero di Augusto”. Nello stesso discorso, il Duce liquidava i problemi sociali con fare sbrigativo: “Voi libererete dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ecco perché i poveri vengono descritti dal fascismo come antropologicamente incompatibili con la grandezza della città che si prepara a diventare metropoli moderna. Essi – si legge nella rivista Capitolium del febbraio 1928, seguono “la propria tendenza naturale”. La cintura di Roma viene descritta con raccapriccio come una “bruttura sudicia di baracche”, Roma è minacciata da un “disordinato assedio di cenci pestilenti”. Continua a leggere

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Il duellante. Per Luca Rastello

rastelloIl cancro, che le cronache mortuarie chiamano con pudore un po’ ipocrita “il male incurabile”, per Luca Rastello, scrittore, giornalista, operatore di base e molto altro, era diventato un duello quotidiano che si è protratto per dieci anni. Una condizione di vita. “Stiamo lì, ci guardiamo in cagnesco, se solo lui fa un passo in più ho le settimane contate”, mi aveva detto una sera dello scorso settembre, quando avevo avuto finalmente modo di conoscerlo di persona. Un incontro quanto mai appropriato. Io venivo da un lungo periodo di, diciamo così, frequentazioni ospedaliere, lui si portava dietro con una forza impressionante la sua “malattia incurabile”. Io avevo dubbi sul nostro lavoro, lui mi disse che non era obbligatorio scegliere, si può continuare questa professione e al tempo stesso stare per strada. Non c’è bisogno di identità totalizzanti. L’importante è raccontare. Continua a leggere

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Piazza del Campidoglio

campm5sE dunque è successo: ieri pomeriggio a piazza del Campidoglio, davanti alla sala consiliare terremotata dall’inchiesta su Mafia Capitale, si sono incontrati attivisti dei movimenti e sindacalisti di base con politici e simpatizzanti grillini. La manifestazione era indetta, congiuntamente, dal Movimento 5 Stelle e dalla Carovana delle periferie. Si sono accodati altri soggetti, a comporre un quadro quantomeno eterogeneo. Numeri non eclatanti, soprattutto delegazioni e osservatori. Una folla quasi normale per un giorno lavorativo.
A differenza della maggior parte dei loro compagni di piazza, i pentastellati hanno fatto l’unica cosa che sanno fare: campagna elettorale, promesse in cambio di voti, “tutti in galera” e via ammanettando.

La prima tentazione sarebbe quella di risolverla in scioltezza e rimandare a quanto è successo altrove: qualcuno ha già sperimentato l’uso tattico del M5S come testa d’ariete per far saltare il tappo del potere Pd. È accaduto a Livorno, dove però dopo i primi 12 mesi di governo l’amministrazione pentastellata si dimostra (come a Parma, Pomezia e negli altri comuni in mano ai grillini) timida e tutt’altro che innovativa (lo dicono gli stessi che proprio nella città labronica aprirono un credito nei confronti del M5S). Sullo sfondo, un’urgenza da prendere sul serio: il Pd, ultimo soggetto politico organizzato rimasto dopo il crollo del berlusconismo, sta franando molto più velocemente di quanto si potesse pensare.
Proviamo dunque a procedere all’inverso, a partire da alcuni segnali che arrivano dalla formazione politica che, se si votasse domani, probabilmente vincerebbe le elezioni romane. Nel M5S vige una regola tipica del management post-industriale: prosperare sul caos, lasciare briglie sciolte e accettare l’incertezza assoluta se non per la proprietà del brand e per le poche questioni davvero dirimenti, in modo che il partito liquido occupi qualunque tipo di opposizione e che le redini siano sempre in mano a chi di dovere. Questa strategia fino ad oggi ha funzionato. Le cose stanno mutando.
In questa campagna elettorale Grillo ha mantenuto un profilo basso, l’unica volta che ha parlato ha preso il granchio delle sparate contro le mammografie. Non significa che d’improvviso il M5S sia divenuto realmente orizzontale e democratico. Succede però che se il testimonial Grillo perde terreno e le forme di potere locale e visibilità mediatica che vanno frapponendosi tra la sede milanese della Casaleggio e gli individui atomizzati davanti al computer prendono sicurezza nei propri mezzi. Continua a leggere

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Se l’inferno diventa un paradiso

ravevenI Mutoid Waste Company sbarcarono a Roma accompagnati da musica martellante e draghi sputafuoco in lamiera. La brigata di artisti meccanici scese dall’appennino romagnolo. Lì si era rifugiata, proveniente dalla Gran Bretagna e dopo un passaggio in Germania, a smontare carcasse d’auto e riutilizzare rottami per costruire spettacoli cyberpunk avvolti da atmosfere post-atomiche. Era il 18 maggio del 1995: sono passati venti anni da quando i mutoidi invasero il grande spazio all’aperto che costeggia il Tevere dell’ex mattatoio, all’epoca luogo condiviso tra gli occupanti del centro sociale Villaggio Globale e il campo rom del Testaccio.

Qualche migliaio di esseri umani curiosi accerchiò le creature meccaniche, sullo sfondo l’archeologia industriale del gasometro dell’Ostiense. In uno scenario che avrebbe fatto impazzire Pasolini, sospeso tra iper-sviluppo e degrado, nomadi stanziali e attivisti di fine millennio, cavalli al pascolo e robot cigolanti, si consumò un momento fondativo dell’affermazione della sottocultura dei “rave” nel nostro paese. L’evento sconvolse categorie culturali e codici artistici, ma non colse di sorpresa chi era solito appoggiare la testa sull’asfalto per sentirne le pulsioni sotterranee: prima di allora, le feste in capannoni abbandonati e temporaneamente occupati al suono della musica elettronica che per semplicità chiameremo tekno avevano cominciato a diffondersi. Da lì in poi e per i lustri che seguirono, feste illegali, “teknival” (crasi tra “tekno” e “festival”) e free-parties si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Maratone musicali e raduni spontanei hanno coinvolto un pubblico ampio e trasversale, puntellando i fine settimana del paese per tutti gli Anni Zero. Decine di migliaia di persone, spesso sotto l’effetto di droghe sintetiche che abbassano le tensioni e rafforzano l’empatia, hanno trasformato posti infernali e abbandonati della modernità in paradisi temporanei. Ad uno sguardo superficiale, di tutto questo sommovimento non sono rimaste tracce. Al massimo qualche articolo in cronaca sul disturbo alla quiete pubblica, a volte il racconto tragico di qualche decesso. Continua a leggere

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L’uomo da venti milioni di passi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica dello scorso Primo Maggio. Dall’esperimento che ha dato origine a questo blog (il racconto in diretta della camminata di trenta giorni per la Calabria) e dal libro omonimo è scaturita la proposta di recensire il diario di una camminata di quattro anni in giro per il mondo e di far due chiacchiere con il suo autore.

Giuliano Santoro ha camminato per un mese per le strade della Calabria allo scopo di raccontare contraddizioni e misteri della Regione più povera d’Italia che ospita la criminalità organizzata più ricca del mondo. Ne è nato il libro “Su Due Piedi” (Rubbettino), nel quale si raccontano scempi ecologici e bellezze naturali col piglio irrequieto del cronista metropolitano. Nella settimana cavallo tra lo scorso inverno e questa primavera, invece, lo scrittore Wu Ming 2 ha percorso a piedi la strada che divide Bologna da Milano. Il viaggi, definito “Sentiero luminoso” verrà raccontato in un volume in uscita in autunno per Ediciclo, che ha già pubblicato dello stesso autore “Il sentiero degli dei”, narrazione del cammino da Bologna a Firenze . Sempre Wu Ming 2 ha curato per Edizioni dei Cammini “La via del sentiero” un’antologia uscita di recente che raccoglie testi sul camminare. Allegato al libro, un cd con reading di Wu Ming 2 accompagnato dalla band Frida X.

 

Dave Kunst in Australia
Dave Kunst in Australia

Il signore un po’ ingrigito che si fa accarezzare dal tepore della sua casa di Newport Beach, nella contea californiana di Orange County, è l’uomo da 20 milioni di passi. “Eccomi qua: ho 75 anni e vado molto orgoglioso della sua impresa: ho camminato a piedi attorno al mondo – si presenta – Ma non chiamarmi eroe. Sono solo una persona che tanti anni fa ha compiuto una grande avventura”. Si chiama Dave Kunst. È il 20 giugno del 1970 quando lui e John, suo fratello, lasciano la casa nel villaggio di Waseca, seimila anime nello stato del Minnesota, per mettersi in cammino accompagnati dal mulo Willie. Annunciano di voler concorrere al Guinness dei primati: saranno i primi a compiere il giro del mondo a piedi. Partendo dagli Stati Uniti, prenderanno il volo per il Portogallo, taglieranno in due l’Europa verso l’Asia, poi l’Australia e il ritorno in California. John morirà lungo il cammino, in un drammatico agguato in terra afghana. A raccogliere il suo testimone, accanto a Dave, arriverà l’altro fratello Pete. Nel libro ““L’uomo che fece il giro del mondo a piedi” Kunst racconta i quattro anni di quel viaggio temerario, ingenuo, tragico ed entusiasmante. Continua a leggere

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