In The City. Primi appunti su decoro e moral panic

“In the city there’s a thousand men in uniforms 
And I’ve heard they now have the right to kill a man
We wanna say, we gonna tell ya 
About the young idea 
And if it don’t work, at least we said we’ve tried”
The Jam “In The City”

ny1977Altro che decoro. Senza quello che chiamano “degrado” oggi saremmo molto più stupidi. Quell’immaginario, fatto di mescolamento tra alto e basso, di utilizzo di linguaggi pop e di capacità di attraversare diversi media e differenti linguaggi, si è prodotto nella New York della metà degli anni Settanta del secolo scorso: una città allo sbando, tecnicamente in default e fuori controllo, ma piena di vita. Quel declino venne accolto da un sentimento quasi isterico e decadente, l’euforia di chi accelera e tira dritto facendo finta di non vedere l’orlo del burrone. Al centro di questa crisi epocale che causò una specie di entusiasmo immotivato, nell’occhio del ciclone che stava investendo il mondo, c’era una città la cui amministrazione ha dichiarato bancarotta, causando dure conseguenze all’occupazione: più di 60 mila lavoratori vengono espulsi dal processo produttivo. L’assessore alla casa e allo sviluppo urbano newyorchese propose nel 1976 il “ritiro pianificato”: ammettendo che a New York non era possibile varcare “la porta dorata della piena partecipazione all’American Life”, si trattava di programmare la chiusura dei servizi essenziali – tra i quali la sanità, la formazione, la polizia e persino i vigili del fuoco, nei quartieri degradati – in modo da renderli invivibili e costringere i poveri ad abbandonare la città. Un processo di gentrification su larga scala che portava l’assalto definitivo all’odiata metropoli da parte dell’America suburbana, bianca e puritana.

prima-pagina-il-tempoRoma ha provato altre volte a criminalizzare i poveri con la scusa del decoro. Il delegato ai servizi essenziali del Governatorato fascista Raffaello Ricci scriveva nel 1929 in una relazione che gli abitanti delle periferie erano “in grande maggioranza indesiderabili”. Prima di lui, nel ’25, Benito Mussolini in persona dettava le linee guida all’allora governatore Filippo Cremonesi, soprannominato Pippo Pappa a causa della sua etica quantomeno discutibile: “Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi: tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente come ai tempi del primo impero di Augusto”. Nello stesso discorso, il Duce liquidava i problemi sociali con fare sbrigativo: “Voi libererete dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ecco perché i poveri vengono descritti dal fascismo come antropologicamente incompatibili con la grandezza della città che si prepara a diventare metropoli moderna. Essi – si legge nella rivista Capitolium del febbraio 1928, seguono “la propria tendenza naturale”. La cintura di Roma viene descritta con raccapriccio come una “bruttura sudicia di baracche”, Roma è minacciata da un “disordinato assedio di cenci pestilenti”. Continua a leggere

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Il duellante. Per Luca Rastello

rastelloIl cancro, che le cronache mortuarie chiamano con pudore un po’ ipocrita “il male incurabile”, per Luca Rastello, scrittore, giornalista, operatore di base e molto altro, era diventato un duello quotidiano che si è protratto per dieci anni. Una condizione di vita. “Stiamo lì, ci guardiamo in cagnesco, se solo lui fa un passo in più ho le settimane contate”, mi aveva detto una sera dello scorso settembre, quando avevo avuto finalmente modo di conoscerlo di persona. Un incontro quanto mai appropriato. Io venivo da un lungo periodo di, diciamo così, frequentazioni ospedaliere, lui si portava dietro con una forza impressionante la sua “malattia incurabile”. Io avevo dubbi sul nostro lavoro, lui mi disse che non era obbligatorio scegliere, si può continuare questa professione e al tempo stesso stare per strada. Non c’è bisogno di identità totalizzanti. L’importante è raccontare. Continua a leggere

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Piazza del Campidoglio

campm5sE dunque è successo: ieri pomeriggio a piazza del Campidoglio, davanti alla sala consiliare terremotata dall’inchiesta su Mafia Capitale, si sono incontrati attivisti dei movimenti e sindacalisti di base con politici e simpatizzanti grillini. La manifestazione era indetta, congiuntamente, dal Movimento 5 Stelle e dalla Carovana delle periferie. Si sono accodati altri soggetti, a comporre un quadro quantomeno eterogeneo. Numeri non eclatanti, soprattutto delegazioni e osservatori. Una folla quasi normale per un giorno lavorativo.
A differenza della maggior parte dei loro compagni di piazza, i pentastellati hanno fatto l’unica cosa che sanno fare: campagna elettorale, promesse in cambio di voti, “tutti in galera” e via ammanettando.

La prima tentazione sarebbe quella di risolverla in scioltezza e rimandare a quanto è successo altrove: qualcuno ha già sperimentato l’uso tattico del M5S come testa d’ariete per far saltare il tappo del potere Pd. È accaduto a Livorno, dove però dopo i primi 12 mesi di governo l’amministrazione pentastellata si dimostra (come a Parma, Pomezia e negli altri comuni in mano ai grillini) timida e tutt’altro che innovativa (lo dicono gli stessi che proprio nella città labronica aprirono un credito nei confronti del M5S). Sullo sfondo, un’urgenza da prendere sul serio: il Pd, ultimo soggetto politico organizzato rimasto dopo il crollo del berlusconismo, sta franando molto più velocemente di quanto si potesse pensare.
Proviamo dunque a procedere all’inverso, a partire da alcuni segnali che arrivano dalla formazione politica che, se si votasse domani, probabilmente vincerebbe le elezioni romane. Nel M5S vige una regola tipica del management post-industriale: prosperare sul caos, lasciare briglie sciolte e accettare l’incertezza assoluta se non per la proprietà del brand e per le poche questioni davvero dirimenti, in modo che il partito liquido occupi qualunque tipo di opposizione e che le redini siano sempre in mano a chi di dovere. Questa strategia fino ad oggi ha funzionato. Le cose stanno mutando.
In questa campagna elettorale Grillo ha mantenuto un profilo basso, l’unica volta che ha parlato ha preso il granchio delle sparate contro le mammografie. Non significa che d’improvviso il M5S sia divenuto realmente orizzontale e democratico. Succede però che se il testimonial Grillo perde terreno e le forme di potere locale e visibilità mediatica che vanno frapponendosi tra la sede milanese della Casaleggio e gli individui atomizzati davanti al computer prendono sicurezza nei propri mezzi. Continua a leggere

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Se l’inferno diventa un paradiso

ravevenI Mutoid Waste Company sbarcarono a Roma accompagnati da musica martellante e draghi sputafuoco in lamiera. La brigata di artisti meccanici scese dall’appennino romagnolo. Lì si era rifugiata, proveniente dalla Gran Bretagna e dopo un passaggio in Germania, a smontare carcasse d’auto e riutilizzare rottami per costruire spettacoli cyberpunk avvolti da atmosfere post-atomiche. Era il 18 maggio del 1995: sono passati venti anni da quando i mutoidi invasero il grande spazio all’aperto che costeggia il Tevere dell’ex mattatoio, all’epoca luogo condiviso tra gli occupanti del centro sociale Villaggio Globale e il campo rom del Testaccio.

Qualche migliaio di esseri umani curiosi accerchiò le creature meccaniche, sullo sfondo l’archeologia industriale del gasometro dell’Ostiense. In uno scenario che avrebbe fatto impazzire Pasolini, sospeso tra iper-sviluppo e degrado, nomadi stanziali e attivisti di fine millennio, cavalli al pascolo e robot cigolanti, si consumò un momento fondativo dell’affermazione della sottocultura dei “rave” nel nostro paese. L’evento sconvolse categorie culturali e codici artistici, ma non colse di sorpresa chi era solito appoggiare la testa sull’asfalto per sentirne le pulsioni sotterranee: prima di allora, le feste in capannoni abbandonati e temporaneamente occupati al suono della musica elettronica che per semplicità chiameremo tekno avevano cominciato a diffondersi. Da lì in poi e per i lustri che seguirono, feste illegali, “teknival” (crasi tra “tekno” e “festival”) e free-parties si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Maratone musicali e raduni spontanei hanno coinvolto un pubblico ampio e trasversale, puntellando i fine settimana del paese per tutti gli Anni Zero. Decine di migliaia di persone, spesso sotto l’effetto di droghe sintetiche che abbassano le tensioni e rafforzano l’empatia, hanno trasformato posti infernali e abbandonati della modernità in paradisi temporanei. Ad uno sguardo superficiale, di tutto questo sommovimento non sono rimaste tracce. Al massimo qualche articolo in cronaca sul disturbo alla quiete pubblica, a volte il racconto tragico di qualche decesso. Continua a leggere

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L’uomo da venti milioni di passi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica dello scorso Primo Maggio. Dall’esperimento che ha dato origine a questo blog (il racconto in diretta della camminata di trenta giorni per la Calabria) e dal libro omonimo è scaturita la proposta di recensire il diario di una camminata di quattro anni in giro per il mondo e di far due chiacchiere con il suo autore.

Giuliano Santoro ha camminato per un mese per le strade della Calabria allo scopo di raccontare contraddizioni e misteri della Regione più povera d’Italia che ospita la criminalità organizzata più ricca del mondo. Ne è nato il libro “Su Due Piedi” (Rubbettino), nel quale si raccontano scempi ecologici e bellezze naturali col piglio irrequieto del cronista metropolitano. Nella settimana cavallo tra lo scorso inverno e questa primavera, invece, lo scrittore Wu Ming 2 ha percorso a piedi la strada che divide Bologna da Milano. Il viaggi, definito “Sentiero luminoso” verrà raccontato in un volume in uscita in autunno per Ediciclo, che ha già pubblicato dello stesso autore “Il sentiero degli dei”, narrazione del cammino da Bologna a Firenze . Sempre Wu Ming 2 ha curato per Edizioni dei Cammini “La via del sentiero” un’antologia uscita di recente che raccoglie testi sul camminare. Allegato al libro, un cd con reading di Wu Ming 2 accompagnato dalla band Frida X.

 

Dave Kunst in Australia
Dave Kunst in Australia

Il signore un po’ ingrigito che si fa accarezzare dal tepore della sua casa di Newport Beach, nella contea californiana di Orange County, è l’uomo da 20 milioni di passi. “Eccomi qua: ho 75 anni e vado molto orgoglioso della sua impresa: ho camminato a piedi attorno al mondo – si presenta – Ma non chiamarmi eroe. Sono solo una persona che tanti anni fa ha compiuto una grande avventura”. Si chiama Dave Kunst. È il 20 giugno del 1970 quando lui e John, suo fratello, lasciano la casa nel villaggio di Waseca, seimila anime nello stato del Minnesota, per mettersi in cammino accompagnati dal mulo Willie. Annunciano di voler concorrere al Guinness dei primati: saranno i primi a compiere il giro del mondo a piedi. Partendo dagli Stati Uniti, prenderanno il volo per il Portogallo, taglieranno in due l’Europa verso l’Asia, poi l’Australia e il ritorno in California. John morirà lungo il cammino, in un drammatico agguato in terra afghana. A raccogliere il suo testimone, accanto a Dave, arriverà l’altro fratello Pete. Nel libro ““L’uomo che fece il giro del mondo a piedi” Kunst racconta i quattro anni di quel viaggio temerario, ingenuo, tragico ed entusiasmante. Continua a leggere

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Comunicare in Rete 2.0: il corso a Roma

messageDal 13 maggio all’11 giugno prossimi io e Matteo Micalella teniamo il nostro corso di giornalismo  e comunicazione digitale alla Scuola del Sociale di Roma. Il corso si compone di 7 lezioni da 4 ore l’una, dalle 9 alle 13, e di alcuni moduli online, per un totale di  28 ore in presenza e 14 in formazione a distanza.
Perfezioneremo l’edizione dello scorso anno integrando di più teoria e pratica e mettendo a disposizione le nostre esperienze di giornalista anomalo (io) e hacktivista (Matteo).
L’obiettivo è parlare di come si costruisce un blog/sito, ma anche ragionare di come lo si usa al meglio, di comprendere quale tipo di scrittura sia più efficace nello scenario digitale, di come non smarrirsi nell’oceano di post e tweet dei social media.
Insomma: proviamo a cartografare il contesto in cui ci si muove e a disegnare qualche itinerario, una mappa utile a chi ha bisogno di far passare i propri contenuti dal basso e a chi vuole capire un po’ meglio come funziona l’informazione nell’era del digitale. Abbiamo pensato poi di far sfociare il tutto in una specie di laboratorio di costruzione di un blog su un tema/campagna che sappia integrarsi e diffondersi nei social media.
Il corso è completamente gratuito.
Chiunque voglia iscriversi può farlo da qui specificando che è interessato al corso “Comunicare il sociale nella rete”. A brevissimo sarà online il programma aggiornato.

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L’auto perduta di Joe Strummer

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica del 27 marzo 2015.

strumvenImmaginate un road movie senza autovettura: la trama incede per paradossi, ricostruendo l’itinerario di un’automobile scomparsa. È la storia di “I Need a Dodge!”, film-documentario (distribuito in Italia da Audioglobe) nel quale l’autore, Nick Hall, si mette sulle tracce della Dodge modello 3700 Gt che Joe Strummer, il frontman dei Clash scomparso improvvisamente nel 2002,ha smarrito a Madrid nel 1986. “Ognuno ha una storia da raccontare”, era solito ripetere Strummer per giustificare l’instancabile passione per la vita che lo animava. La Dodge smarrita è lo spunto dal quale illuminare la storia di Strummer, un espediente che sfugge a toni nostalgici e che ci catapulta nel contesto crepuscolare della fine dei Clash. Tra la fine del 1985 e le prime settimane dell’anno successivo, il cantante attraversa una fase di depressione e spaesamento. Si sente in colpa. È cosciente di portare la grave responsabilità di aver licenziato l’altro compositore della band, Mick Jones, causando di fatto lo scioglimento della band che per prima aveva mescolato il rock’n'roll anglosassone alle musiche di strada di buona parte del mondo.

Si mette così alla ricerca della tomba di uno dei suoi miti: il poeta Federico García Lorca. Eccolo dunque aggirarsi per le strade polverose della provincia di Granada, come in uno spaghetti western. Dalle porte dell’Ovest, sulla frontiera che divide il resto del mondo dalle “sicure case europee” alterna depressioni ed entusiasmi. Vaga per l’Andalusia, terra che compare in una delle canzoni più celebri dei Clash, “Spanish Bombs”. Lo accompagnano, increduli di trovarsi al fianco di un loro beniamino, i componenti degli 091, garage-band da cui Strummer è rimasto folgorato: li ha ascoltati per caso in un bar e ha deciso di produrre il loro primo album. Fino a quando, all’indomani di una notte alcolica, smarrisce la berlina che lo ha condotto fino a quel punto. Abbandona le ricerche quasi subito, anche perché si trova costretto a far ritorno a Londra: sta per nascere la sua seconda figlia.

La macchina, viatico verso una nuova dimensione artistica ed esistenziale dell’artista, si perde nel nulla. Riaffiora nel 1997, quando Strummer lancia un appello ai suoi fan spagnoli dal Festival di Glanstonbury, dove è noto per dar vita ad enormi falò, infaticabile animatore di momenti di convivio: “Aiutatemi a ritrovare la mia Dodge!”, urla Strummer. Sarebbe scomparso all’improvviso cinque anni più tardi, in una mattina fredda di dicembre, colpito da malore causato da una malformazione cardiaca dopo aver passeggiato coi suoi cani. Senza aver trovato l’automobile dell’esilio andaluso. Ai suoi fan, orfani di una figura tanto modesta quanto autorevole, il compito di ritrovarla.

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Lost in the supermarket

farinettiOscar Farinetti è senza alcun dubbio l’imprenditore simbolo dell’Italia renziana. La sua figura funziona da anello di congiunzione tra l’aziendalismo berlusconiano e l’ideologia profonda del Partito della nazione. In “La danza delle mozzarelle” (Alegre, 158 pagine, 14 euro), Wolf Bukowski ci aiuta a comprendere come questo passaggio di testimone non possa essere ridotto a pratiche inciuciste o al perseverare della corruzione: c’è qualcosa di più profondo, che attiene alla sfera politica e culturale, all’idea di paese, che Farinetti e ciò che lo ha spinto a divenire il master chef della grande distribuzione rappresentano.

L’uomo che ha mantecato il supermarket per dargli un altro sapore e coprirne le magagne ha utilizzato come ingredienti base due luoghi comuni: due frasi fatte che diamo per assodate e che, come capita per le costruzioni ideologiche più subdole, paiono innocenti e persino di buon senso. Il primo componente retorico viene miscelato da anni dagli opinionisti, compare nelle ricette di editorialisti di bocca buona, è il tocco segreto di imprenditori dal volto umano. È efficace perché contiene un indubbio retrogusto di moralismo. Eccolo: “Spendiamo più per comprare un telefonino che per nutrirci”. Bukowski, dati alla mano, decostruisce questo luogo comune. Ne dimostra l’inconsistenza logica e ci conduce a comprenderne l’essenza più profonda, il messaggio nascosto (“Spendete di più per mangiare”) in un paese che per il cibo ha sviluppato una vera ossessione, portando al centro di talent show televisivi, riempendone pagine di giornali. Si tratta dell’aspetto dell’ideologia farinettiana più legato al consumo e alla sua supposta forza rivoluzionaria, che si afferma grazie a trent’anni di neoliberismo e alla capacità del capitalismo di appropriarsi di discorsi costruiti dai suoi oppositori per condurli dalla sua parte. Ogni controrivoluzione ben riuscita si appropria di istanze che provengono dalla rivoluzione. Un atto individuale, deresponsabilizzante e mediato dal denaro, diventa forza di cambiamento. Basta “saper scegliere” un prodotto da uno scaffale per contribuire a migliorare le cose! Il sogno di ogni liberista. Continua a leggere

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Gli spaesati di Brescia

loggiaDopo le cariche e i pestaggi di ieri, a Brescia migranti e antirazzisti sono riusciti ad entrare in piazza della Loggia: lottano alla luce del sole per uscire dalla clandestinità, forma estrema della precarietà generalizzata.
La piazza della strage del 1974 è ancora una volta il luogo da cui parte un grido di dignità contro ogni razzismo. A me quella piazza ricorda l’agonia bresciana di mio padre: anche in quel caso si trattava di ricostruire soggettività e tornare alla vita pezzo per pezzo. Queste pagine sono uscite nel libro “Su Due Piedi” nel 2012. 


Quando ho cominciato a scrivere, ero ancora accanto al mio vecchio. Provato e dimagrito, si trovava ricoverato in una clinica di Brescia e cominciava a dare segni di coscienza. Il suo cuore funzionava, la sua testa iniziava a macinare ricordi e ragionamenti. Il suo cervello si è rimesso in funzione pian piano ma costantemente, ha ripreso a tirare fuori memorie, a vivere di nuovo sensazioni ed elaborare quanto gli stava accadendo. In maniera confusa ha cominciato a tentare di ricostruire quello che gli era successo.

Ho lavorato a questo libro al tavolo di un monolocale adiacente alla clinica che ospitava mio padre. Mi alzavo dalla sedia solo per procurarmi cibo e giornali o per andare a fare visita lui. Ogni giorno, nel corso delle finestre della giornata in cui era consentita la visita dei parenti, mi infilavo attraverso un varco che oltrepassava le dimensioni dello spazio e del tempo. È stato mio padre a dettare le regole di questo viaggio, come mi succedeva quando ero un bambino e dovevo affidarmi completamente a lui. Ha pescato ricordi dei suoi sessantacinque anni e nozioni dal suo bagaglio culturale. Parlando al telefono con un suo amico, gli ha spiegato chiaramente: “Mi trovo a Brescia, ma solo sulla carta”. Quando gli ho raccontato del consigliere regionale calabrese arrestato per collusione con la criminalità organizzata, ha mosso la mano a mulinello come faceva quando se la prendeva con la Calabria: “Bisognerebbe deportare tutti i calabresi sparpagliandoli in piccoli gruppi in giro per il mondo e bombardare l’intera regione per ricominciare da zero”, diceva prima della malattia, nei momenti in cui litigava con la Calabria. A volte la nostra astronave atterrava di nuovo a Brescia ma i tempi della stanza d’ospedale non coincidevano con quelli che scorrevano fuori dalla clinica. Ci è capitato, ad esempio, di scoppiare a piangere insieme rivivendo la strage di piazza della Loggia del 1974, quando io non ero ancora nato, mia madre era a casa con mio fratello che aveva pochi mesi e mio padre insegnava in una scuola media della provincia di Frosinone.

Spesso si ripartiva verso altri luoghi. Alla neurologa che cercava di convincerlo che in quel momento preciso, era una mattina di dicembre fredda e assolata, ci trovavamo proprio a Brescia, ha detto: “Hanno portato Brescia a Catanzaro”, oppure “Siamo a Brescia di Calabria”. Lei sorrideva, e nel frattempo, ma questo mio padre non lo sapeva ancora, un pubblico ministero faceva arrestare decine di milanesi coinvolti in fatti di ‘ndrangheta in Lombardia. Salendo sulle montagne russe del risveglio di mio padre, poteva capitare di sentirlo parlare del monachesimo bizantino in Calabria, oppure di Mediterraneo e Oriente. Succedeva di essere interrogati sulla casa di Reggio Calabria dove aveva vissuto, nel rione dei ferrovieri e dello stadio di calcio. Continua a leggere

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Le Brigate Rosse ascoltavano Fausto Papetti

feltrinelliQualche anno fa, l’Accademia di Francia portò a Roma la pregevole mostra EuroPunk. Si trattava di una rassegna sulla “cultura visiva del punk in Europa”. Vagando tra pannelli, collage, locandine ingiallite e copertine di dischi, ad un certo punto ci si imbatteva nella ricostruzione di un traliccio. Il modellino in scala uno a trenta, stava a rappresentare l’Italia. I curatori della rassegna, francesi, sembravano volerci dire: in Italia non c’era bisogno di rappresentare la guerriglia semiotica punk perché c’era la lotta armata. Ed ecco dunque il traliccio, a rappresentare la morte del rivoluzionario Feltrinelli. La cosa creò, non senza ragioni, qualche scalpore tra i reduci della scena panc italica.
Bisogna ammettere che il ragionamento è problematico quanto volete ma in un certo senso fila: Joe Strummer, preso da impeto terzomondista e afflato guerrigliero, indossò la nota tshirt “Brigade Rosse” (sic) proprio perché percepiva quel simbolo come proveniente dal Sud del mondo, come una generica quanto lontana dichiarazione di ribellione. Forse Paul Simonon, che era l’anima più genuinamente working class dei Clash e che aveva trascorso qualche anno in Italia da ragazzino, avrebbe potuto spiegargli qualcosa. Per certi versi, quella maglietta rappresentò una consacrazione ma anche la desacralizzazione del brand brigatista.

papettiAccade che, proprio in occasione del quarantaduesimo anniversario del ritrovamento del cadavere di Giangiacomo Feltrinelli,  rispuntino alcune audiocassette provenienti direttamente dal covo brigatista di via Gradoli. Il materiale è stato acquisito dall’ennesima “commissione d’inchiesta sul caso Moro”. Il ritrovamento pone, al solito, qualche mistero circa nastri spariti e voci sovraincise, ma sembra fornirci qualche sicurezza. I brigatisti ascoltavano alcuni classici della musica di protesta sessantottarda (gli Inti Illimani e  Francesco Guccini, ma anche Iannacci e Gaber) e si intrattenevano anche con Fausto Papetti, il re del sassofono vellutato pop-porno, l’uomo che coverizzò la qualunque soffiando dentro il suo strumento allo scopo di comporre colonne sonore da autoradio e da trombata clandestina in 127. Continua a leggere

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