Angeli e demoni sul cielo di Tor Pignattara

angelitorpignaPer motivi abbastanza misteriosi a Repubblica hanno affidato un ciclo di reportage sulle periferie romane alla redattrice Federica Angeli. Sono tutti articoli a senso unico, pieni di stereotipi sul degrado, l’allarme sicurezza, i migranti che portano disordine.
Oggi è uscita la quinta puntata del serial angeliano. E’ ambientata a Tor Pignattara. Qui posso rendermi conto del metodo della cronista, di quanto leggendo le altre puntate potevo solamente intuire. Non si tratta di fare le pulci al lavoro di qualcuno, ma di capire come il contagio razzistoide avanzi di giorno in giorno. Sono solo alcune annotazioni, altre arriveranno da quelli che nella “polveriera” di Tor Pignattara lavorano e vivono ogni giorno e che Angeli ha scelto di ignorare.

  • Il pezzo parte, e non poteva essere altrimenti, dalla scuola Carlo Pisacane, che è il motore pulsante delle iniziative multietniche e partecipate del quartiere. Solo che, in maniera abbastanza sorprendente, si dice che la Pisacane è ormai una scatola vuota, che ha fallito il suo compito. La Pisacane è “una cattedrale nel deserto che ormai ha esaurito il suo compito”, scrive Angeli. Un’affermazione molto forte e del tutto immotivata. Sarebbe bastata una telefonata a qualcuno della scuola, prendersi la briga di consultarne la bacheca davanti al cancello o farsi un rapido giro in rete per scoprire come l’edificio pulluli ancora di iniziative che coinvolgono bambini, genitori e docenti. Tutti abitanti del territorio, non alieni venuti a sostenere la causa del politicamente corretto.
  • Il testo cita, e anche qui non poteva accadere diversamente, l’omicidio di Shahzad,il ventottenne pakistano ammazzato da un minore italiano nel settembre di tre anni fa. Nel quartiere che si vorrebbe in mano ai musulmani e al degrado, si conta solo una vittima e si tratta di un musulmano che cantava le sure del Corano prima di essere ucciso da un italiano. Angeli non può non parlarne, ma lo fa in maniera indecente. Si reca a via Pavoni e raccoglie una testimonianza agghiacciante: “Su trentamila romani qua ci stanno cinquantamila clandestini -le dice un passante-  E se parte la brocca e ne ammazzano uno è pure normale“. La giornalista ha bisogno di assecondare il frame dell’invasione, quindi non puntualizza che di migranti, a Tor Pignattara, ce ne saranno al massimo 5 mila. Sono cifre note, disponibili, facilmente reperibili. Ma Angeli ha bisogno di descrivere una situazione drammatica, fuori controllo, dove ci si fa giustizia da sé. E’ curioso che sia stata lei stessa a firmare (lo fa anche oggi) una serie di articoli sulle aggressioni seriali avvenute a Roma per anni ai danni dei cittadini bengalesi, riti iniziatici per i circuiti dell’estrema destra chiamati “banglatour”. Ma evidentemente quando si passa dalle veline di tribunali e questura al lavoro sul campo si perdono le coordinate minime.
  • Federica Angeli ha un’immagine pubblica di vittima della “mafia di Ostia” e delle sue intimidazioni. Eppure, la tesi che ha deciso sostenere sulle periferie romane è talmente forte da farle accantonare la sua identità anti-mafia. Stiamo parlando di un quartiere popolare, ruvido quanto si vuole ma da anni sotto la minaccia della gentrification più che dell’invasione allogena. Bene, in un pezzo di Roma in cui da anni non si commettono reati clamorosi, e nel quale da quando sono arrivati i migranti tutto si può dire tranne che le strade non siano sempre piene e illuminate e gli esercizi commerciali aperti fino a tarda notte, l’inviata nella trincea di Torpigna decide di scovare e dar voce persino a un tale che addirittura rimpiange la Banda della Marranella perché “saranno stati pure cattivi, ma fin quando ci stavano loro qui andava tutto bene“.
  • Sul più bello, in  mezzo a un florilegio di luoghi comuni xenofobi e vox populi raccolte senza metodo alcuno, capiamo come mai la descrizione del quartiere sia tanto cupa e pregiudizievole: la fonte principale di Angeli sono quelli del Comitato cittadini di Tor Pignattara, considerati molto vicini a Fratelli d’Italia. Gente che con la scusa della sicurezza, del decoro, della “difesa delle nostre tradizioni” veicola messaggi contro i migranti. Basta farsi un giro sulla loro pagina Facebook, (tra un post sul Piano Kalergi, una dichiarazione di Fusaro e i link ai programmi di Del Debbio e Belpietro) per capire di cosa stiamo parlando. Soprattutto, rimane il mistero: per quale motivo in un quartiere dal tessuto associativo e dalle reti di comitati civici ricchi e plurali, Federica Angeli ha scelto di dare spazio, credito e fiducia incondizionata proprio a questo comitato, che (per usare un eufemismo) in termini numerici e di iniziativa non risulta tra i più presenti e attivi?

Post Scriptum
Tra una settimana esatta, il 9 novembre, sarò a Parigi, all’École normale supérieure, a parlare proprio di Tor Pignattara, migranti a Roma e “Al Palo della Morte”. Per l’occasione, mi hanno chiesto di portare qualche articolo di giornale italiano che testimoni lo scadimento del dibattito pubblico e la criminalizzazione dei residenti del quartiere. Il pezzo di Federica Angeli si troverà in cima al faldone.

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La città dei morti, omaggio a George A. Romero

L_alba_zombie03Qualche anno fa,  era il 2011, usciva per Gargoyle, L’Alba degli Zombie, che scrissi assieme a Selene Pascarella, Danilo Arona e Paolo Zelati (non accreditato in copertina ma a tutti gli effetti quarto autore del volume, che si fregia di una sua bellissima intervista al Maestro). Con quel libro, nel nostro piccolo, preconizzammo l’invasione zombie che si sarebbe verificata negli anni successivi, con libri, serie e film.
Quello che segue è un estratto del mio saggio, che ruota attorno alla filmografia zombie di Romero per individuarne alcuni nessi politici.

 

Questa storia comincia almeno nel diciassettesimo secolo. Siamo nel piccolo villaggio di Salem, nel New England. È il tramonto. Il giovane buonuomo Brown esce dalla sua casa. Bacia sua moglie Faith. Mentre il vento gioca con il nastro rosa che adorna il suo cappellino, la guarda da lontano e si addentra nell’oscurità della foresta. È preoccupato, perché «Potrebbe esserci un indiano feroce dietro ogni albero». E invece, addentrandosi nel viale alberato che conduce al bosco, incontra il diavolo. Scoprirà che tutti i personaggi che costellano la sua giornata nel mondo fatato del villaggio, a partire dalla paciosa vecchietta che è stata la sua catechista, sono frequentatori di quell’uomo col bastone a forma di serpente: dal sindaco al prete fino ad arrivare alla sua Faith. Il male è si nasconde ogni vaso di fiori, sul sagrato della chiesa, dietro le strette di mano volitive degli onesti lavoratori del paesello. Il racconto «Goodman Brown» di Nathaniel Hawthorne sintetizza in poche pagine l’ossessione narrativa dell’autore de «La lettera scarlatta»: la corruzione della società ad opera di un male che non è esterno alle nostre esistenze e a quelle dei nostri simili. Il mito fondativo dell’America, quello dei puritani che arrivano dal mondo vecchio e corrotto per edificare il mondo nuovo della purezza si sarebbe scontrato da subito con due forze: quella dei nativi americani, gli infedeli che popolavano la terra promessa, e quella degli europei, la potenza coloniale da cui i nuovi americani provenivano. Questa condizione ambivalente, quella di essere al tempo stesso colonizzatori e colonizzati, è l’ambiente in cui operano i personaggi di Hawthorne. Edgar Allan Poe lo disprezzava perché non sopportava le storie a sfondo morale, pur rimanendo affascinato dalla metodica solerzia con cui Hawthorne, che mentre scrive è solo un impiegato della dogana, si cimenta con la questione del male. Il buonuomo Brown, mentre assiste sbigottito alla messa nera, sente il cerimoniere declamare queste parole: «Grazie alla simpatia che il vostro cuore umano prova per il peccato, avrete sentore di tutti i luoghi – chiese, camere da letto, strade, campi e foreste – in cui è stato commesso un crimine, ed esulterete nel vedere che tutta la terra è una sola macchia colpevole, una grande chiazza di sangue».

Paolo Zelati consegna al Maestro una copia de L'Alba degli Zombie
Paolo Zelati consegna al Maestro una copia de L’Alba degli Zombie

Dalla presa d’atto che il male non è un’entità aliena, ma al contrario alberga tra noi, deriva la considerazione dell’unicità del mondo. Siamo condannati a vivere in questo mondo. Non si può sfuggire, non è possibile evadere né cercare la salvezza. Non esiste un fuori e ogni via di fuga è illusoria, o almeno soltanto temporanea. Questo approccio, per certi versi nichilista, è una premessa doverosa. Un presupposto necessario ad affrontare il discorso radicale, che va alla radice delle cose e dei discorsi, come quello del rapporto tra vita e morte. Cerchiamo di venirne a capo in queste pagine prendendo come universo di riferimento soprattutto la saga degli zombie di George A. Romero. Sono storie molto preziose perché contribuiscono a tracciare la cartografia di una condizione ontologica: quando i morti camminano sulla terra significa che non esiste nessuna trascendenza, neppure quella più estrema. Non esiste più un altrove.  È la fine del mondo. È finito il mondo che abbiamo conosciuto. Questa è la prima spiegazione della dilagante e contagiosa proliferazione dell’immaginario zombie che ha preso il via nel 1968 con un piccolo film indipendente e che oggi ha stabilmente contaminato il cinema, la televisione, i videogiochi, la letteratura. Il farsi uno del mondo ci costringe a pensare al pianeta nella sua totalità e rende illusoria, temporanea quando non velleitaria, ogni scappatoia o costruzione di un luogo separato. Ciò ovviamente non significa che ci troviamo di fronte ad uno spazio liscio e indistinto. Al contrario, il mondo che ci ospita è segnato dalla proliferazione dei limiti: sono lì col solo scopo di essere violati. I confini vengono continuamente attraversati. Lo zombie relativizza ogni confine, rende malleabili persino i confini più sacri. Il passato che credevamo passato torna a minacciare il futuro nel presente. L’altrove per eccellenza decide di scendere in terra. L’America del buonuomo Brown è il Nuovo mondo della narrazione puritana che si scopre attraversato e contaminato dal caro, vecchio male. L’America è la colonia europea che si ribella al giogo delle monarchie continentali inaugurando il mito della frontiera e quello del liberalismo. Ma allo stesso tempo c’è il Male. L’America persegue la soluzione finale contro i nativi americani, attacca le catene alle caviglie degli schiavi provenienti dell’Africa e allunga le mani sulla parte meridionale del continente.

Non siamo di fronte a un giorno del giudizio, alla battaglia finale della vita contro la morte, del bene contro il male. Quella descritta nei film di Romero è piuttosto una condizione esistenziale, continua, permanente. Continua a leggere

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Comunicare il sociale 3.0

1966-freddie-ford-robotDall’8 novembre al 7 dicembre prossimi a grande richiesta io e Matteo Micalella teniamo di nuovo il nostro corso di giornalismo e comunicazione digitale .
Il corso si svolge alla Scuola del Sociale di Roma ed è  completamente gratuito. Si compone di 7 lezioni da 4 ore l’una, dalle 10 alle 14, e di alcuni moduli online, per un totale di 28 ore in presenza e 14 in formazione a distanza.
Perfezioneremo le edizioni degli scorsi anni integrando di più teoria e pratica, mettendo a disposizione le nostre esperienze di giornalista anomalo (io) e hacktivista (Matteo).
L’obiettivo è capire i rudimenti per gestire un blog/sito, ma anche ragionare in forma laboratoriale a proposito di come lo si usa al meglio, per comprendere quale tipo di scrittura sia più efficace nello scenario digitale. E ancora consigli per non smarrirsi nell’oceano di post e tweet  e come far interagire i propri contenuti con i social media.
Insomma: proviamo a cartografare il contesto in cui ci si muove e a disegnare qualche itinerario, una mappa utile a chi ha bisogno di far passare i propri contenuti dal basso e a chi vuole capire un po’ meglio come funziona l’informazione nell’era del digitale.

Chiunque voglia iscriversi può farlo da qui specificando che è interessato al corso “Comunicare il sociale nella rete”. A brevissimo sarà online il programma aggiornato.

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Jim Jones e noi

Il nuovo numero della rivista Letteraria parla di utopia. Nel mio contributo, ragiono attorno all’uso del linguaggio e dei temi utopici ad opera di due religioni/sette diverse tra loro: il Tempio del Popolo del reverendo Jim Jones (che convinse 909 persone a suicidarsi nel novembre del 1978 all’interno del recinto della comunità di Jonestown, in Guyana) e Scientology di Ron Hubbard (che al contrario ha saputo gestire il sincretismo tipico dei movimenti carismatici per integrarsi nel sistema). Tutto questo per dire che ogni volta che le utopie dei movimenti vengono sconfitte, le speranze rivoluzionarie tracimano in differente misura, e con intensità e livelli di fanatismo diversi in una qualche forma di setta. Ecco alcuni stralci del mio testo.

astoundingsfSiamo nel 1938. Ron Hubbard è un prolifico scrittore pulp. Ha la penna facile e pochi scrupoli. Comincia a collaborare con Astounding Science-Fiction, una rivista – probabilmente la rivista – dell’epoca d’oro della fantascienza. Su quelle pagine, dirette da John W. Campbell Jr., l’ancora ventisettenne futuro fondatore di Scientology si fa le ossa con mostri sacri del genere come Robert A. Heinlein e Isaac Asimov. Campbell assegna alla letteratura di fantascienza il «grandioso compito di esplorare mondi alternativi, porre domande sul significato delle cose e il destino e inventare nuove realtà plausibili». A proposito di questa attitudine, il critico Viktor Sklowskij osserva che il genere si distingue per «spirito di fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di realizzazione, tramite appunto la scienza, che non è distante dall’ispirazione utopica» (il suo saggio è contenuto nel seminale Nei Labirinti della Fantascienza, a cura di Antonio Caronia, Feltrinelli 1979). Dal canto suo, Hubbard era stato influenzato da Alfred Korzybski, il filosofo polacco naturalizzato statunitense ideatore della teoria della semantica generale. Per Korzybski, annota Lawrence Wright nella sua esaustiva inchiesta su Scientology intitolata in Italia La Prigione della Fede (Adelphi, 2015), «le parole non sono le cose che descrivono proprio come una mappa non è il territorio che rappresenta».Il linguaggio modella il pensiero. Il mix tra sci-fi, divulgazione psicoterapeutica, programmazione neurolinguistica, nascente cibernetica produce quello strano culto che prende il nome di Scientology.

Rev. Jim Jones, 1977
Rev. Jim Jones, 1977

Negli anni in cui Hubbard impara i rudimenti del linguaggio utopistico che impiegherà a fini manipolatori, nel periodo tra la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale, comincia a muovere i primi passi un altro personaggio destinato ad esplorare i territori perturbanti della utopia tra spiritualità, fanatismo e riscatto sociale. Si chiama Jim Jones. Quarant’anni più tardi, questo tizio convincerà i suoi adepti a trasferirsi nella Guyana inglese per fondare la cittadella utopica di Jonestwon. Nel novembre del 1978 Jones si toglierà la vita assieme a più di 900 fedeli, nel corso di un «suicidio rivoluzionario». Quando mancava un anno a questa Apocalisse, il reverendo Jones detta ad un registratore la sua autobiografia. «Ero considerato l’immondizia del quartiere, in quel periodo ti chiamavano white trash», esordisce Jones parlando della sua infanzia nell’Indiana, figlio di un disoccupato invalido e di un’operaia, cresciuto nell’America rurale sconvolta dalla Grande Depressione. Le risorse del New Deal hanno contribuito di poco alla condizione del proletariato del Midwest. I rifiuti bianchi hanno due vie di fuga: la religione (prosperano le chiese fondamentaliste) e l’esercito (l’ascensore sociale della divisa). Jones sceglie la prima strada. A 19 anni arriva ad Indianapolis con sua moglie Marceline. Si unisce ai metodisti, che fanno proseliti presso i neri dei ghetti urbani e delle aree rurali, prediligono le predicazioni enfatiche e non ingabbiano eccessivamente la libera iniziativa dei suoi pastori. A Jones quei sermoni ricordano le frequentazioni integraliste d’infanzia. Ecco le parole che detta al magnetofono per raccontare il suo incontro con la Chiesa: «Cammino per la strada, mi fermo ad un negozio di automobili usate. Incontro un uomo e scopro che è un Sovrintendente metodista e penso ‘Merda, è uno stronzo religioso’. Comincio a dare addosso alla chiesa, di brutto. Dice: ‘Perché non passi al mio ufficio?’. Io penso: ‘Stronzo non ci vengo al tuo ufficio’. Ma poi l’ho fatto, per qualche ragione istintiva l’ho fatto. Mi ha detto: ‘Voglio che tu prenda una chiesa’. Io dico: ‘Una chiesa a me? Io non credo a niente, sono un rivoluzionario’ […]. Ecco come la chiesa è entrata nella mia vita. La chiesa mi è caduta in grembo». Continua a leggere

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Una chiacchierata con Andrea Staid

Qualche settimana fa, lo storico ed antropologo Andrea Staid – autore tra le altre cose di questa importante indagine sul campo sulla relazione tra migranti, povertà e microcriminalità a Milano – mi ha ha proposto di discutere di Al Palo della Morte.
Ne è venuto fuori il testo che vedete qui, che è stato pubblicato sul numero di maggio di A – Rivista Anarchica.

banglaamicoCome nasce l’idea di scrivere Al Palo della Morte? Spieghiamo ai lettori brevemente le tematiche centrali del testo.
Avevo raccontato per il manifesto l’omicidio di Shahzad. Seguendo la storia di questa tragica uccisione ad opera di un ragazzo di Tor Pignattara, quartiere a sud est di Roma a cavallo tra periferia e gentrification, mi sono trovato a seguire il filo di diverse storie. Da quella morte, che tragicamente avviene nel contesto di uno scontro tra le diverse anime del quartiere, si possono osservare tendenze storiche e si può comprendere cosa stanno diventando le nostre città, il nostro vivere in comune. La storia della morte di Shahzad è la scintilla d’innesco di una macchina narrativa scostante e spiazzante, che divaga continuamente e si muove a cavallo del tempo e dello spazio. Così nasce il libro, che è un Oggetto narrativo non identificato del Quinto Tipo, un testo ibrido che secondo il motto della collana punta a raccontare storie «con ogni mezzo necessario». Ove, per dirla con le parole del manifesto della collana scritto dal suo direttore, Wu Ming 1, «necessario è ogni mezzo che consenta alla narrazione di rimanere tale, senza sbordare e diventare un mero cut-up o una poltiglia di sintagmi». E l’ibridazione «dev’essere al servizio della storia che si vuole raccontare, deve porsi come obiettivi l’efficacia, l’empatia, la condivisione, e illuminare l’esemplarità di una o più vicende umane».

suduepiedi1L’ho trovato un libro estremamente interessante, una specie di reportage della città invisibile, non solo il racconto di una morte tragica ma dal mio punto di vista una etnografia interpretativa su una Roma nascosta dai riflettori dei media, che metodo hai usato per costruire questo lavoro?
Mi sono trovato immediatamente di fronte a una vicenda – quella di Roma e del suo rapporto con “i poveri”, con le loro lotte e le loro asprezze – molto complessa, con epoche stratificate e miriadi di aneddoti ed eventi di cui rendere conto. L’effetto che volevo ottenere richiede un equilibrio molto difficile da raggiungere. Non sono un saggista e neppure un romanziere, sono una specie di ibrido anche io. Tra i miei libri precedenti, ce ne sono due che costituivano precedenti utili, metodi dai quali attingere. Scrivendo, nel 2012, Su Due Piedi (sorta di reportage composto durante una camminata di trenta giorni per la Calabria) mi ero reso conto che il territorio si può “leggere” come un testo. E che questa operazione di lettura, se si vuole tenere conto della complessità della storia e delle storie, è frenetica. Più avanti, quando assieme a tre co-autori ho composto la Guida alla Roma Ribelle ho imparato a tener conto della polifonia delle voci che vengono dalla metropoli. Quindi ho iniziato a scrivere questi frammenti, mettendo sulla pagina una specie di «ipertesto squadernato», che procede per analogie e differenze, spostandosi arbitrariamente. Le tessere di questo mosaico tentano di restituire una storia tutt’altro che lineare: la narrazione procede a scossoni e non si può sintetizzare, ma presenta delle «risonanze». Per quanto si tenti di rimuover certi elementi, questi si ripresentano, seppure sempre in forme differenti e mutate. Accade fin dall’Unità d’Italia, anzi per certi versi dall’antica Roma: la dialettica centro-periferia, quello tra ribellione e consumo, tra crescita e speculazione, tra cultura popolare e gentrification, le retoriche securitarie e l’uso ideologico delle campagne contro il «degrado», lo svuotamento dello spazio pubblico e la sua invasione da parte di soggetti via via considerati «indecorosi», il razzismo prima verso i migranti interni (provenienti dal Sud Italia) e poi verso quelli che vengono da altri paesi. Continua a leggere

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Dal vostro inviato a Torpignabeek

randallIl testo che vedete qui a sinistra è di Frederika Randall, che scrive dall’Italia per lo storico settimanale della sinistra statunitense The Nation. Ha recensito Al Palo della Morte su Internazionale.

Dopo gli attentati di Bruxelles, le televisioni italiane hanno ripreso con la consueta superficialità a setacciare i nostri quartieri con atteggiamenti tipicamente islamofobi. Lo scrittore Christian Raimo si è trovato ad esempio in studio durante una puntata del talkshow mattutino di RaiTre Agorà. Ha assistito ad un servizio televisivo imbarazzante su Tor Pignattara e sulla presenza dei migranti in quel territorio. Ha pensato bene di alzarsi e di abbandonare lo studio.

Qualche giorno più tardi, dalla redazione del programma mi hanno invitato a dire la mia su Tor Pignattara a partire da Al Palo della Morte e dalle storie in cui i migranti sono vittime di aggressioni. La televisione è sempre una brutta bestia, ma ho deciso che forse era il caso di prendersi il rischio e di provare a dire qualche elemento di verità e concretezza nello spazio virtuale delle emergenze mediatiche. Il tentativo era corroborato dal collegamento con Serena, una mamma della scuola elementare Pisacane, che ha spiegato con algida cortesia perché ha scelto di far crescere i suoi bambini in un quartiere multietnico e come mai percepisce questa come un’opportunità e non come un rischio. Io detto la mia, infilandomi in un sentiero reso quel giorno ancora più tortuoso dal dirottamento di un aereo costretto ad atterrare a Cipro (poche ore dopo si sarebbe scoperto che l’episodio non aveva nulla a che vedere con il terrorismo e l’Isis).

Successivamente, ho scritto un testo su Tor Pignattara e Molenbeek che è comparso sul sito The Towner.

Sabato 16 aprile, la rubrica di libri Lo Scaffale del Tg3 Lazio, curata da Rossana Livolsi, ha ospitato un bel servizio su Al Palo della Morte come lettura del rapporto tra centro e periferie a Roma, con una chiosa sull’economia politica dell'”aperitivo” e sulla disperazione alcolica della generazione fantasma.

Il 14 aprile scorso ho discusso di Al Palo della Morte a Fahreneheit, su RadioTre, con Graziano Graziani. Qui trovate il podcast.
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Via degli Zingari. A Roberto Perciballi

robertoE’ morto Roberto Perciballi, cerimoniere del punk romano, performer, artista contemporaneo. Potremmo dire che la musica dei Bloody Riot mescolava l’energia dei Motorhead e l’adrenalina di questo Henry Rollins de noantri, ma non servirebbe a spiegare. Io non ho mai visto qualcuno gettarsi all’indietro da una pila di quattro casse, senza rete. Gli avevamo dedicato una voce nella Guida alla Roma Ribelle. Ciao Robe’.

Risalendo da Piazza della Madonna dei Monti e attraversando via del Boschetto imboccherete via degli Zingari. È qui che affluivano molte delle carovane di nomadi che arrivavano a Roma nel Seicento. Adesso questa strada è stata scelta per ospitare la targa che ricorda rom, sinti e camminanti sterminati nei lager e troppo spesso dimenticati dalle celebrazioni ufficiali delle vittime dello sterminio nazifascista.

Continuando a calpestare i sampietrini della strada degli Zingari, si arriva alla piazzetta che porta lo stesso nome. A destra si scende verso via Urbana, a sinistra si prosegue lungo via dei Capocci. In mezzo al bivio c’è un muretto di mattoni rivestito da un lastrone di travertino. È qui che all’inizio degli anni Ottanta si incontrava un gruppo di adolescenti affascinati dalla sottocultura punk che proveniva da New York e Londra. Ed è qui, su questo muretto, che Roberto Perciballi fondò i Bloody Riot, prima formazione punk romana ad incidere un disco (il “45 giri” omonimo con quattro brani: la programmatica “Bloody Riot”, l’estrema “Contro lo Stato”, l’inno contro ogni dipendenza “No Eroina” e la trascinante “Naja De Merda”, contro il servizio militare all’epoca obbligatorio).

I Bloody Riot cominciarono a suonare al Uonna Club, sulla via Cassia, poi si spostarono al Forte Prenestino e nei centri sociali occupati di tutta Italia, portando in giro un’originale e grezzissimo mix di punkrock, hardcore, sfrontatezza romana e ribellione di strada.

I gruppi della scena punk italiana dell’epoca erano fortemente politicizzati ma anche dediti a un rigido rispetto dell’ideologia anarco-pacifista-vegana, i Bloody Riot al contrario ostentavano con il consueto mix di ironia e strafottenza il loro essere “coatti” di strada, ostili ad ogni potere e nemici delle convenzioni, anche di quelle che circolavano nei movimenti sociali e controculturali. Ciò gli comportò non pochi problemi ma li consegnò anche al mito underground della storia di strada di questa città.

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Al Palo della Morte: altre recensioni e prossime date

al-palo-della-morte-alegreCon la serata di sabato 27 allo Yeti, al Pigneto, si è conclusa la prima tornata di presentazioni di Al Palo della Morte. Con l’eccezione della preview veneziana (al Morion) e del bellissimo incontro ospitato dal laboratorio di scrittura dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano, questo primo giro si è composto soprattutto di eventi tenuti a Roma e dintorni.

Non per mia scelta: appena, nello scorso dicembre, il libro è uscito sono piovute richieste di presentazione dalla capitale che mi hanno costretto a spostare le trasferte. Dalla partecipatissima serata a Livre/Esc in poi ogni appuntamento (in tutto una decina) è stato occasione di dibattito intenso e testimonianze molto forti. Hanno partecipato persone diverse, coinvolte a vario titolo nelle vicende descritte nel libro: testimoni diretti, un parente della vittima, attivisti e membri di associazioni e comitati di quartiere, ricercatori universitari, compagni di una vita e nuovi complici, giornalisti ed editor, attori e ovviamente semplici lettori interessati al libro e ai temi che solleva.

Sono successe tante cose. Soprattutto, come spesso capita alle presentazioni, ne ho imparate moltissime. Alcune delle storie che compongono il libro sono esplose sui media. Come l’indagine su diversi esponenti dell’estrema destra romana, accusati di organizzare i bangla-tour, veri e propri pestaggi ai danni dei cittadini del Bangladesh.

Adesso comincia la seconda fase, composta soprattutto (ma non solo) da date non romane. Ecco le prossime. L’elenco è in via di aggiornamento. Dove mancano i dettagli, compariranno appena possibile.

– 9 marzo, Bolzano all’aula magna del Liceo Carducci
(con Wolf Bukowski e Valerio Renzi)

– 10 marzo, Padova al BiosLab
(con Valerio Renzi)

– 17 marzo, Pisa al Teatro Lux

– 23 marzo, Bergamo al Barrio Campagnola

– 24 marzo, Milano alla libreria Les Mots

– 25 marzo a Cinisello Balsamo (Mi) allo Spazio  20092

Ecco alcune delle recensioni.

da Repubblica
da Repubblica

«Anche le migliori intenzioni generano retoriche, luoghi comuni, false notizie. Santoro sta attento a non farlo non punta l’indice, non si appiglia alla logica del decoro, dell’abitazione, della proprietà, logica che traccia un confine nettissimo fra chi sta dentro e chi sta fuori. Anzi la rovescia nel suo opposto: la logica dell’indecoroso, dello stravagante, dello scandaloso, come Shazad che canta di notte in una strada di Torpignattara invece di starsene chiuso in un loculo»
Vanessa Roghi su Minima Et Moralia

«Come facevamo noi tanti anni fa, quando vivevamo le strade senza rinchiuderci in casa. Santoro lavora con le cifre, coi racconti, con la memoria. Cammina per le strade, ascolta testimoni e avvocati. Fa quello che un giornalista d’inchiesta deve fare e lo fa meravigliosamente bene, con una penna degna di Rodolfo Walsh. Segue la morte di un ragazzo pakistano e attorno costruisce un contesto che ci porta fino alla morte della signora Reggiani, anni fa; agli assalti dei neofascisti contro i centri dei profughi; alle incursioni della destra pariolina nel mondo delle borgate»
Alberto Prunetti
su Il Lavoro Culturale
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Quarto dietro le quinte

santaclausÈ evidente che il Pd stia approfittando della dabbenaggine dei grillini per strumentalizzare i fatti (diciamolo, davvero poca cosa rispetto ad altri scandali) di Quarto.
È altrettanto evidente che quella specie di direzione nazionale del M5S nominata da Grillo che chiamano “direttorio” e che è in rapporto dialettico (non sempre subordinato) con la Casaleggio Associati, sapesse quello che accadeva nel comune campano. Di Maio, Fico e compagnia hanno fatto una scelta tattica: non rendere manifeste le minacce più o meno velate alla sindaca Capuozzo. Non è grave, siamo garantisti. C’era un’indagine ancora in corso e hanno fatto una valutazione, che può essere giusta o sbagliata ma che di certo non è di per sé prova di collusione con la camorra.
Potremmo sottolineare il senso dell’onore di chi scarica ogni responsabilità sul sindaco e i consiglieri di un piccolo comune in una zona delicata del paese. Potremmo anche porre l’accento sulle lotte intestine tra grillini che emergono praticamente da ogni territorio (a Quarto, addirittura, si intercettavano tra loro, registravano di nascosto le riunioni).
Ma il punto è un altro. La vicenda di Quarto dimostra per l’ennesima volta che i grillini fanno “politica”, cioè interpretano le regole, le forzano, ci si muovono dentro e le guardano da diverse prospettive. A Quarto non muore il M5S. Di sicuro decade la narrazione ingenua (per me reazionaria, di sicuro tecnocratica: lo abbiamo visto anche a Roma con Marino) che vuole la pubblica amministrazione come mera e fredda applicazione della “norma”, che intende la politica come gestione trasversale ed equanime delle cose, e che presenta la richiesta del consenso come semplice e imparziale esercizio di purezza e trasparenza assoluta quanto irraggiungibile (ricordate la promessa di trasmettere in streaming le riunioni dei gruppi parlamentari pentastellati?).
Quarto dimostra la vacuità e persino la nocività dell’onestà come valore a sé stante ed autosufficiente.

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Escape from penal hysteria

palodellamorte
Il Palo della Morte, 1980

Da circa due settimane “Al Palo Della Morte” è in libreria. In che scaffale? Qualche libraio l’ha messo nella sezione “narrativa”, altri in “attualità”, altri ancora in “saggistica”. Come è normale per un oggetto narrativo del Quinto Tipo, la classificazione è tutt’altro che scontata.
A pochi giorni dall’uscita del libro, è arrivata la condanna in primo grado di giudizio a 21 anni per una delle persone coinvolte nella morte di Shahzad. Una sentenza molto pesante, che nelle già dalla richiesta del pubblico ministero era stata definita “esemplare”.

Il Palo della Morte, oggi [photo @zeropregi]
“Al Palo Della Morte” è stato scritto per molti motivi. Uno di questi è proprio quello di evitare che la storia – quella sì, esemplare – della morte di Shahzad e del contesto nel quale è avvenuta si riducesse alla narrazione giuridica, alla semplice vicenda processuale. Certamente esiste la responsabilità individuale, ma ci sono anche circostanze sociali e storiche che eccedono la dimensione penale e che troppo spesso in questi anni tendiamo a dimenticare, dentro a un processo più ampio che è stato definito “populismo penale”. C’è il rischio, che avevo ben presente scrivendo il libro, utilizzando anche le carte dell’indagine e affrontando un caso di cronaca nera, che la condanna, indipendentemente dalla sua opportunità, serva soltanto a lavare la coscienza collettiva. Che il carcere accompagni il processo di rimozione della morte tragica di Shahzad invece di aiutarci a comprenderla davvero ed elaborarla. Ci sarà modo di discuterne anche con gli avvocati della parte civile, che fanno parte di Progetto Diritti e non mancano di coscienza sociale.

Intanto arrivano le prime recensioni.

al-palo-della-morte-alegreEmiliano Viccaro su DinamoPress:
“Shazad muore in via Ludovico Pavoni, ucciso dalla frustrazione plebea, dagli incubi di ritorno del non risolto coloniale, che nutre la banalità del razzismo quotidiano dei nuovi poveri, di chi non riconosce (o non vuole riconoscere) il vero responsabile della propria miseria. A pochi metri da lì, il paradosso sgambetta sfrontato sul campo in cemento dell’oratorio, popolato ogni giorno da una miscela di pischelli migranti di chissà quale generazione, uniti da un vigoroso e sincretico dialetto romanesco”. (Qui il testo integrale)

Simone Pieranni sul manifesto:
“Santoro accompagna il lettore a circumnavigare l’evento di partenza, l’omicidio da parte di un giovane italiano di un pakistano, per concentrarsi sulle cause, gli eventi che trasformano una metropoli finendo per creare cortocircuiti sociali, ideologici, linguistici, di senso”. (Qui il testo integrale)

Luca Pisapia sul Fatto Quotidiano:
“La miccia è un omicidio in una delle mille frontiere architettoniche e culturali che segmentano le città contemporanee. Una sera di fine estate del 2014 su un marciapiede di Tor Pignattara, periferia della capitale, rimane a terra Shahzad: migrante pakistano ammazzato a calci e pugni da un minorenne italiano. Da qui il racconto di Giuliano Santoro deflagra come un’onda d’urto nel tempo e nello spazio per indagare sul rapporto tra comunità e spazi urbani: dalla resistenza partigiana delle periferie romane agli odierni pogrom razzisti, dalle isterie securitarie all’ideologia del decoro, dalle antiche commistioni tra criminalità organizzata ed estrema destra fino a Mafia Capitale. Con una narrazione ibrida che tiene insieme l’indagine giornalistica e la saggistica, la cronaca e la storiografia, la forza centrifuga e centripeta del racconto restituisce una prosa fluida e accattivante. Partendo dai riferimenti della cultura pop romana, da cui il titolo “Al palo della morte” come luogo dell’incomunicabilità per eccellenza raccontato da Carlo Verdone, l’autore usa Roma come metonimia della città contemporanea (potremmo trovarci nelle banlieues di Parigi o nelle periferie di Stoccolma) per interrogarsi su conflitti e contraddizioni del vivere urbano, ed esplorarne la possibilità di una resistenza attiva”.

Il calendario della presentazioni si va componendo. Solo le prime date:

  • Questa sera “Al Palo della Morte” è a Roma, a Esc, a L/Ivre, con Tommaso De Lorenzis, Valerio Renzi e una lettura di Elio Germano.
  • Il 20 dicembre a Venezia, Laboratorio Morion, al Regolo Book&Wine.
  • Il 9 gennaio prossimo di nuovo a Roma, alla Libreria Griot.
  • Il 15 gennaio alla scuola Carlo Pisacane, sempre a Roma. Anzi: a Tor Pignattara.
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