Renzi e Grillo

Un sondaggio riservato commissionato dal Partito democratico prima delle elezioni europee rivelava un particolare molto interessante: il 60 per cento degli elettori che dichiaravano di votare per il Movimento 5 Stelle il 25 maggio, preferiva però Matteo Renzi a Beppe Grillo come presidente del Consiglio“. (Maria Teresa Meli dal Corriere della Sera del 21 giugno 2014)

Renzi e Grillo si combattono ma sono legati a doppio filo. Non sono ovviamente uguali e sovrapponibili, ma costruiscono gli stessi frame, giocano sullo stesso terreno “né di destra né di sinistra”, sostituiscono la rappresentanza in crisi con la rappresentazione, imbrigliano il dissenso nella lotta alle Caste. Non si capisce Renzi e il suo successo se non si è capito davvero Grillo. Non ci sarebbe stato Renzi se non ci fosse stato prima Grillo.

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Il mondo è in vendita

La pelata di Jeff Bezos risplende alle luci dei riflettori.

bezosforbesÈ il 18 giugno del 2014. Il boss ha convocato operatori di mercato, esperti di mercato e giornalisti specializzati a Seattle per annunciare la nascita dello smartphone targato Amazon. Costerà 199 dollari, con un contratto biennale con la compagnia At&T, che esattamente come l’azienda di Bezos è uno di quei giganti che doveva essere messo in crisi dalla mano invisibile della Rete e invece ha finito per rafforzare il suo monopolio. Lo specchietto per le allodole del FirePhone è un grande classico dell’immaginario tecnoentusiasta: la grafica 3D. Nella pratica quotidiana, il vero mutamento epocale costituito dal dispositivo sta nella mission di Amazon: vendere. A differenza di Google, Facebook, Twitter e in fondo anche di Apple, Bezos è riuscito ad utilizzare la Rete anche per distribuire e spacciare merci tradizionali. A partire dai libri, feticci della nostra soggettività e delle nostre passioni più genuine, Mister Bezos ha selezionato e messo in vetrina ogni tipo di merce. Se vi propongono di acquistare dei poggiapiede a ventosa per fare all’amore più comodamente sotto la doccia, ad esempio, forse nei mesi scorsi avrete letto le cinquanta sfumature degli ultimi best seller erotici. Continua a leggere

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La connessione dei cervelli

CERVELLI-SCONNESSI-Sono passati meno di due mesi dall’uscita in libreria di “Cervelli Sconnessi” e possiamo annunciare che il libro è in ristampa. Il testo ha ricevuto diverse recensioni, che provo qui a raccogliere.
Ad aprire le danze è stato il sito di Wired, testata prestigiosa che soprattutto grazie alla carica innovativa e controversa della sua edizione originaria – quella statunitense – riveste una qualche responsabilità storica nell’affermazione resistibile del cosiddetto “net-liberismo”. Su Wired.it, dicevamo, ha avuto la generosità di parlare del libro Fabio Chiusi, uno degli osservatori italiani più attenti ai temi della rete. Il suo post contiene critiche, molte sul metodo, alle quali bisognerebbe rispondere scrivendo un altro volume.
A differenza di Fabio, non sono un “esperto”. Mi muovo su un terreno liminare, a cavallo tra la rete e la strada: è questo il punto di vista insolito del libro. Mi rendo conto che possa spiazzare. Come spiego nell’introduzione (che si può leggere qui), ho con le reti da circa trent’anni rapporti frequenti e relativamente superficiali, da “utente” prima e da lavoratore cognitivo/giornalista poi. Di sicuro non penso aver esaurito un tema aperto, complesso e soggetto a stravolgimenti continui, cavandomela con un libro di 208.456 caratteri (spazi inclusi). Tantomeno di aver trovato soluzioni.
Con le critiche di Chiusi interloquiscono indirettamente molti di quelli che a diverso titolo si sono fino ad ora occupati del libro, accompagnando i “Cervelli Sconnessi” fino alla ristampa. Motivo in più per dare spazio a loro.
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Breaking Beppe

breakinbeppeQuando dicevamo che il grillismo dava una risposta di destra a pulsioni e inquietudini provenienti anche da sinistra, spesso si utilizzava il vecchio trucco retorico di fare la caricatura delle posizioni dell’interlocutore, dicendo che ci limitavamo a denunciare un “inesistente pericolo fascista”. Evidentemente parlavamo di qualcosa di più complesso, che andava oltre il movimento-azienda di Casaleggio e Grillo e parlava più in generale delle nuove forme del potere al tempo della crisi.

Con forzatura evidente che mette a nudo ogni retorica del “decide la Rete”, Grillo e Casaleggio hanno deciso di dare una mano a Nigel Farage, volto della nuova destra anti-migranti e nazionalista britannica, per formare un gruppo al Parlamento europeo. Oggi, magari qualcuno dirà “Ma il sindaco grillino di Livorno ‘viene da sinistra’”. Ma vi pare che per vincere le elezioni in una città come quella il partito-franchising avesse mai potuto calcare la mano sui suoi tratti di destra? Il grillismo funziona così, esattamente come la politica dominante tutta: ti spinge a seguire l’evento del giorno e a perdere le fila delle tendenze. Dunque, proviamo a non farci ingannare da dettagli locali, che siano pittoreschi o significativi, e guardiamo ai processi generali.

Il fedelissimo Alessandro Di Battista, uno che zompetta tra parole di destra e slogan sinistra con la sfacciataggine tipica dell’ingenuo (per questo piace tantissimo alla massa qualunque) ha scritto ieri sulla sua pagina Facebook queste parole: “Ma possibile che ancora non si è capito (e in questo senso saluto con estremo favore l’alleanza strategica con Farage) che la vera contrapposizione del presente e del futuro (e forse anche del passato ma lo stiamo capendo solo ora) non è destra/sinistra ma primato politica/primato finanza o sovranità/sottomissione?“. L’accordo con l’Ukip di Farage non riguarda, dunque, una convivenza strumentale e tattica ma una vera e propria “alleanza strategica”. Continua a leggere

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cose di ieri nella mia cara vecchia città

suoracose di ieri nella mia cara vecchia città: lo sgombero manu militari di un palazzo di proprietà di certe “suore del verbo incarnato”, le pinguine erano lì che godevano mentre la gente finiva in mezzo alla strada; a neanche duecento metri, una piccola armata di sonnambuli applaudiva ignara il noto giornalista ex fan dei negrita e attuale fan di grillo; ancora oltre, sempre a meno di duecento metri, un gruppetto di carbonari discuteva di un libro a proposito di primavere arabe e sfera pubblica; le polpette del Cugino invece sono ancora buone come quelle di venti anni fa, quando un po’ ci si vergognava ad esultare per l’arresto di una persona.

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La Rete precipita sulla terra

CERVELLI-SCONNESSI-Ormai da qualche giorno “Cervelli Sconnessi” è in libreria. Cominciano ad arrivare i primi commenti, le prime critiche e qualche recensione: presto proverò a farne una prima raccolta e a dare qualche doverosa risposta. Arriveranno anche le prime presentazioni. Potete leggere l’introduzione qui.
Qui potete vedere il dibattito sulla mutazione dell’informazione politica al quale ho partecipato lo scorso primo maggio, all’interno del Festival del Giornalismo di Perugia.
Qui sotto, invece, un mio articolo sulla campagna elettorale in corso e la Rete, uscito su Pagina99 della scorsa settimana. 

Con ogni probabilità, le prossime elezioni europee verranno ricordate come quelle in cui il cielo della Rete è caduto definitivamente sulla terra della politica.
La cortina fumogena incoerente di illazioni, fobie e veleni che serpeggia su blog e social network ha intossicato il dibattito pubblico, attirando le mire elettorali di imprenditori politici smaliziati. Vediamo alcuni casi concreti. Fino a qualche mese fa ogni internauta dotato di buon senso, fornito cultura media e munito di spirito critico ridacchiava stringendosi nelle spalle leggendo le catene virtuali xenofobe che esclamano: lo Stato italiano spendesse ogni giorno più per un “clandestino” che per un “disoccupato italiano”. Solo qualche giorno fa, queste falsità si sono manifestate fuori dallo spazio virtuale. I lepenisti di Lega e Fratelli d’Italia hanno trasferito le campagne contro i “privilegi” dei migranti dai passaparola online alle piazze reali, messo in scena “sbarchi di italiani” e rivendicato “parità di trattamento”.

Il macabro "finto sbarco" di Fratelli d'Italia
Il macabro “finto sbarco” di Fratelli d’Italia

Prima di loro, avevano provato a usare la Rete per lanciare la fiaccola nella prateria rinsecchita dalla crisi anche i cosiddetti “Forconi”, che hanno impiegato un armamentario antieuropeista e complottardo per motivare la richiesta di una giunta militare e lanciare le mobilitazioni che nello scorso dicembre hanno colpito soprattutto il nordovest del paese e ancor di più Torino, ex città-fabbrica che paga in termini di debito e povertà diffusa lo scotto della transizione al postindustriale gestita a colpi di grandi eventi e opere magnificenti. Continua a leggere

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La guerra simulata dei Cervelli sconnessi

uomofissacapreIl testo che segue è uscito l’11 aprile sul manifesto, all’interno dello speciale su Europa e Populismi curato da Sbilanciamoci, col titolo “E sul web la rivolta si fa audience”. Si tratta di una riflessione che, come spesso capita, ne contiene molte al suo interno. Da una parte, è la prosecuzione dei ragionamenti a proposito di quella che abbiamo chiamato “guerra civile simulata” e che – come nel peggiore degli incubi partoriti dal ventennio che sta faticosamente lasciando –  sposta qualsiasi fenomeno sociale e politico all’interno del recinto dello spettacolo e della rappresentazione. Tuttavia, bisogna anche aggiungere che l’articolo che vedete qui sotto è anche una specie di approfondimento della recensione a “L’Armata dei Sonnambuli”, il nuovo romanzo dei Wu Ming uscito proprio in questi giorni (è la risonanza, la fottuta risonanza). Infine, questo testo contiene alcuni dei ragionamenti sviluppati in “Cervelli Sconnessi”, il libro su “net-liberismo e stupidità digitale” che ho scritto per Castelvecchi Rx: è andato in stampa proprio ieri ed esce il 7 maggio. Già in “Un Grillo Qualunque” non mi limitavo a ragionare sul fenomeno del M5S. O meglio, usavo quel caso per inserirlo dentro trame storiche e sociali più estese.  Sostenevo quello che ogni giorno mi appare più evidente: quel successo dilagante era tutt’altro che controcorrente perché era la spia di tendenze molto più vaste. Ciò lo rendeva molto interessante, era un ottimo espediente per narrare la situazione attuale, per scoprirne insidie e le svelarne le possibilità. Si è trattato di prendere sul serio quell’affermazione e proseguire quel lavoro, portarlo più avanti, condurlo oltre (si spera) i flame del quartierino pentastellato e la perdita di tempo dei troll inconsapevoli, a partire da strani militari fricchettoni che sperimentarono forme di guerra non convenzionali. Ne riparleremo, intanto avrò modo di discuterne con altri giornalisti e qualche comunicatore politico il primo maggio al Festival del Giornalismo di Perugia, nel panel sul tema “Se la comunicazione politica domina la narrazione giornalistica”. Stay tuned for more rock’n'roll.

cervellisconnessiChiamiamo “populismo” il processo che lega il leader carismatico alla massa dei seguaci al fine di costruire un “Popolo” ad immagine e somiglianza del Capo. Ciò di cui stiamo parlando è innanzitutto una forma del discorso, una relazione tra chi parla e i fan che si dispongono ad ascoltare. La convergenza tra le retoriche “partecipative” della neotelevisione e l’appiattimento dei contenuti tipica di un uso frivolo della rete è la caratteristica decisiva di quello che definiamo “populismo digitale”. Facebook, ad esempio, è stato pensato come dispositivo superficiale eppure pervasivo; se adoperato in mancanza di fondamenti solidi, cultura autonoma e spirito critico diviene la prosecuzione con altri media delle logiche di potere della “televisione-verità” o dei microfoni messi sotto il naso della “gente comune”.

Qualche mese fa, nella Francia che covava il successo elettorale del Front National, un milione e seicentomila persone cliccavano sulla fantomatica icona del pollice alzato di Zuckerberg per manifestare la loro ammirazione verso un commerciante che aveva ucciso, sparandogli alle spalle, un ragazzo di 19 anni mentre fuggiva dopo aver tentato una rapina. Il populismo digitale ha la funzione storica di cancellare le contraddizioni, trasformare i “Molti” in “Uno” indistinto e addomesticato: ingabbia la ricchezza della società dentro il feticcio interclassista e totalizzante, pacificato e unitario, del Popolo utilizzando un frame che sarebbe sciagurato pensare di poter manovrare “da sinistra”. Grazie alla massificazione e alla distribuzione capillare della Rete, questa forma attuale del populismo pervade la vita quotidiana, si annida negli oscuri interstizi delle inquietudini dei cittadini spaesati e spossati dalla crisi. Basta condividere qualche assurdità per essere arruolati nell’esercito liquido che combatte la “guerra civile simulata”. Al momento in cui scriviamo, ad esempio, più di 316mila internauti hanno condiviso sulle loro timeline la bufala secondo cui “dal primo aprile si consentirà a tutti i rom di viaggiare gratuitamente su tutti i mezzi del trasporto pubblico nazionale”.

L’esercito di cui parliamo è composto da tossicodipendenti digitali che paiono usciti da un romanzo cyberpunk: non riescono a fare a meno delle scariche d’adrenalina istantanee che si presentano sotto forma di post. La dipendenza compulsiva e inconscia deriva dal bisogno di essere mobilitati, stimolati, esibiti da chi tesse le fila della rete. Dalla pulsione ad essere “condivisi” dai commilitoni virtuali della maggioranza che un tempo si voleva silenziosa e che adesso diviene virtuale. Va da sé che questo Popolo non può che essereaudience. Tutt’al più si può candidare al ruolo da comprimario come nei talent show, magari può fare da giuria popolare nei processi contro i dissidenti, a volte partecipa a sondaggi o televoti.

fiorelloUno degli effetti della relazione populista è infatti quello di rafforzare la delega: il Popolo si abbandona alla rappresentazione dilagante, che finisce per rianimare la rappresentanza agonizzante. Così, il gioco della politica istituzionale si dipana ineffabile dentro il recinto grottesco e totalizzante dell’arco spettacolare. Il premier di turno tiene la sua orazione in Parlamento con lo sguardo alla telecamera, rivolgendosi a “chi ci guarda da casa”. La sedicente “opposizione”, anche se pare integerrima, segue la stessa logica: gli assalti ai banchi del governo hanno l’obiettivo di occupare lo spazio mediatico ed emotivo che in altri paesi hanno le mobilitazioni di piazza. I combattenti digitali della “guerra civile simulata” temono le strade, che hanno smesso di essere il luogo dell’incontro e dello scontro e si limitano al più a ospitare i comizi del Capo o le rappresentazioni itineranti dei suoi adepti. Ci si raduna attorno a un palco come quando Fiorello sbarcava nelle piazze di provincia col karaoke, misurando l’ugola dei dilettanti allo sbaraglio. Il Popolo vuole applaudire, fotografare col telefonino e condividere i selfie in rete per far sapere di esserci. Allo stesso modo, i junkie digitali seguono i talk show nella speranza che il loro beniamino politico “distrugga”, “faccia a pezzi” o “sbugiardi” (locuzioni frequenti nel fervore da tastiera dei commenti online) l’interlocutore.

L’intelligenza collettiva è rimpiazzata da un’armata di cervelli sconnessi, telecomandati e sottoposti al bombardamento del linguaggio televisivo che ha colonizzato la sfera del web. I disertori digitali che non appartengono a nessun Popolo sanno che la necessaria riconquista della rete ricomincia dalla strada.

 

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Uomini di poco onore

aldila_della_mala_copertina_copiaIl figlio di un futuro sottosegretario è indagato per certi affari legati alla sanità. Il giornale locale, che fa capo all’imprenditore con affari nel cemento e sanità, condannato con sentenza passata in giudicato per usura e al quale la Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato di recente beni per 100 milioni di euro, sta per pubblicare la notizia in prima pagina.

Lo stampatore del giornale è un imprenditore noto: ex candidato a sindaco; già ai vertici dall’associazione padronale locale; nominato dalla giunta regionale al vertice di “società finanziaria per lo sviluppo economico”. Questi telefona all’editore e gli chiede di espungere quella notizia dal giornale che sta per andare in stampa. L’editore lo fa parlare, gli fa domande, lo invita a spiegarsi meglio. Registra la telefonata. Di fronte al diniego del direttore, la notizia rimane in pagina. Il guasto ad notiziam ha creato lo scandalo e ha avuto il benefico effetto di far traslocare un’indagine a carico degli affari della famiglia di un politico dalla giungla della cronaca locale fino agli editoriali indignati delle testate nazionali. Continua a leggere

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Il nazismo addomesticato di “Generation War”

generationwarIn Italia arriva con il titolo “Generation War”, ma il titolo originale della produzione tedesca è ben più evocativo: “Unsere Mütter, unsere Väter”, “Le nostre madri e i nostri padri”.

Dopo aver visto i tre episodi (che da noi verranno suddivisi in due serate, nel prime time di RaiTre del 7 e dell’8 febbraio), ci siamo resi conto che la fiction che promette di raccontarci la vita delle “persone comuni” in Germania durante il nazismo, dietro la cortina spettacolare di una trama avvincente e gli effetti speciali di una produzione importante, nasconde una funzione ideologica ben precisa. L’insidia è contenuta fin dal titolo originale, che rievoca la domanda che assillò le generazioni successive al nazismo (“Cosa facevano i miei genitori durante il nazismo? Si resero complici dell’orrore?”), che produsse rimozioni nei primi decenni e conflitti durissimi negli anni Sessanta e Settanta. E oggi? Il film promette di rispondere finalmente a quella domanda. Con tutta evidenza lo fa analizzando gli eventi storici in funzione dell’attualità.

La narrazione tossica di “Generation War” comincia nel 1941, a Berlino. Nel retronegozio di un bar cinque ventenni pieni di speranza si salutano: sono tutti ad un bivio della loro esistenza. Ci sono due fratelli che indossano la divisa della corazzata dei “levrieri” della Wehrmacht, Wilhelm e Friedhelm. Il primo, il maggiore, è un graduato intriso di valori guerreschi. Il secondo è un idealista tutt’altro che convinto della necessità della guerra. Sono in procinto di partire verso il fronte orientale. Anche l’infermiera Charlotte sta per andare verso est: sarà impegnata negli ospedali da campo che seguono a distanza l’avanzata delle truppe del Führer. E poi ci sono Greta, che invece sogna di far carriera come cantante, e il suo fidanzato Victor, un giovane ebreo. Il festino d’addio si svolge in perfetta tranquillità, potremmo trovarci dovunque in Occidente e in qualsiasi momento del Novecento, se non fosse che un ispettore delle SS bussa alla serranda del locale, attirato dal ritmo della vietatissima musica swing che allieta il convivio. I cinque non paiono troppo scossi. Si danno appuntamento per il natale successivo: la Russia capitolerà nel giro di sei mesi, prima dell’arrivo del generale inverno, si assicurano l’un l’altro. Persino l’ebreo Victor si dice ottimista, e spera che, una volta tolto di mezzo Stalin, le campagne antisemite si placheranno. Continua a leggere

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La guerra civile simulata

Il tricolore di Rampelli e il bavaglio dei grillini
Il tricolore di Rampelli e il bavaglio dei grillini

Ieri alla Camera dei deputati si è consumata una pantomima. Per la prima volta nella storia repubblicana un presidente d’assemblea, Laura Boldrini, ha utilizzato la cosiddetta “tagliola” contro l’ostruzionismo dell’opposizione. Fatto gravissimo. Dall’altro lato, un fronte variegato che unisce i postfascisti ai grillini, l’ex missino Fabio Rampelli al golden boy pentastellato Alessandro Di Battista, ha dato l’assalto ai banchi del governo sfoderando striscioni e bavagli. Una scena di fronte alla quale le fiamme davanti al Palazzo di Giustizia della scena finale del Caimano di Nanni Moretti appaiono il male minore. L’oggetto del contendere parrebbe la controversa approvazione di un decreto sulla riforma della governance e sulla rivalutazione delle quote di Banca d’Italia. Osservatori esperti e di diverse scuole giudicano quantomeno frettoloso il provvedimento approvato ieri a colpi di ghigliottina. Non è esattamente “la privatizzazione della Banca d’Italia”, come dicono alcuni, ma è un regalo alle banche, l’ennesimo modo di pompare liquidità verso un sistema che non fornisce alcune garanzia che questi quattrini non vengano usati per aumentare i profitti dei soliti e abbandonare i piccoli attori in cerca di credito. Continua a leggere

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