Camminare è pensare in movimento

Da Cosenza, la città del sud dalla quale provengo e dove ho passato gli anni in cui si sceglie da che parte stare, si è passati dalla narrazione autoesaltante della «comunità sovversiva» [tanto più ficcante quanto basata anche su fatti reali e incontestabili] alla depressione sconfinata. L’unico modo per venirne a capo, è quello di andare a vedere. Così, dopo 18 anni di esilio, dopo aver passato la metà esatta della mia vita lontano dalla mia terra di origine, camminerò per un mese intero in giro per la Calabria.

Nel 1924, a Taung, in Sudafrica, il trentenne antropologo australiano Raymond Dart scoprì lo scheletro di un bambino che aveva un cervello simile a quello delle scimmie. Tuttavia, la dentatura e la posizione eretta lo avvicinavano alla specie umana. Il «bambino di Taung» è la prova che l’uomo ha imparato prima a camminare e poi a pensare. Probabilmente, ha sviluppato le sue qualità di dire di no e di pensare alternative – che sono le capacità proprie dell’essere umano – solo quando è riuscito a produrre il movimento incerto, sempre in bilico e in cerca di equilibrio, più attento al divenire che all’essere perché mai davvero stabile, del camminare su due piedi. Il pensare è conseguenza del camminare, essere in movimento dentro uno spazio significa riuscire a raccontarlo e non fidarsi delle storie che ti raccontano. Ecco, il camminare racchiude le caratteristiche «naturalmente artificiali» della natura umana: ci evolviamo in quanto soggetti in movimento.

Almeno dalla Divina commedia in poi, siamo abitutati a immaginare la narrazione di una storia come il susseguirsi di un cammino. Attraversare un territorio di netto evitando i sentieri obbligati, costituisce un processo conoscitivo e compone una narrazione. Di questo abbiamo bisogno: di conoscere in movimento, di non aspettare seduti sul ciglio della pietra miliare che segna il chilometro zero, di oltrepassare i confini delle città in agonia. La narrazione del tempo lineare – cui appartengono lo sviluppo e persino la decrescita: entrambi condividono la stessa unità di misura – viene completamente smantellata dai tanti tempi storici e produttivi che costituiscono oggi i territori. Ecco perché abbiamo bisogno di metterci in cammino. Non marciare verso una meta, ma camminare per il puro piacere di muoversi dentro uno spazio sconvolgendone i confini mentali. Per cambiare assieme ad esso.

Solo di recente è stato osservato un fenomeno legato alla conformazione spaziale delle città statunitensi. Attorno ai centri universitari, dove sorgono i grandi campus, si costituisce una cintura di fabbriche in cerca di forza lavoro a basso costo. In uno spazio relativamente piccolo, e a distanza di poche miglia, le stesse vite – nell’arco probabilmente della stessa giornata – prima svolgono lavori ad alto tasso di conoscenza nei laboratori degli atenei e poi si fanno sfruttare negli sweatshops del lavoro manuale. Questa costruzione urbanistica e questa conformazione produttiva hanno certamente anche un impianto ideologico e narrativo. È stato Mike Davis, anni fa, a raccontare che chi cammina in una città statunitense al di fuori delle aree riconosciute come «pedonali» viene automaticamente fermato dalla polizia per un controllo. È un tipo sospetto perché oltrepassa i confini che dividono le zone dei diversi lavori e dei diversi tempi. Modulando regimi fiscali, leggi d’emergenza, unità speciali di polizia e design architettonico, Davis racconta di come venga costruita Los Angeles e vengano costruite zone speciali per ricchi e zone segregate per le grandi masse nere e per le minoranze latinos. I confini da violare si riproducono all’infinito nelle nostre città, ne determinano la composizione sociale.

Ciò non vale solo per le strade di Los Angeles. Come ha spiegato l’urbanista Alberto Ziparo, la Calabria è ormai una enorme grande città, uno sprawl di cemento fatto da tanti paesi che attraversa la costa devastata dal cemento e dalle case abusive, dalle concessionarie di automobili, dalla colata sacra di cemento dei santuari e dalla arretratezza economica feudale di quei terreni.

E quindi è nato un progetto che unisce i tempi di lettura diversi e che ambisce a raccontare l’ipermoderno arcaico della Calabria come parte del tutto, come caso emblematico del mondo contemporaneo. I diversi tempi saranno cadenzati da tempi di lettura diversi: la velocità del blog, la cadenza quotidiana del diario e il ragionamento e la narrazione di un libro.

(dagli appunti di una discussione sul senso del camminare e la trasformazione sociale con i camminatori metropolitani di Primavera Romana, ospiti al centro sociale La Torre del progetto FotoSintesi)

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