Discutendo con WuMing2 sul rapporto tra camminare e raccontare

Da ormai più di dieci anni, prima come Luther Blissett e poi con l’attuale nome collettivo, i WuMing indagano e ragionano sulla costruzione di storie per comprendere e trasformare la realtà, sul rapporto tra realtà e narrazione, sulla costruzione di un’epica adatta ai tempi nuovi, che ci consenta di utilizzare le storie come asce di guerra da disseppellire. Questa ricerca avviene attraverso molti generi e diversi media, con epicentro la scrittura e il romanzo. E’ un cammino che si compie coprendosi le spalle a vicenda, e sperimentando linguaggi. A patto che la sperimentazione non sia fine a se stessa. Che serva davvero a costruire altri mondi.

Non è un caso, dunque che WuMing 2, uno dei quattro membri dell’atelier narrativo, abbia scritto qualche mese fa «Il sentiero degli dei» (Ediciclo, 206 pagine, 17,50 euro), un libro che racconta il cammino da Bologna a Firenze, attraverso l’Appennino tosco-emiliano violentato dalle grandi opera ma in grado di svelare antiche leggende ed eroisimi partigiani. Ancora più di recente, WuMing2 ha firmato l’introduzione a «L’arte del camminare» di Luca Gianotti (potete leggerla qui).

La nostra chiacchierata comincia proprio dalla relazione tra camminare è raccontare si materializza ne «Il sentiero degli dei», che  – come spiega WuMing2 nella «Nota dell’autore» che compare all’inizio del testo, è un libro a cavallo tra diversi generi: il reportage, il saggio, l’inchiesta giornalista e il romanzo. Mi pare un’ottima strada, per rimanere alla metafora del cammino, per esplorare nuovi modi di raccontare la realtà.
«Non è facile mantenere l’equilibrio tra tutti questi ingredienti e produrre una macedonia che preservi il gusto di ciascuno – spiega WuMing2 – Tuttavia mi è chiaro che per rendere a pieno il rapporto con il territorio che si genera camminando, la forma reportage non è sufficiente, perché andando a piedi si incontrano e si immaginano storie, narrazioni, leggende; d’altra parte, anche la forma diario sta stretta, perché le esperienze dirette di chi cammina non possono esaurire la complessità del paesaggio; un approccio solo narrativo, d’altra parte, finirebbe per cancellare il senso di ‘inchiesta militante’ che io attribuisco all’andare a piedi, mentre un saggio duro e puro rischierebbe di togliere immediatezza alla testimonianza diretta».

A questo proposito, ad un certo punto del suo cammino Gerolamo, il tuo alter ego, «non sa più dire se mettersi in strada aiuti davvero ad afferrare la complessità del mondo, o se guardarlo da vicino, quell’intreccio, non si finisca per ridurlo ad una sola dimensione».
Sì, Gerolamo si risponde che proprio camminando si possono coniugare due sguardi: quello di Dio e quello del viandante, quello dall’alto di un vetta e quello dal cuore del bosco, l’inquadratura panoramica e la telecamera a spalla. E’ proprio dall’unione di queste due ottiche che nasce una conoscenza più approfondita del territorio: lo sguardo dall’alto, da solo, finirebbe per essere voyeuristico e alienante. Guardo e non mi sporco le mani, come da dietro il buco della serratura. D’altra parte, l’ottica di strada non basta a sé stessa, così come non basta raccogliere dieci testimonianze di partigiani per capire che cos’è stata la Resistenza. Perché quelle testimonianze siano utili – al di là del loro valore narrativo e personale – bisogna che quella memoria si inserisca in un quadro, che diventi la fonte per una ricerca, per una produzione di ipotesi. Camminando si raccolgono testimonianze – di uomini, luoghi, animali – ma per interpretarle e metterle in prospettiva serve un punto di fuga, uno sguardo dall’alto, appunto, che permetta di andare oltre la contingenza del viaggio. Stare in strada non serve a nulla se non ci si costruisce questo sguardo ulteriore: prima, durante e dopo l’avventura.

Per quale motivo, secondo te, la pratica del camminare si sta diffondendo sempre di più?
Credo che i motivi possano essere molti e molto diversi tra loro, ma al fondo ci vedo il desiderio di riappropriarsi del territorio, di farne esperienza diretta, di conoscere il mondo in maniera più dolce, più profonda e più lenta. Solo camminando si impara davvero a leggere il paesaggio, questo libro scritto dall’uomo e dall’ambiente in un alfabeto di luoghi. Andare a piedi, insomma, è una scelta di consapevolezza: di sé stessi – attraverso il corpo, degli altri – grazie agli incontri sulla via, e del mondo – con occhi di viandante.

Parli di un «genius loci» che non è un’identità trascendentale «da appuntarsi sul petto». Cos’è allora, e che relazione ha con le «storie»?
Non credo che i luoghi parlino a prescindere dagli esseri viventi che li hanno attraversati. Il genius loci non è altro che una vibrazione di fondo, comune alle storie e alle vicende di un territorio. Questo Dna non è dato una volta per tutte, come un corredo genetico, ma si modifica per forza di cose, attraverso il rapporto quotidiano tra l’ambiente e i suoi abitanti (umani e non). Difendere le tradizioni locali impedendo loro di cambiare è una contraddizione in termini, sarebbe come difendere la lingua italiana cercando di mantenerla identica a quella di Dante Alighieri. D’altra parte, è chiaro che non puoi proteggere, valorizzare, cambiare e ibridare quello che non conosci. Il libro del paesaggio non è un volume da conservare intatto, nella polvere di uno scaffale. Lo si scrive tutti i giorni, ma non si scrive nulla di sensato se non si leggono i capitoli già stampati. E soprattutto, bisogna stare attenti a non strappare le pagine…

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