Esuli in patria: il dialetto e il boia

A proposito di esilio e spaesamento, mi pare utile segnalare l’aneddoto che racconta l’intellettuale ebreo-austriaco Jean Améry, che come Primo Levi si suicidò dopo essere stato in un campo di concentramento. Améry è lo pseudonimo di Hans Mayer. Dopo l’Anschluss fugge in Belgio e partecipa alla Resistenza. Nel testo intitolato «Di quanta patria ha bisogno l’uomo» (che è contenuto nel volume «Intellettuale ad Auschwitz», edito in Italia da Bollati Boringhieri e liberamente scaricabile da qui), Améry racconta un aneddoto accaduto nel 1943, quando condivide un appartamento coi suoi compagni partigiani. L’abitazione è confinante con una casa abitualmente frequentata da soldati nazisti. Un giorno, il rumore dei ribelli disturba la pennichella pomeridiana di un soldato, dall’altra parte del pianerottolo.

Allora quest’ultimo sale e, trafelato e ancora mezzo addormentato, invoca un po’ di quiete. Scrive Amery/Mayer: «La sua protesta – e per me questo fu il lato realmente spaventoso della vicenda – avvenne nel dialetto della mia regione. Da molto tempo non avevo più udito quella cadenza e questo suscitò in me il folle desiderio di rispondergli nel suo stesso dialetto. Mi trovavo in una disposizione paradossale, quasi perversa, fatta di enorme paura e al contempo di improvvisa, familiare cordialità, Perché quel tizio […] mi apparve d’un tratto come un familiare compagno. Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti con una bottiglia di buon vino una festa di riconciliazione?».

Nel suo «Scienze sociali e ‘natura umana’» [2003], Paolo Virno – che è anche uno degli esuli in patria del Pantheon di Wu Ming1 – commenta con stringata durezza questo racconto, traendone conclusioni legate alla condizione materiale e intellettuale dello spaesamento, tipica della contemporaneità: «Chi cerca radici prima o poi si commuoverà al dialetto di una SS», scrive Virno.

Tuttavia, citando ancora Améry, noi abbiamo «bisogno di vivere in mezzo a cose che ci narrano storie». Questa necessità serve a sperimentare un «agio sensuale – qui è di nuovo Virno che parla – nei confronti del proprio contesto vitale». Questa scommessa, si muove tra la perniciosa ricerca di uno pseudoambiente che magari ci accomuni persino ai nostri carnefici e il bisogno di un «luogo abituale». È una partita delicatissima e che si gioca tutta su un equilibrio sottile, che ci impone sì di costruire delle abitudini e degli spazi familiari, ma evitando di cercarle in una qualche forma di passato da ristabilire o facendo a meno di andare sulle tracce di una qualche tradizione da rispolverare.

Per me questa cosa ha anche fare con la soluzione del problema delle radici. Dalla città del sud dalla quale provengo, dove ho passato gli anni in cui si sceglie da che parte stare, si è passati dalla narrazione autoesaltante della «comunità sovversiva» [tanto più ficcante quanto basata anche su fatti reali e incontestabili] alla depressione sconfinata. L’unico modo per venirne a capo, per non farsi ingabbiare dentro il derby tra localisti e anti-localisti, è quello di andare a vedere. Dopo 18 anni di esilio, dopo aver passato la metà esatta della mia vita lontano dalla mia terra di origine, camminerò per un mese intero in giro per la Calabria.

(questo testo è un intervento nella discussione sorta su Giap!, il blog dei WuMing, a proposito di un testo di WuMing1 sul sentirsi straniero nella propria nazione: potete leggerlo qui)

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