La ‘ndrangheta liquida e il gioco melmoso delle identità

Lo scorso 8 giugno, un’operazione condotta nella provincia di Torino da un piccolo esercito di mille carabinieri ha portato all’arresto di 150 persone: sono accusate di essere affiliate ai 9 «locali» i gruppi di ‘ndrangheta che nella cintura del capoluogo piemontese agiscono ormai da anni in diversi settori. Hanno relazioni, ancora al vaglio degli inquirenti, con politici di entrambi gli schieramenti. Dimostrano di essere radicati sul territorio e di avere in mano aziende formalmente legali e traffici palesemente illegali. «Non a caso – scrive Marco Neirotti su La Stampa – la ‘ndrangheta è ‘la mafia liquida’».

Il fatto, l’ennesimo, conferma la penetrazione delle mafie oltre i loro luoghi di nascita oltre le categorie tradizionali. Ci fornisce lo spunto per ragionare di economia legale e illegale e soprattutto della relazione tra la cosiddetta «identità locale» e «business globale», che attraversa il tema della prima azienda per fatturato del nostro paese. Nell’ottimo e recentissimo volume sulle «Mafie in movimento», Federico Varese [Einaudi, 298 pagine, 19 euro] si propone di esaminare la conquista dei nuovi territori da parte del crimine organizzato. La ‘ndrangheta è uno dei casi che Varese, docente di criminologia a Oxford, analizza incrociando fatti di cronaca, atti processuali, contesti sociali e flussi economici. L’assunto di base è molto semplice e dimostra di reggere solidamente la prova dei fatti. Come spesso accade alle strutture di analisi solide e non estemporanee, il saggio di Varese contiene una presa di posizione metodologica e direi anche politica. L’assunto di partenza è che il cosiddetto «mercato» non è il campo di un gioco che premia automaticamente i «migliori». Esso è luogo di conflitti e violenze, di rapporti di forza e di tentativi di egemonia. È un campo di tensioni diverse, spesso contrapposte, che va governato e indirizzato. Le mafie, sostiene l’autore, riescono a introdursi in un territorio quando questo non presenta strumenti pre-esistenti di regolazione del mercato, delle controversie e delle contraddizioni che esso immancabilmente genera. I precisi appunti di Varese sull’impressionante penetrazione della ‘ndrangheta in Val di Susa, terra di capi-clan al confino, raccontano la capacità delle ‘ndrine di sfruttare le ingiustizie generate dalle migrazioni degli anni del boom economico e di incanalarle dentro il mercato selvaggio della forza-lavoro e il sistema degli appalti. La cementificazione della Valle [oggi minacciata dall’inutile magnificenza della Tav] e la richiesta di braccia e betoniere non mediata da nessuna istituzione sono fondamentali, dunque.

La prospettiva di chi sostiene che il «senso civico» basti a frenare la penetrazione delle mafie, viene a cadere. Tutte le unità di misura del «senso civico» in Val di Susa lascerebbero pensare che quelle terre siano vaccinate contro questo tipo di malaffare: l’associazionismo locale è forte, le percentuali di votanti e iscritti ai sindacati altrettanto, la percezione di un «bene comune» da difendere al di là degli affari privati – come sappiamo bene – è diffusa, la memoria storica della Resistenza è presente. Ciò dimostra l’insufficienza della teoria del «capitale sociale» e della «cultura civica» di Robert D. Putnam: di fronte alla crescita economica e al flusso di capitali da investire [come accade negli anni dell’industrializzazione prima e dello sviluppo turistico e sportivo dopo], la ‘ndrangheta si candida a governare pezzi di mercato e processi economici che nessun altro si pone il problema di amministrare. Assumendo questo punto di vista, possiamo anche smentire un’altra vulgata, quella – in fondo razzista – che vuole che assieme le migrazioni dei calabresi si sposti anche la ‘ndrangheta. Varese racconta il caso di Verona, terra di migrazione forte e crocevia negli anni settanta-ottanta del boom dell’eroina, dove però lo spazio di mercato per una penetrazione criminale non c’era. E quindi da quelle parti il tentativo di prendere in mano pezzi di economia, ancora una volta a cavallo tra traffici leciti e capitali illeciti, è sostanzialmente fallito.

Varese fa comprendere che la ‘ndrangheta vince perché si candida a svolgere il lavoro sporco che in uno stato democratico, alcuni soggetti economici non possono fare. Dunque, le linea di demarcazione tra ‘ndrangheta e «società civile» diventa sottile. E, aggiungiamom noi, la presunta differenza tra un’identità settentrionale e una meridionale, entrambe soggette alle reciproche colonizzazioni e ai reciproci sfruttamenti a seconda del punto di vista, si relativizza di molto ed entra in un gioco di specchi e di convergenze parallele molto più complesso del semplice schema binario. A questo proposito, è utile leggere la nuova edizione de «La razza maledetta» [manifestolibri, 302 pagine, 30 euro], di Vito Teti. Il volume contiene un’antologia ragionata di testi sulle «origini del pregiudizio antimeridionale»: ci sono – tra gli altri – Cesare Lombroso, Gaetano Salvemini, Alfredo Niceforo e Napoleone Colajanni. La «razza», categoria inesistente dal punto di vista biologico, qui viene spiegata dal punto di vista della costruzione sociale e politica. La costruzione della presunta «inferiorità» dei meridionali viene definita da Teti un «romanzo antropologico» che è utile a spiegare semplicisticamente le differenze tra Nord e Sud senza assumerne le conseguenze economiche. Nell’introduzione alla nuova edizione, l’autore ripercorre questa analisi e la colloca in un punto cruciale della nostra storia recente, ancora poco indagato: alla fine della «Prima repubblica», la Lega rispolverò tutti gli stereotipi dell’odio anti-meridionale: chi viene dal Sud sarebbe dunque incapace di rispettare le regole e di integrarsi nella cosiddetta «civiltà moderna». La «nozione ambigua di identità», cioè l’utilizzo di questa come concetto astorico e monolitico, serve a dividere una storia che, piaccia o no, è profondamente intrecciata: sarebbe impossibile raccontare il Risorgimento facendo torto ai moti di ribellione meridionali. O, più di recente, non si possono comprendere le lotte operaie del 1969 al Nord senza analizzare la soggettività della forza lavoro del Sud emigrata nei centri industriali. Questa cesura arbitraria e anti-storica produce un dispositivo ideologico che avevamo visto all’opera anche al tempo del colonialismo: per rafforzare l’identità settentrionale i neo-razzisti hanno bisogno di costruire quella meridionale. È una trappola che ha ingabbiato anche alcuni tentativi di opporsi al leghismo. Teti cita un meridionalista al di sopra di ogni sospetto come Franco Cassano, che all’inizio degli anni novanta fu teorico del «pensiero meridiano» e artefice della riscoperta del Sud, quando afferma che troppe volte rifugiarsi nell’identità ha significato abbandonarsi al «giocare melmoso con i propri vizi». Insomma, a volte per «rispondere alle denigrazioni esterne» – scrive Teti – si privilegiano «i modelli positivi [o ritenuti tali] dell’identità meridionale», rinunciando «quasi del tutto alla denuncia dei guasti o dei mali presenti in quella società». Capita, quando si cerca un’essenza trascendentale invece di indagare una condizione materiale e storicamente determinata. «Appare abbastanza singolare – spiega Teti più avanti – che la denuncia del modo singolare di compiere l’unificazione, dell’invasione del Sud e della conquista militare, dell’uccisione di diecine di migliaia di ‘briganti’ e contadini, si traduca poi nella totale ignoranza del Risorgimento meridionale, sia nel rimpianto dei Borboni e di un buon tempo andato mai esistito, con toni di lamentela e autoesaltazione».

A venti anni dall’uscita della prima edizione de «La razza maledetta», è successo che il razzismo ha smesso di essere allusione ai discorsi identitari o mugugno sottovoce. È diventato discorso pubblico. Anche se leghisti hanno smesso avere i meridionali come bersagli privilegiati, preferendogli gli «extracomunitari», il meccanismo retorico e i luoghi comuni ai quali attingere sono sempre gli stessi. Con la differenza, nota Teti con amarezza, «che il germe del razzismo si è diffuso anche al Sud». Ecco quindi che l’impasto tra economie criminali del Sud e del Nord che analizza Federico Varese e il risultato di questo ventennio berlusconian-leghista che osserva Vito Teti è compiuto: «Il separatismo si compie anche con l’unificazione in negativo delle diverse realtà italiane».

[da Carta.org]

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One Response to La ‘ndrangheta liquida e il gioco melmoso delle identità

  1. Lucille dicono:

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