Così è cominciata la guerra

Ho scritto questo articolo nel luglio 2006, quando erano passati cinque anni dal G8 genovese. Lo ripubblico qui, ripescandolo dalla rete lungo il mio cammino calabro, perché al netto di qualche errore di prospettiva, ci sono ancora le cose che vidi e che pensai quando mi ritrovai per le strade in guerra di Genova, dieci anni fa.

La Guerra è cominciata cinque anni fa, il 20 luglio del 2001. Quando è avvenuto, mi trovavo in via Tolemaide, a Genova. Eravamo a decine di migliaia, in marcia verso la Zona rossa.

Mi ero imbacuccato, come gli altri. Un incrocio tra un giocatore di football americano e arlecchino. Qualche pezzo di materassino sulle spalle, tre bottiglie di plastica sulla schiena come paracolpi e un casco rimediato all’ultimo momento. Era senza cinghia, non potevo legarmelo al collo e mi stava largo, quindi mi ballava in testa. Pacche sulle spalle a profusione: per collaudare l’armatura e per rassicurarsi a vicenda. All’uscita dello stadio Carlini avevo incontrato Claudio che saltellava, eccitato come un bambino e con un materassino arrotolato in testa, a mo’ di turbante: “Giuliani’, non ho mai visto un corteo così motivato. Ce la faremo!”. Un anno e mezzo dopo l’avrebbero arrestato nel cuore della notte, mitra spianati, per aver attentato all’ordine economico dello stato. Lui si sarebbe vendicato scrivendo il libro più bello uscito finora sulle giornate di Genova.

Poi avevo fatto un altro pezzo di strada con un drappello di cosentini arrivati la notte prima. In cinque, ci tenevamo a braccetto formando un piccolo cordone anomalo. Gli raccontavo l’entusiasmo delle giornate precedenti, le ultime discussioni all’interno del Genoa social forum, la meravigliosa efficienza del media center.

Ero convinto che questi segnali anticipassero la vittoria. Cosa avrebbe voluto dire, “vittoria”? Avremmo invaso la sede del G8? Bush e Berlusconi avrebbero chiesto scusa in mondovisione e avremmo ballato per tutta la notte – autonomi suore ravers scout punk volontari squatter vigili studenti – di fronte a palazzo Ducale? Avremmo messo un piede nella zona proibita, e poi li avremmo lasciati fottere, i signori del pianeta, e ci saremmo andati a fare un bagno a mare?A pensarci adesso non me lo ricordo. Probabilmente non ne avevo idea, di che cosa avremmo potuto ottenere, nell’immediato, per tornarcene a casa vittoriosi, per poter dire “Missione compiuta”. Ma sapevo che quell’esercito di straccioni che stava assediando i potenti della terra segnava un punto di non ritorno. Parlavo, e cercavo di spiegarlo ai miei fratelli che annuivano preoccupati, mentre guardavano le nuvole di fumo salire dai confini della Zona rossa.

Quando arrivammo, la città ancora era in preda al tran tran quotidiano. A pochi giorni dall’inizio del vertice, i giornali sostenevano che i manifestanti contro il Vertice avrebbero sequestrato degli agenti di polizia per usarli come scudi umani nel tentativo di sfondamento della Zona rossa. Ma ancora non erano state montate le sbarre a protezione degli Otto grandi. Ci dirigemmo subito al Media center della scuola Pascoli, di fronte alla Diaz, dove si sarebbe consumata la mattanza. C’erano i primi mediattivisti delle radio e dei siti, gli smanettoni che avevano costruito la rete telematica. Mancavano ancora gran parte degli abitanti di quella palazzina, che sarebbero arrivati a mano a mano nelle prossime ore. Aspettavamo anche i treni con i compagni e le compagne da tutt’Italia e sapevamo che le nostre vite sarebbero cambiate.

A dieci anni dalla Prima guerra del Golfo, che aveva segnato la mia prima manifestazione, sentivo che mi trovavo a un punto di svolta. L’accumulazione d’immaginario, saperi e pratiche degli anni novanta, quei miei primi dieci anni di movimento, era arrivata a maturazione. Ne avevamo per tutti. Come il gatto gioca col topo, facendo finta di distrarsi per il gusto di riacciuffarlo, usavamo allegramente i mass media. Scoprivamo parole nuove, e appena queste diventavano un cliché ne tiravamo fuori altre. Parlavamo al mondo a cuore aperto, e la società civile globale ci guardava con curiosità. I partiti inseguivano col fiatone o rimanevano al palo.

Eravamo indefinibili. Non eravamo né violenti né nonviolenti. Eravamo nuovi, ma venivamo da lontano. Giovani ribelli e vecchi nostalgici. Eravamo i marginali delle periferie sfigate dell’Impero che reclamavano la loro fetta di torta. Ma eravamo anche i nuovi protagonisti della Storia, arrivati direttamente dal cuore pulsante della produzione globale. Eravamo la vera faccia della globalizzazione, frutto della potenza spaccafrontiere dei movimenti dei migranti in cerca di libertà e delle pretese anti-economiche degli operai occidentali stanchi di sacrifici. O piuttosto eravamo un urlo disperato delle vittime della globalizzazione neoliberista, idra a cento teste di un sistema che ha innescato automatismi antropologici ed economici tali da portarci verso l’Apocalisse.

Ballavamo a testa alta sulle tombe dello stato-nazione e del lavoro salariato, i due principali artefici delle sconfitte delle istanze di liberazione novecentesche. Ma forse cominciavamo a correre lungo la via del disastro che si sarebbe consumato negli anni a venire e che era stato annunciato dalla tonnara dei Balcani. Era bello stare in mezzo a questi opposti. Facevamo impazzire analisti, osservatori, guardie e politicanti. Ma puoi rimanere a fare surf sulle onde della complessità solo quando sei tu a dettare le regole del gioco e a decidere i tempi del cammino. Se la tua unica arma è una narrazione che si propaga di bocca in bocca fino a svuotare di senso il cuore immateriale della produzione globale, basta il fragore delle bombe per impedire che la tua voce si senta.

Se la materialità pesante della Guerra irrompe sulla virtualità leggera del capitalismo postmoderno, il gigante dai piedi d’argilla crolla travolgendo con le sue macerie tutto quello che sta sotto. Con la Guerra non puoi più giocare di fino. Gigi Lentini, eterna promessa del calcio italiano e primo protagonista di trasferimento miliardario del neocalcio, è passato dalle piroette di San Siro con il Milan alle botte nei campi dell’Interregionale con il Cosenza. E non ha avuto vita facile. Ogni tanto, sprazzi di genio e sospiri sugli spalti, ma nulla di più. Le prime file, quelle con gli scudi di plexiglass, avevano cominciato a guadagnare la testa del corteo e via Tolemaide andava stringendosi. In altre occasioni, la testuggine di scudi si era rivelata efficace e i compagni delle prime file in grado di proteggere il corteo. Per questo non mi preoccupavo più di tanto per ciò che sarebbe avvenuto lì davanti.

Mi misi a perlustrare le strade laterali. A destra, c’era la ferrovia. A sinistra, alcune traverse che davano verso la città. Mi fermai e vidi che sfociava su di una piazza. Piazza Alimonda. Pensai che ci avrebbero potuto attaccare da lì, per dividere il corteo in due tronconi. Non ho mai rivisto le ricostruzioni di quanto è avvenuto in quei momenti. Ho sempre badato a coltivare la memoria: dalla strage di piazza Fontana all’omicidio di Valerio Verbano, ho ricordato le circostanze in cui il lato oscuro della democrazia è venuto fuori. Ho tenuto il conto della cronologia della striscia rosso-sangue che si allunga, ogni volta che in questo paese ci sono dei morti causati da neofascisti, polizia, eserciti e apparati deviati. Colpiscono ogni volta che un movimento diventa minaccioso e mette in discussione il Potere. Ma questa volta ho rimuginato per cinque anni. Senso di impotenza e frustrazione mi perseguitano ancora oggi. E non ho nessuna intenzione di cercare le mie pupille terrorizzate in mezzo alle altre migliaia, nelle centinaia di ore filmate da quel Grande fratello rovesciato che è stata Genova, dove tantissime persone avevano la loro telecamera.

Ero lì, e mi è bastato. Ho visto la carica a freddo, contro un corteo regolarmente autorizzato dopo mesi di trattative, con i blindati lanciati a velocità. Mi viene ancora la pelle d’oca quando penso alla generosità di chi stava nelle prime file e li ha sfidati, per difendere la fuga di chi rischiava di rimanere stritolato dal fumo giallo dei gas Cs sparato in quel budello che era via Tolemaide. E so bene che Carlo Giuliani e gli altri che si trovavano in piazza Alimonda, cercavano di fermare (e ci riuscirono, anche se a caro prezzo) un plotone di Carabinieri che voleva aggredire la manifestazione. Per scacciare ogni dubbio sulla natura globale della Guerra dichiarata quel giorno a Genova, mi sono appuntato che quella carica fu opera di professionisti del terrore: nelle schiere dell’Esercito dell’Impero c’erano i corpi speciali dei Carabinieri che si erano fatti le ossa nelle “missioni di pace” italiane, quelle in cui la gente venne torturata con gli elettrodi attaccati ai coglioni, come è avvenuto in Somalia.

Le strade di Genova in quei giorni erano come Beirut, Gaza, New York e Kabul. Chi ha visto Genova ha visto anche le sbarre di un Centro di detenzione per migranti, ha vissuto i ritmi nevrotici di lavoro di un call center, ha subito la violenza delle betoniere che occupano una montagna per costruire una Grande opera. Tornammo verso lo stadio Carlini, inseguiti fino ai cancelli dalle cariche delle forze dell’ordine. Il dolore di un chiodo conficcato nel cervello mi ricordava che avevo respirato per ore un gas velenoso. In mezzo alla gente che si abbracciava in lacrime mi misi a cercare le facce dei miei amici, per verificare che stessero bene. Incontrai Paolo avvolto in accappatoio a quadri scozzesi, come un nobile, di quelli interpretati dal Vittorio Gassman dei tempi d’oro. Una scena surreale. Mi disse che aveva deciso di farsi una doccia perché era l’unico momento in cui “non c’era la fila”. Presi nota: “Per sopravvivere in Guerra serve l’ironia”.

Il giorno successivo trecentomila persone scesero in piazza, nonostante Ds e Cgil avessero invitato la gente a starsene a casa. Ma a centinaia raggiunsero la città, capirono che chi avrebbe manifestato sarebbe stato in grave pericolo e che solo in tanti ci si sarebbe potuti salvare. I miei compagni si guardarono negli occhi e capirono che bisognava sfidare lo stato di Guerra e manifestare, ma anche che bisognava portare a casa la pelle. Per questo ripristinarono cordoni e servizio d’ordine, e a passo veloce si avviarono in corteo tenendo a bada polizia e black bloc. Sono in corso tre processi a Genova per le violenze e le torture di polizia e carabinieri. A farne le spese, soprattutto i manifestanti meno organizzati, quelli che venivano dall’estero, i piccoli gruppi. Dopo una giornata di follia per le strade roventi di Genova, mi trovai allo stadio Carlini. Le migliaia di persone che avevano trasformato quel campo sportivo di periferia in una cittadella della disobbedienza (con tanto di cucine, sale internet, laboratori artistici) si avviarono verso la stazione ferroviaria. L’esercito impazzito che vagava per la città aveva fatto capire che avrebbe garantito un periodo di tregua perché tutti se ne andassero. Rimanemmo al Carlini in venti persone. E mentre stavamo per raggiungere il media center per recuperare le nostre cose, ci telefonò Annetta. “Non venite qui, stanno per assaltare la scuola Diaz e il media center. Ci sono rastrellamenti nelle strade qui intorno”. Anche questa telefonata, che ci ha salvato dai pestaggi della caserma di Bolzaneto, sarebbe stata intercettata e finita nel plico del pm Domenico Fiordalisi, della procura di Cosenza. Il processo per associazione sovversiva è ancora in corso: di fatto (insieme ai procedimenti contro 86 poliziotti alla sbarra per le violenze di piazza e una sessantina di manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio” con la singolare aggravante della “compartecipazione psichica”) il processo sui fatti del luglio 2001 è quello di Cosenza. Quello ordito da Fiordalisi, imboccato da Ros e Digos, è un procedimento che riscrive le storie collettive di decine di persone, tutte quante spiate per anni, in funzione di una pena esemplare da sbattere in faccia all’opinione pubblica. Bisognava abbandonare il Carlini: dopo la scuola Diaz la polizia sarebbe arrivata qui, nella tana del lupo.Stavamo decidendo che saremmo usciti, a piedi, nelle strade silenziose della città, quando un tizio sconosciuto, sulla quarantina, si mise a urlare con una spranga in mano: “Dove cazzo andate! Dobbiamo resistere, non dobbiamo dargliela vinta! Barrichiamoci dentro”. Resosi conto che non avevamo nessuna intenzione di giocare alla guerra, si allontanò con aria vaga verso il cancello. Con una tempistica impressionante passò un taxi, si aprì la porta di dietro, e il tipo montò sull’auto, con tutta la spranga. Mi resi conto che poteva accadere di tutto, non c’era più nessuna certezza, tutti i diritti erano stati cancellati.

Demmo vita a una lenta e interminabile via crucis, e accompagnammo alcuni manifestanti in luogo più sicuro. Poi ci infilammo in macchina e cercammo con ansia una via d’uscita da Genova. Stravolti dalla stanchezza, accecati dalla rabbia e annichiliti dalla paura imboccammo l’autostrada contromano. Una macchina della polizia stradale ci fermò dopo pochi metri. “Addio”, pensammo. E invece l’agente ci disse, con fare paterno: “Ragazzi, tutto a posto? Se siete stanchi fermatevi a dormire, non mettetevi in viaggio”. Farfugliammo parole incomprensibili e ripartimmo. Nei giorni successivi in tutte le città italiane si manifestò contro la brutalità delle forze dell’ordine. La sinistra istituzionale, sconfitta pochi mesi prima alle elezioni politiche, non teneva più il rapporto con la base, che cominciava a guardare con interesse lo strano animale che avanzava. Poi ci fu l’11 settembre. La Guerra fu dichiarata ufficialmente e cambiò il corso della storia. Di volta in volta veniva accompagnata da aggettivi inquietanti: “preventiva”, “globale” e “permanente”, “infinita”. Con quella faccia un po’ così, noi, che avevamo visto Genova, ci stupimmo meno di altri.

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2 Responses to Così è cominciata la guerra

  1. Kung dicono:

    è la foto precisa della cicatrice che abbiamo dietro le spalle e che da soli non riusciamo a vedere
    la speranza è che nei prossimi cinque anni diventi meno attuale

  2. Pingback: Raccontare Genova » suduepiedi.net

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