Il cammino da fare

A Giovanni Arrighi, luminare della sociologia e dell’economia, capitò trent’anni fa di insegnare all’Università della Calabria. Più di recente, qualche anno prima di scomparire, scrisse un libro fondamentale sulla Cina, intitolato “Adam Smith a Pechino”, che gli capitò di presentare in televisione, ospite de “L’Infedele” di Gad Lerner. Davanti alle telecamere, Arrighi espose le sue teorie circa lo sviluppo dell’economia cinese, ma gli capitò la sfortuna di discuterne con il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, il quale disse più o meno che in Cina le cose non andavano come diceva lo studioso, perchè lui era stato lì e aveva visto coi suoi occhi dove andava quel paese. Detta così, è facile prendere posizione: tra il prof e quello che tecnicamente possiamo definire “idiota” (stiamo citando la definizione che dei leghisti ha dato la studiosa francese Lynda Dematteo), stiamo col primo. Ma la contesa solleva una questione metodologica che mi attanagliato per un mese di cammino: camminare in un posto e vedere coi propri occhi, significa automaticamente comprenderlo? Ovviamente no. Per dirla con le parole di Wu Ming 2, interpellato prima dell’inizio del viaggio, si tratta di mediare tra “sguardo dall’alto” e “ottica di strada”.
Di camminare col quaderno in mano, consultando idee e appunti. Leggendo analisi come quelle del sociologo newyorchese Andrew Ross, che ha osservato come attorno ai grandi college statunitensi, di solito si situa una cintura di aziende in cerca di manodopera a basso costo. Gli stessi studenti che al mattino seguono corsi di alta formazione o fanno esperimenti in laboratori supertecnologici, al pomeriggio e alla sera superano le mura dell’accademia e lavorano per pochi dollari all’ora, trasformandosi in mano d’opera ottocentesca, con molti calli sulle mani e poche garanzie. Così, all’interno dello stesso spazio fisico, nel raggio di poche miglia, e persino nel contesto della stessa giornata della vita di una persona, è possibile attraversare più tempi storici. Questo stravolgimento spazio-temporale merita di essere percorso fino in fondo perchè riguarda anche il nostro viaggio. L’importanza di osservare i luoghi e attraversarli sta dunque anche nel fatto che ciò consente di comprendere come le diverse epoche possano succedersi, come si possa girare l’angolo e ritrovarsi dallo scenario post-industriale del ventunesimo secolo alle workhouses del diciannovesimo.
Ad esempio, il solo fatto di percorrere a piedi, con taccuino e macchine fotografiche, lo spazio esiguo che separa la schiavitù coloniale degli aranceti di Rosarno dal porto iper-tecnologico di Gioia Tauro, servirebbe ad abbattere le barriere invisibili che hanno tenuto nascoste per tanti anni la rabbia dei lavoratori africani e la crisi della logistica marittima dei portuali di Gioia.
Lo spazio, in quel caso come in tanti altri, è diventato un contenitore del tempo, un modo per organizzarlo, per esercitare potere e per governare la complessità. Per permettere che esso contenga così tanti mondi. Dunque, immergersi nello spazio, esplorando con mezzi di trasporto insoliti le vie note e inerpicandosi in quelle ormai poco battute, significa raccoglierne la storia. Perchè quando l’orologio e la bussola si sovrappongono, le storie diventano viaggi, e la disposizione geografica delle cose assomiglia sempre più alla loro narrazione.

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One Response to Il cammino da fare

  1. manu dicono:

    Raccontare la Calabria è compito assai arduo. I troppi punti di vista (di chi la subisce, di chi ne vive lontano e la rimpiange, di chi la usa per biechi scopi, di chi la mortifica e la ferisce) si accavallano attuando processi mistificatori che partono dall’interno: per coglierne la vera anima c’è bisogno di viverla, giorno dopo giorno, ora dopo ora, facendosi parte di un contesto che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, ha bisogno di essere sviscerato e compreso… e, forse, “camminarla” con la testa agevola la lettura di una parte di strada (vera) tracciata dai passi di chi, prima di voi, ha voluto raccontarla.

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