La fiction nera di Reggio Calabria

Uno dei monumenti all’industrializzazione mancata si trova a Saline: si tratta della grande ciminiera che domina la costa, simbolo di una fabbrica che non ha mai cominciato a produrre. Anche le grandi officine ferroviarie sono ormai ferme. Così, la costa ionica reggina si trova a condividere il paesaggio postindustriale di Detroit o Torino senza averne mai goduto i fasti e la prosperità.
Alle porte meridionali di Reggio Calabria, dentro i confini immaginari della “città metropolitana” immaginata nel fascismo e rispolverata di recente dai governanti del nuovo corso, c’è una grande pietra di marmo di Carrara. Indica il trentottesimo parallelo, la linea che attraversa la città e che tocca anche Atene, Smirne, San Francisco e Seul. Proprio il tracciato coreano, nel secolo scorso segnava uno snodo cruciale sul fronte a macchia di leopardo della guerra fredda. Anche Reggio, in qualche modo, ha corso lungo la linea calda di quella guerra a bassa intensità. Lo si comprende gradualmente. Prima bisogna camminare ai piedi delle palazzine dei ferrovieri e costeggianfo le case dei pescatori di via Galileo Galilei, dopo lo stadio, nel quartiere edificato dopo il grande terremoto del 1908.
Oltrepassata piazza Garibaldi e la salutata la stazione centrale, arrivo sulla via Marina. Cammino per un chilometro lungo questo sentiero bianco affacciato sullo stretto. È un percorso ventoso e volubile come l’umore degli indigeni, un itinerario che alterna la meraviglia del panorama al dubbio gusto degli insediamenti commerciali. Qui si trova il busto di Ciccio Franco, agitatore pittoresco della rivolta di Reggio, personaggio dell’estrema destra locale che adesso presta il nome ad un’arena estiva. Negli anni scorsi, il busto di Franco (il reggino Ciccio, da non confondere con lo spagnolo Francisco) ha osservato con paradossale piglio mussoliniano le figurine di lelemora passeggiare a pagamento per le nottibianche. È una delle intuizioni eteree del cosiddetto “modello Reggio”: traslocare l’anima eversiva nei camerini della televisione per rendersi appetibili alle nuove generazioni. Presto magari progetteranno una fiction sulle giornate per Reggio capoluogo: chi interpreterà il neonazista Stefano Delle Chiaie, detto “er caccola”?
Più avanti, ecco il porto e la zona di Pentimele. Poi un’unica conurbazione, disordinata ma viva, puntellata da bar luminosi e fornitissimi di dolci locali, che lungo la via Nazionale conduce prima al quartiere di Archi, poi a Gallico, dove il lungomare e la spiaggia sono stati smembrati da lavori in corso francamente inspiegabili, e Catona, da dove San Francesco di Paola sarebbe salpato usando il suo mantello come zattera, per andare in Sicilia senza pagare dazio. A Villa San Giovanni c’era fino a qualche anno fa un grande stabilimento Fiat. Adesso è stato sostituito da un centro commerciale. Oltrepassati gli imbarchi per la Sicilia, ci sono quattro chilometri di passeggiata lungo la costa che conducono all’incantevole borgo di Cannitello, dove i pescatori parcheggiano le spadare. Qui, un signore passa il rastrello lungo la sabbia dando prova di velleitaria tenacia. Più in alto, sollevo lo sguardo verso il punto in cui sarebbe dovuto sorgere il fantomatico Ponte sullo Stretto. Anni di polemiche, fondi per la progettazione e castelli di sabbia hanno smontato la grande opera virtuale, trasformandola in una costosissima barzelletta.
Più in basso, il signore col rastrello tira il fiato, e sospirando dice ad alta voce: “Non si finisce mai di fare sto lavoro”.

Questa voce è stata pubblicata in Diario. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *