La lucertola di Santa Barbara

Entrare a Gioiosa Ionica significa seguire la linea del cemento. Il disordine del comune commissariato per ‘ndrangheta si estende in un prolasso di fabbricati che arriva fino al mare. Camminando a piedi lo percepisco palmo a palmo, al contrario di quanto avvertono i suv che sfrecciano sull’asfalto. Bisogna risalire verso la parte superiore del paese per trovare una parvenza di criterio urbanistico. E si deve camminare per qualche chilometro verso la statale che porta a Rosarno, sull’altro mare, per arrivare nel territorio di Mammola, il paese del pesce stocco.
Santa Barbara era una chiesa-satellite della Certosa di Serra San Bruno. Il complesso è stato abbandonato per lungo tempo, fino a quando, quarant’anni fa ormai, non sono sbarcati da queste parti due artisti visionari come Nik Spatari e Hiske Maas – lui originario di Mammola tornato da queste parti dopo aver girato il mondo lei olandese cosmopolita – che hanno rimesso in piedi questa struttura letteralmente pietra dopo pietra, facendola dialogare con le avanguardie artistiche contemporanee e utilizzando spesso materiale di risulta come mattonelle in disuso, bottiglie, pietre. Così, Santa Barbara non è l’ennesimo voto ad un passato che si vuole per forza di cose glorioso ma che non tornerà mai, e che quindi diventa una prigione, oggetto di ammirazione e frustrazione al tempo stesso.
Al contrario, questo è un posto vivo. Il compito principale di ogni produzione artistica è quello di farci percepire l’eccedenza della vita sulle unità di misura correnti. Da queste parti, a pochi chilometri da quelle macerie di cemento armato sulla spiaggia che chiamano case, Nik e Hiske dimostrano come si possa creare e modificare il paesaggio senza che ciò significhi arrendersi al brutto e all’insignificante. C’è una terza via tra immobilismo e devastazione.
Il gigantesco dipinto del sogno di Giacobbe è una specie di Cappella Sistina contemporanea, che utilizza la narrazione della Genesi per proiettarci oltre le miserie contigenti, per rimandare – in maniera paradossale e irrisolvibile come solo l’arte può fare – alla relazione tra immanenza e trascendenza, tra rappresentazione e vita. Arrivano gruppi di giovani alla riscoperta della Calabria e si sdraiano sul pavimento per smarrirsi nel dipinto. “Abbiamo difeso questo posto con le uniche armi che avevamo – mi racconta Hiske – quando volevano costruire, abbiamo seminato opere d’arte per fermarli. Ci dicevano che avremmo fatto perdere posti di lavoro, ma abbiamo sempre vinto e li abbiamo costretti a spostare progetti e tracciati più in là”. Nik cucina delle melanzane ripiene con lo stesso furore che impiega per dipingere o impastare il cemento. È un artista totale, selvaggio e sensibile allo stesso tempo. Quando gli dico del mio cammino mi racconta di quando, da bambino, se ne andava a dormire nei boschi con la sua famiglia per fuggire dai bombardamenti. “Era bello accamparsi sotto le stelle”, dice.
Una lucertola colorata lunga dieci metri ci osserva da sotto la sopraelevata. È di vedetta al confine con la distesa bianca e pietrosa della fiumara a secco, sorveglia che dall’altra parte della valle non arrivi qualche burocrate in vena di devastazioni, che l’anima nera che devasta la terra e abitua le genti al degrado non si avvicini. Domani scenderemo di nuovo verso la costa, seguendo il corso immaginario delle acque prosciugate.

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2 Responses to La lucertola di Santa Barbara

  1. Gino Larosa dicono:

    Ciao Giuliano,
    Sabato dopo pranzo, ero venuto a salutarti al Museo Santa Barbara.
    Dicky, Sony, Hiske e Nik mi hanno detto che sei partito in mattinata, peccato!!! ci tenevo tanto a parlare con te una diecina di minuti, del progetto e delle tappe di viaggio. Comunque, ti seguo sempre su Il Quotidiano della Calabria e sul web.
    Ciao Ciao
    Buon Cammino

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