La melanconia di Nicastrello

Verso le 18 a Nicastrello, borgo abbandonato per l’emigrazione nei dintorni di Capistrano, io e Vito Teti – antropologo e molto di più, per l’occasione mia guida nelle Serre calabresi – veniamo sorpresi da quel sentimento di nostalgia, tenerezza e rimpianto che dimora tra le rovine. È quella che Vito chiama “melanconia”. Qui, nel paese diroccato, ogni 18 agosto ci vengono a mangiare e bere, e a eleggere all’unanimità – vota lo zero per cento degli abitanti, che sono zero – il sindaco di Nicastrello, paese più tranquillo del mondo, senza delinquenza, né cattiva amministrazione né vicini di casa rumorosi.
Abbiamo cominciato questo viaggio, ormai quasi tre settimane fa, dalla “new town” di Cavallerizzo, ragionando di “paesi doppi” come metafora del rapporto tra passato e futuro e tra locale e globale. Come ogni cammino che si rispetti, insomma, questo doveva mettere in relazione tempi e spazi diversi. Vito mi racconta dei paesi doppi che nascono in Canada e nelle terre d’emigrazione, dei suoi amici d’infanzia che sono partiti e che considerano lui un loro “doppio”, che conduce la vita che loro avrebbero potuto vivere se non fossero mai partiti.
La giornata era cominciata circa 10 ore prima, quando il cammino alla volta delle Serre, e della nostra meta, San Nicola da Crissa, aveva avuto inizio. L’ospite della tappa era Ernesto Orrico, attore e autore teatrale. Ernesto ha scritto e recitato, tra le tante altre cose, “’A Calabria è morta”, un monologo durissimo sui mali di questa regione. Una specie di Urlo trasportato negli Anni Zero della Calabria, quando le illusioni sullo “sviluppo” sono tramontate.
Una cura omeopatica contro la violenza, verbale e non, della mancanza di futuro e del malgoverno. “Ogni volta che recito quel monologo sto male, così quest’anno ho rifiutato due repliche”, dice Ernesto mentre risaliamo dal bivio dell’Angitola, lago artificiale che prende il nome dal fiume che scende dai monti per venti chilometri, esattamente il tragitto che ci aspetta. Percorriamo quella che una volta si chiamava “Via Regia”, era stata costruita dai Borboni e veniva utilizzata per arrivare fino allo Ionio. La strada, risale fino alle Serre e poi arriva alla ferriera di Mongiana, il centro siderurgico del Regno delle Due Sicilie costruito alla metà del diciassettesimo secolo. È una strada verde e ricca di corsi d’acqua, seppure lontani dall’asfalto e seminati lungo le campagne. Quando ci lasciamo il lago Angitola sulla destra, cominciano i tornanti tagliano i boschi del Fellà. Superati gli ulivi secolari del santuario, siamo a due chilometri dalla nostra meta, Ernesto – rincuorato dall’acqua di una fontana e dalla prospettiva dell’arrivo – improvvisa una rappresentazione on the road tratta dalle storie di briganti calabresi di “Jennu brigannu”: si parla di proprietari terrieri e latifondi, dell’origine di questa sconfinata proprietà e di chi altro non possiede che il proprio lavoro. È la degna chiusura di un cammino che ci ha visti discutere di precarietà esistenziale e di possibili vie d’uscita.
Al campo sportivo di San Nicola si arrostiscono salsicce e si disputano le partite accese dell’ultratrentennale torneo degli emigranti. Sei squadre si sfidano, la vincente avrà poi il privilegio di scontrarsi con una formazione composta da paesani emigrati. La confidenza discreta del bar di San Nicola è la sosta che sancisce la fine della giornata. Il luogo della socializzazione e dello scambio di notizie ed esperienze, di fronte a una girandola di bicchieri. La melanconia torna quando, andando verso casa, lungo la “ruga”, Vito tiene il conto delle finestre chiuse e degli appartamenti abbandonati.

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2 Responses to La melanconia di Nicastrello

  1. Pingback: Scaldiamo i muscoli: San Pietro e Pedace » suduepiedi.net

  2. Intenso racconto. Evocativo, ‘scanzonato’ a sufficientemente melanconico….
    Anche la nostra associazione nel nostro piccolo sta facendo un viaggio per i paesi abbandonati d’Italia (cfr link: http://associazione9cento.wordpress.com/produzioni/paesi-abbandonati/memorie-fragili/)
    La gita è sicuramente stata impreziosita dalla presenza del Professor Teti, un punto di riferimento per tutti quelli che di abbandono si occupano.
    Grazie per la poesia del resoconto.

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