Naufragare a Riace

Dalla strada statale di Riace Marina al paese storico, ci sono sette chilometri di salita leggera. È una strada da fare prima del tramonto, quando il colore dei campi e le ombre delle colline oscillano tra il giallo e il rosso.
La targa di benvenuto ricorda che questo è il “paese dell’accoglienza”. Ormai da qualche anno, Riace utilizza i fondi per accogliere i rifugiati politici e i richiedenti asilo allo scopo di ripopolare il paese storico che giace semi-abbandonato come i tanti altri che ho attraversato in ormai oltre tre settimane di cammino.
L’idea è quella di costruire un circuito virtuoso che affianchi all’opera di accoglienza lo sviluppo di piccole economie e la crescita del turismo sostenibile. Per sopperire ai ritardi con cui arrivano i fondi del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, il sindaco Mimmo Lucano s’è messo pure a battere moneta: Gandhi compare sulle banconote da 50 euro, Martin Luther King su quelle da 20, Che Guevara e Peppino Impastato sui biglietti da 10. Una via di mezzo tra la moneta autonoma e i ticket restaurant.
Una ventina di appartamenti vengono affittati ai viaggiatori che ne fanno richiesta, a prezzi più che competitivi. Mi sistemano nella casa denominata “Alba chiara”, caratterizzata dalla meravigliosa terrazza che sovrasta la costa.
Poco più su, in piazza, c’è la festicciuola di compleanno di una bambina etiope. Sulla strada che scende c’è un negozietto di artigianato afghano tenuto da una famigliuola di migranti. Di fronte, i vecchi del paese in sandali, canottiera e calzoncini discutono del più e del meno ai tavolini di un bar.
La scommessa di Riace come tutte le cose vere è molto rischiosa. Essa si inserisce nel mezzo del dibattito sull’autonomia dei processi migratori. I movimenti moltitudinari di uomini e donne oltre i confini imposti non sono solo variabile dipendente di squilibri e miserie, ma contengano elementi creativi, che turbano sia il luogo da cui si parte che quello in cui si arriva e che rivendicano autonomia e libertà. Non è un caso che le rivolte contro i regimi autocratici in Tunisia ed Egitto si siano nutrite di quell’immaginario a cavallo del Mediterraneo, impossibile da schematizzare secondo i canoni classici e frutto delle migrazioni. Lo intuisce e lo spiega con parole semplici ma più efficaci delle mie un giovane autoctono che incontro per strada. “Fino a pochi giorni fa – mi dice – qui c’era una comunità palestinese. Sono andati via, di notte. Dicevano che volevano lavoro e stabilità. Devono aver capito che qui siamo messi maluccio. Del resto, come dargli torto: si abbandonano gli affetti, si affronta un viaggio pericoloso e si fa un salto verso l’ignoto per stare meglio e allargare gli orizzonti. Vedi, io stesso mi sono sposato e ho lasciato il paese per andare sulla costa, dove è più facile muoversi”.
La grande favola dei Bronzi di Riace, elevati a simbolo delle magnificenze della Magna Grecia, pare destinata a ripetersi. Perché tutti gli studiosi sembrano concordare sul fatto che le due statue rinvenute nel mare di questa parte di Calabria non erano frutto del genio degli antichi abitanti di queste terre. Semplicemente transitavano a bordo di una nave che naufragò di fronte alla costa. Erano migranti di passaggio, non pionieri di una nuova civiltà.

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2 Responses to Naufragare a Riace

  1. Frederic dicono:

    e il naufragar m’è dolce in questo mare di parole…
    buonanotte, Giuliano!

  2. sordario dicono:

    e nessun bambino giuocava per strada?

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