Nella valle senza lamento

.A Galati di Brancaleone, una collina intera è divorata dalle cave. Mi appare come una bocca sdentata. Alla base del rilievo hanno messo delle otturazioni che sono oeggio del buco: palazzotti non ancora intonacati, rossi e grigi di mattone e cemento, ridono beffardi al blu del mare, che sbatte sulla sabbia poco più in basso.
Sorpasso lo splendore di Capo Spartivento. Oltre Bova Marina, imbocco la strada per Condofuri e comincio di nuovo a salire verso l’Aspromonte. Costeggio il letto arido dell’Amendolea fino a scorgere i ruderi del paese. Da queste parti si trova la vecchia Africo che venne abbandonata dopo la tragica alluvione del 1951. Mi tocca proseguire lungo la strada sempre più ripida e piena di tornanti per arrivare a Gallicianò, piccolo paese grecanico che affaccia sulla valle della fiumara bianca e che arriva fino al mare. Passa qualche secondo prima che mi renda conto di essere accerchiato dal silenzio. All’improvviso non sento più le macchine della statale 106 che mi sfiorano, le cicale dietro l’erba secca e la gente parlare. Soprattutto, non sento nessuno che si lamenta.
Lamentarsi è fondamentale, per i calabresi. Ho visto gente lamentarsi tra sé e sé, mormorando formule incomprensibili e battendo le palpebre a tempo, come se fossero metronomi della sinfonia della propria sofferenza. Perchè per essere presi sul serio bisogna soffrire.
Ho visto altri dissimulare il lamento. Una mia zia ogni sera si metteva a letto, appoggiava la testa sul cuscino e recitava una preghiera tutta d’un fiato. Era una strofa sola dedicata a Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria. Le parole indicavano la volontà di rimettersi al volere di Cristo e dei Santi, ma il tono era quasi di rimprovero, come a dire “Ecco qui, vedete voi che dovete fare, se non vi pare abbastanza quello che sto passando…”. Era un lamento. Cui seguiva una risata auto-ironica quando qualcuno le chiedeva se c’era qualcosa che non andasse.
Altri ancora, sono più espliciti, esclamano maledizioni ad alta voce, si producono in iperboli e paradossi per sostenere la legittimità della propria lamentela, si costruiscono storpiature e neologismi per evitare le bestemmie. Oppure ci sono quelli che sospirano vistosamente, e chi vuole intendere intenda. Si lascia in qualche modo libertà di interpretazione alla lamentela.
Ci si lamenta del caldo o del traffico, nel quale però ci si va a infilare come criceti nella ruota. Ci si lamenta della voglia di andare via o dell’impossibilità di restare, delle mancanze della classe politica e di qualche errore dei propri concittadini. Lamentarsi di tutto, in fondo, equivale a lamentarsi di nulla, ristabilisce una sorta di equilibrio mentale dentro il quale muoversi, uno spazio indistinto.
Mi dicono che un decano dell’antropologia calabrese ha riconosciuto un fenomeno ben preciso. C’è un lamento davvero calabrese, che per una qualche ragione da indagare produciamo solo noi e che è impossibile ritrovare al di là dello Stretto o varcando il Pollino. Noi calabresi siamo gli unici che ci lamentiamo quando ci stiamo sedendo. “Ahi ahi ahi”. “Aaaaaah!”. “E che cos’è!”. Non succede quando ci dobbiamo alzare, o mentre stiamo faticando. Ci lamentiamo al momento in cui troviamo riposo, e ci sarebbe da compiacersi invece di soffrire.
Ci faccio caso mentre sono qui, disperso nel silenzio solenne di questa valle, e spio nei miei appunti la gente che atterra sulla panchine e occupa le sedie di plastica.

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3 Responses to Nella valle senza lamento

  1. sordario dicono:

    l’antropologo non ha mai visto lo sketch di ficarra&picone mi sa 😀

    • incammino dicono:

      E ma quelli sono nullafacenti che stanno seduti e si lamentano, il calabrese invece si lamenta quando si siede. La differenza è sottile…

  2. sordario dicono:

    allora non l’hai visto neanche tu 😀
    però si, un po’ di differenza c’è 😀

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