Sulla vetta in Aspromonte

Risalgo lungo un sentiero nei boschi di faggio dell’Aspromonte. Percorro gli ultimi metri del mio cammino durato trenta giorni e qualche centinaio di chilometri con una certa frenesia. Non c’è più bisogno di mantenere il ritmo o di risparmiare il fiato. Ancora qualche passo e sbuco sulla vetta di Montalto, a 1956 metri sul livello del mare.
È una giornata autunnale di fine luglio, che era cominciata sotto la pioggia e mi aveva addirittura costretto a camminare in mezzo alla nebbia, lungo i quindici chilometri che da Gambarie conducono a Montalto. Una sosta per riempire la borraccia per l’ultima volta alla fontana di Tre Aie, l’incontro con un gruppo di scout reggini accampati da queste parti e poi la volata finale. L’aria doveva essere umida e fredda anche il 26 ottobre del 1969, quando questi boschi ospitarono il vertice di ‘ndrangheta che segnò il passaggio di scala della criminalità organizzata calabrese verso i traffici globali della droga e verso il primo tentativo di coordinamento delle proprie attività. Da allora, più di quarant’anni fa, la ‘ndrangheta ha cominciato a diventare la prima azienda nazionale per fatturato: una vera beffa se si pensa che è nata nella regione più povera della penisola. Quel summit – raccontano le cronache legnose dell’epoca – venne interrotto da un drappello di uomini in divisa e molti dei convenuti furono tratti in arresto. Ma quelle divise portavano in dote le medaglie di latta di una vittoria di Pirro, perché da allora l’Italia sarebbe diventata come la Thailandia o la Colombia: uno stato a sovranità limitata, che si rassegna al fatto che alcune porzioni di territorio siano in mano alla criminalità organizzata, i cui apparati economici e istituzionali si confondono, fanno affari e si scambiano favori, con le strutture parallele delle mafie. Come ha teorizzato di recente in una sua ricerca Federico Varese, docente di criminologia a Oxford, le mafie si insinuano dove c’è qualche traffico da regolare o qualche meccanismo da velocizzare, esse allora sono un succedaneo dell’autorità statale in crisi, una stampella della politica moderna sfinita. Ecco perchè divengono un fenomeno globale, ed ecco come mai, sulla cima di questa montagna ammantata di nuvoloni neri lungo l’Appennino, cerco il segreto della formula alchemica che fa coesistere con tanta efficacia tragica la catena delle tradizioni e la volatilità dei flussi finanziari. Come se quei centocinquanta convenuti di quarantadue anni fa avessero lasciato qualche traccia.
Volto le spalle alla statua di Cristo della vetta, che a sua volta curiosamente allarga le braccia non verso il paesaggio sottostante ma dal lato del bosco da cui si arriva, e ridiscendo il sentiero di Montalto. Sulla strada, divido un bicchiere di vino e un pezzo di pane col pecorino con una famiglia di ritorno dal santuario della Madonna della montagna di Polsi. Ci si chiama “compare”, si misurano e si mettono a gara i sapori delle terre di provenienza “senza disprezzo per nessuno”. Mi chiedono da dove vengo e dove vado. Sarebbe troppo lungo raccontarla tutta, la camminata di trenta giorni per boschi, spiagge e campagne.
Forse sarebbe anche inutile, perchè questo viaggio a piedi mi ha lasciato addosso l’istinto di sopravvivenza: è più importante la tappa successiva di quella precedente. Ed è più utile capire in cosa vogliamo trasformarci che cercare di tornare indietro a quelli che siamo stati.

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