Tra gli scavatori dell’antica Kaulon

Il ristorante di Badolato propone un dessert molto particolare: la specialità della casa è l’inquietante “mouse al limone”. La esse in meno trasforma il dolce in un topo condito con l’agrume giallo. E scatena il gioco dei refusi gastronomici via Twitter e Facebook e sul blog www.suduepiedi.net (dove trovate l’itinerario del cammino e tutte le puntate precedenti). Wu Ming, da Bologna, a stretto giro di tweet rilancia con una reminiscenza dagli anni ottanta” la “Piedina con lo spet” della pizzeria “Da Brunazza” di Portomaggiore (Ferrara).
Camminare da Badolato alla volta di Monasterace non è semplice. Appena fuori dai centri abitati, la strada statale è terreno di caccia per macchine ed autotreni. Allora bisogna spostarsi faticosamente sulla spiaggia, percorrendo i vicoli che costeggiano le fiumare secche, affondando i piedi sulla sabbia e di tanto in tanto fermandosi ai chioschi di legno, dove la Carrà remixata sancisce il tormentone dell’estate e ci invita a cominciare a far l’amore.
Le distese di rena bianca puntellate da pochi ombrelloni e da ancor meno bagnanti, sono occupate da stormi di gabbiani in fila sul bagnasciuga.
A Guardavalle, dopo la strada si risale su in tratto di lungomare. Ci arrivo alla controra, quando si sente in lontananza il pianto di un bambino e l’unico essere umano è un signore che sonnecchia a torso nudo attaccato come una ventosa al marmo fresco di una panchina.
Qualche giorno fa mi ha scritto Maddalena, giovane specializzanda in archeologia, per invitarmi a visitare gli scavi dell’antica città di Kaulon, nella zona archeologica che sorge tra la ss106 e il mare, dove sta lavorando.
Arrivo dalla spiaggia, risalendo all’altezza del faro di punta Stilo.
Trovo una decina di giovani capitanati dal professor Francesco Cuteri. Stanno lavorando a quella che chiamano “la Casamatta”, una porzione di scavi che ospitò prima un insediamento greco e poi, prima della vittoria dei romani, un luogo di culto occupato da un avamposto dei bretti in terra ionica. “Più in basso, oltre quella duna, c’era l’attracco delle navi – mi spiega Cuteri – da qui transitava il metallo estratto dalle ferriere della Mongiana, e la pece prodotta in Sila veniva trasportata a bordo di anfore sulle navi”.
A scandagliare il mare ci pensa Stefano Marinelli, il sub romano che in queste acque, soli pochi chilometri più a sud, trovò i Bronzi di Riace e che continua a esplorare i fondali. “Il movimento delle maree cambia continuamente i fondali – dice Marinelli – per questo ogni stagione potrebbe nascondere cose diverse”.
Iil campo base dei giovani archeologi che stanno riportando alla luce Kaulon è una scuola dismessa. L’atmosfera che si respira al quartier generale degli scavatori – che sono tutti “volontari”, così si chiama oggi chi lavora gratis per far riemergere l’eccellenza – è un miscuglio tra un master di alta formazione, un campo scout e l’occupazione di un centro sociale. Si dorme in brande sistemate dentro le aule e si cucina tutti assieme. Cuteri, il prof sulla cinquantina che dedica due messi all’anno a questa campagna, è al tempo stesso professore, trascinatore, cuoco e fratello maggiore.
Si colpisce di picchetto, cazzuola e spazzola per risalire ai diversi strati e ai resti lasciati del tempo. È un lavoro delicato, da cui c’è molto da imparare, visto che costringe ad inserire ogni granello di storia nel suo contesto, sporco ma prezioso, e a non trasformarlo in icona senza tempo.

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3 Responses to Tra gli scavatori dell’antica Kaulon

  1. Frederic dicono:

    Anche con questo capitolo fai Bingo, Giuliano! Non potevi infatti mancare a Kaulon, crocevia commerciale di intesa ricchezza storica.
    Parallelamente, a 5000 km da te e a 10 km dalla capitale turkmena dove ora mi trovo, ci sono i resti dell’antica capitale dei Parti – per mille anni in vita prima di soccombere sotto l’orda mongola – e completamente visitabili grazie ad un sito archeologico molto suggestivo, Patrimonio dell’Umanità. I primi scavi furono iniziati sotto il regime sovietico negli anni ’40 del secolo scorso, ma i più recenti sono stati condotti da una squadra di archeologi italiani guidata dall’Università di Bologna (oggi impegnati ad Est, presso l’antica Merv, in direzione dell’Afghanistan).
    Nissa aveva un’acropoli, con edifici pubblici e sacri e poderose mura; si ammirano ancora i resti di una fortezza, dove si trovavano le tombe reali degli Arsacidi; in una grande cantina sono stati rinvenuti circa 3000 documenti partici, cocci di anfore con scritte a inchiostro, per lo più relativi all’amministrazione di vigneti.
    E molto di quel che vediamo lo dobbiamo ad archeologi italiani! Uno di questi grandi pionieri del Turkmenistan si chiama Gianluca Bonora (adesso in Kazakhstan, tra gli scavi del Sir-darya) e approfitto del tuo blog per mandargli i miei migliori saluti e, ora che sembro una vecchina in onda telefonica, i “comblimendi per la trazmissione”!

    • incammino dicono:

      Right said Fred 🙂
      Eh, meno male che lì ci hanno pensato i sovietici a scavare. Qui si debbono adoprare dei giovani dal futuro indirettamente proporzionale all’entusiasmo. Sono una delle più belle testimonianze di questo viaggio, finora.
      G.

      • Frederic dicono:

        Ancora una volta, se traduciamo in russo la tua “opera viandante”, ne parlo qui ai miei comandanti ex-sovietici e facciamo venire i Kauloniani in Turkmenistan, dove c’è molto da scavare! Ma finchè essi nutrono quell’entusiasmo, è bene che lo riversino sulla Calabria.

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