Un Sikh con la maglietta degli Iron Maiden

Una folgorazione da melting pot, già l’avevo avuta a Gioiosa due giorni fa, quando avevo incontrato un indiano con tanto di turbante in testa e la t-shirt degli Iron Maiden. Allora mi muovo lungo il paesaggio spalmato di costruzioni malridotte o mai completate che porta ancora più a sud, lungo la costa. Da qui cominciano a essere onnipresenti i silos dei cementifici. Ne incontro almeno un paio per ogni centro abitato. Sono come razzi pronti al decollo, solo che servono allo scopo contrario, ad ancorarti ancora di più al corto raggio, all’orizzonte nascosto dai pilastri, a nascondere le grandi distanze. Fanno il paio con queste supposte di cemento, le tantissime concessionarie di automobili nuove ed usate, che si accompagnano spesso a cartelloni roboanti che marchiano attività commerciali sproporzionate nelle dimensioni, giganti di provincia che mascherano il loro essere grossolani con la pomposità involontariamente comica delle insegne: sono i “centri meridionali della calzatura” e i “paradisi della cameretta”. La striscia che da Gioiosa arriva a Siderno e Locri ci porta oltre la logica a due dimensioni della linea che dalla povertà dovrebbe condurre al benessere. In questo iper-luogo, in cui stimoli diversi si accavallano a caldo e stanchezza e mi fanno girare la testa, si muovono nervosamente le genti di queste parti. Appaiono meno pigre ma più stizzite di quelle che ho incontrato solo qualche decina di chilometri più a nord.
A questo overload di segni bisogna aggiungere anche il tempio Sikh “Gurudwara” di Locri. Attorno a questa chiesa indiana ruotano le centinaia di indiani che, soprattutto dalle terre di confine col Pakistan del Punjab, sono sbarcati qui nella locride a lavorare nelle campagne. Mi era capitato di andare nel tempio Sikh più grande d’Europa, a Novellara in provincia di Reggio Emilia, durante a una delle tante “emergenze sicurezza” che affliggono artificialmente da anni il nostro paese e che indirizzano l’attenzione dell’audience contro migranti e periferie. Lì la polizia municipale aveva deciso di chiudere un occhio quando vedeva passare i giovani Sikh in turbante ma senza casco. In cambio, gli indiani facevano finta di non sapere che le mucche che allevavano col rispetto che si deve alle vacche sacre, spesso finivano al macello. Qui a Locri, quando va bene un lavoratore indiano guadagna 30 euro per una lunga giornata di lavoro. La comunità locale li considera degli ottimi (ed economici) faticatori, ma li ignora quando si tratta di considerarli al di fuori della lunga giornata di lavoro. Sonj ha 32 anni ed è qui da 6. Quando scopre che cammino da 25 giorni insiste per raccontarmi la sua Odissea dall’India all’Italia. È arrivato in aereo fino a Mosca, dove è stato preso in consegna dai trafficanti e portato al confine con l’Ucraina. Lì ha vissuto per 17 giorni in una stanza ammassato con decine di persone. Unico pasto giornaliero: un bicchiere di riso e una tazza di té. Dall’Ucraina ha camminato sotto la pioggia e al freddo prima verso la Cecoslovacchia e poi verso l’Austria. “Lì ho avuto un momento di disperazione – racconta – ho indicato la pistola dell’uomo che ci conduceva e gli ho chiesto di spararmi alla tempia. Erano morte già due persone, sfinite dal freddo e dalla fame, e l’uomo mi ha dato una pillola energetica, una specie di droga che mi ha consentito di proseguire. Volevo raggiungere mio cugino in Portogallo, ma invece sono finito ad Ardore, qui nella locride”.

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