Juventini, razza maledetta

Questo articolo è comparso cinque anni fa sul sito di Carta. Si era alla vigilia dell’esordio della Juve in serie B. Lo ripesco adesso, in occasione della fine del processo a Moggi per “Calciopoli”: stasera è attesa la sentenza.

«Voi del sud, tutti juventini». Da Frosinone in su, questa affermazione ricorrente frulla la banalità dell’odio di due terzi degli italiani per l’altro terzo juventino e lo squallore del pregiudizio razzistoide antimeridionale. Anni fa, Vito Teti mi regalò una copia del suo saggio «La razza maledetta» (manifestolibri), un’analisi sulle origini del pregiudizio antimeridionale. Appena lessi la dedica «A Giuliano. Juventino, compagno, amico», mi resi conto di appartenere per davvero a una razza maledetta. Come «meridionale», di Cosenza, ma anche in quanto «juventino» e «compagno».

Nel rovente 1968 la famiglia Agnelli strappò all’Inter Pietro Anastasi, terrone catanese doc, che una volta a Parigi chiese al cameriere di una brasserie «Mi porta del Citroen?» per avere un po’ di limone. L’ingaggio di Anastasi, detto «’u turcu», serviva ad accattivarsi le simpatie degli operai meridionali. Perché la Juventus, cioè la squadra dei padroni per antonomasia al tempo del fordismo, era anche la squadra degli operai-massa delle catene di montaggio di Mirafiori e Rivalta. Erano gli stessi che il poeta-romanziere Nanni Balestrini descrisse nel suo «Vogliamo tutto». Erano loro, gli juventini terroni che vivevano ammassati nei quartieri di San Salvario e Porta Palazzo, dove oggi il leghista Borghezio mette in scena le sue goffe spedizioni xenofobe. Erano loro, quelli che sabotarono la produzione in serie, scioperarono selvaggiamente e mandarono in tilt il panopticon della grande fabbrica intonando «Branca-branca-branca Leon-Leon-Leon». Al contrario, le aristocrazie di fabbrica degli operai specializzati (che cantavano «Bandiera rossa» ed erano tutti pciisti e tifosi del Torino), li guardavano con diffidenza e un pizzico di razzismo.

Loro, gli juventini terroni, sono una razza maledetta che ha festeggiato molti scudetti e che per qualche anno si è trovata sul podio della storia. La Juve era condannata a vincere i campionati per via dei pronostici di inizio stagione, loro erano condannati dalla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto a conquistare il sol dell’avvenire. Entrambe le previsioni, quella della vulgata marxiana e quella del pendolino di Maurizio Mosca, si sono sfracellate con un’altra realtà. Quella del neo-calcio e quella del neo-liberismo. In contemporanea al romanzo di Balestrini, usciva in Italia «Il calcio come ideologia. Sport e alienazione nel mondo capitalista», di Gerhard Vinnai (edito da Guaraldi). Applicando al calcio le teorie della Scuola di Francoforte, Vinnai accosta l’evolvere del gioco e delle tattiche all’organizzazione capitalistica del lavoro. Il gioco di squadra, sostiene Vinnai, non è altro che il progressivo adeguamento al modello fordista-taylorista di massimizzazione del profitto-risultato attraverso singoli talenti e specialità. Erano anche gli anni del catenaccio. Il professor Toni Negri, che (purtroppo per lui) è un tifoso milanista, a giugno ha dichiarato a Liberation che il catenaccio «era la lotta di classe: se si era deboli ci si doveva difendere». «Il catenaccio è nato a Venezia – afferma Negri – una terra che le persone, negli anni cinquanta, erano obbligate a lasciare per emigrare, perché non c’era da mangiare: erano le grandi migrazioni dei muratori e dei venditori di gelati verso il Belgio, la Svizzera, la linea del Reno». Seguendo questo schema, l’esaltazione del logo e la finanziarizzazione del neo-calcio che sta portando l’arte della pedata alla rovina, corrisponde al postfordismo e alla sussunzione reale della società all’economia.

Alla produzione snella e al gioco di squadra del toyotismo si può paragonare il calcio totale di Crujiff e Sacchi. Il mercato globale, poi, si traduce calcisticamente nel traffico internazionale di merchandising e (Real Madrid, Barcellona, Manchester, Chelsea e Milan, ad esempio, sono ormai squadre globali), ma anche nello squallido mercimonio di bimbetti africani pescati qua e là e portati nei campi giovanili. Dopo qualche anno magari, come canta quel tale, «uno su mille ce la fa». Gli altri, che se ne tornino a casa loro, o che vadano a farsi sfruttare lavorando in nero nelle fabbrichette del bresciano o del rovigotto. Moggi e Giraudo, in questo contesto, hanno rappresentato la patetica parentesi dei dirigenti di una squadra d’altri tempi che ha provato a rimanere a galla in un mondo nuovo e sconosciuto. Hanno cercato goffamente entrature nel mondo arbitrale, mentre Moratti rimpinzava l’Inter di campioni just-in-time e Berlusconi dopava il calcio a colpi di tele-politica. Se però, non senza qualche ragione, volete godervi il campionato senza pensare almeno per novanta minuti a settimana ai mali del mondo, facciamo così: non vi preoccupate, è tutto a posto. Ci pensiamo noi juventini a pagare per tutto il marcio che c’è nel pallone. Statevene tranquilli ad annoiarvi in poltrona, a gustarvi questo campionato sciapo ed epurato.

Per noi, che siamo parte della meravigliosa epopea della razza maledetta, sarà un tuffo carpiato nella provincia italiana, cui seguirà un fantastico bagno purificatore nella serie cadetta.

[Giuliano Santoro]

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