L’emergenza inventata

Visto che siamo in tempi di commissariamenti, interventi tecnici ed emergenze “né di destra né di sinistra” che fiaccano lo spirito critico, conviene riepilogare la storia di un’altra emergenza che attraversato il paese nel corso dell’ultimo quinquennio.

Una sentenza del Consiglio di Stato, in seguito al ricorso dell’European Roma rights centre foundation e di due abitanti del campo di Casilino 900, dice chiaro e tondo che non c’era nessun motivo per proclamare la fantomatica «emergenza rom», con tutto il suo corredo di poteri speciali, sospensione delle garanzie e spreco di fondi. Per il supremo organo della giustizia amministrativa, «le motivazioni sono insufficienti per decretare lo stato di emergenza per un pericolo più paventato che realmente esistente». Per capire come è stato possibile questo abominio giuridico, di fronte al sostanziale mutismo dei partiti del centrosinistra, bisogna fare qualche passo indietro, spulciare nei taccuini e ritrovare gli appunti di qualche anno fa.

Nel maggio del 2007, pochi mesi prima del tracollo annunciato del secondo governo Prodi, il quotidiano la Repubblica compie una scelta editoriale insolita: pubblica in prima pagina la lettera di un lettore. Con quella missiva, tale Claudio Poverini da Roma si dichiarava allarmato. Si tratta di un sedicente «elettore di sinistra» che rompe un tabù, lancia il cosiddetto «allarme sicurezza» e confessa di sentirsi minacciato dai migranti. E non per questo di sentirsi «razzista».

Poche settimane prima, l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (non esattamente un garantista, avete presente la macelleria messicana di Genova?) invia una relazione su «Lo stato della sicurezza e la comunità civile» al parlamento. In quel documento, De Gennaro afferma esplicitamente (a pagina 122) che «la percezione diffusa di una maggiore insicurezza non è sempre fondata su di una reale situazione di maggiore esposizione a rischi». Poco oltre, tra gli elementi che accentuano l’insicurezza percepita, il capo della polizia scrive che «un ruolo determinante è rappresentato dall’effetto moltiplicatore dei media in ordine a singoli eventi delittuosi». Gli osservatori più accorti notano che ogni volta che la sinistra è al governo le televisioni di Berlusconi fanno il bollettino degli assalti alle ville, dei casi di cronaca nera, delle rapine ai pensionati.

L’escalation è rapidissima. Due amministratori di centrosinistra come il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e quello di Bologna Sergio Cofferati, dichiarano guerra ai mendicanti. L’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, già in procinto di divenire leader del Pd, risponde assecondando questa paranoia tutta virtuale, e coniando la formula secondo cui «la sicurezza non è né di destra né di sinistra». Il caso che fa esplodere nella città governata da Veltroni, considerata il modello del centrosinistra di governo, l’ossessione per la «sicurezza» avviene pochi mesi più in là. Il 30 ottobre di quell’anno, Giovanna Reggiani, una donna di 47 anni, viene brutalmente violentata e assassinata da un cittadino romeno di nome Romulus Nicolae Mailat, 24 anni. Mailat viene arrestato subito, grazie alla testimonianza di Emilia Neanitu, una donna romena che fuga qualsiasi sospetto di omertà all’interno della piccola comunità di baraccati da cui proviene l’omicida. Lo scenario e i personaggi ricordano quelli, italianissimi, diretti da Ettore Scola in un film neoneorealista del 1976: «Brutti, sporchi e cattivi». Il crimine avviene in una stradina vicino a una piccola bidonville nei pressi di Tor di Quinto, in uno degli spazi vuoti che puntellano la metropoli, terra di nessuno tra il centro e i quartieri-bene di Roma Nord.

La responsabilità penale dovrebbe essere individuale. Ma Veltroni chiede risposte al traballante governo Prodi e fa partire una catena di sgomberi di baracche abitate da cittadini dell’est europeo. La città delle Notti bianche della cultura diviene nel giro di poche ore la Capitale della paura. Un fatto di cronaca viene trasformato nella punta dell’iceberg emergenziale. Un caso singolo diventa la leva per colpevolizzare una categoria di persone. Il copione della «tolleranza zero» del sindaco di New York Rudolph Giuliani viene importato in Italia. Si moltiplicano i casi presunti, amplificati dai giornali di ogni colore (sì, anche quelli “democratici”) di rapimenti di bambini ad opera di rom e sinti. Ovviamente, sono tutte panzane.

I numeri del Secondo rapporto del 2008 sulla «rappresentazione della sicurezza» curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia confermano le valutazioni espresse da De Gennaro: le «persone spaventate» sono quelle che stanno davanti alla televisione per più di quattro ore al giorno e guardavano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Le campagne in difesa dell’ordine pubblico che anche il centrosinistra cercava di cavalcare, finiscono per spingere Berlusconi al governo, legittimando le leggi contro i migranti e la violazione dei diritti civili e del diritto d’asilo. Come ha spiegato il neosindaco di Roma Gianni Alemanno all’indomani del trionfo elettorale del suo schieramento, la «sicurezza» ha conferito per la prima volta un «radicamento sociale» alla destra postfascista, leghista e berlusconiana. Guido Caldiron ha invece sottolineato come le campagne televisive securitarie abbiano permesso alla cultura evoliana ed elitista dei dirigenti dell’ex Msi, di incontrare un linguaggio di massa.

Quando Berlusconi vince le elezioni politiche del 2008 conseguendo la maggioranza parlamentare più ampia della storia della Repubblica, la «sicurezza» offre l’occasione al governo di rendere la «clandestinità» dei migranti un reato disciplinato dal codice penale. In quella campagna elettorale, il candidato Gianfranco Fini si diverte ad andare ai semafori per chiedere il permesso di soggiorno ai migranti che chiedono l’elemosina. Come se fosse un pubblico ufficiale. Soprattutto, la logica della sussidiarietà e della privatizzazione applicata alla «sicurezza» porta l’esecutivo a varare un decreto del Ministero dell’Interno dell’agosto 2009 che consente ad associazioni di osservatori volontari iscritte ad un apposito registro di controllare il territorio. Per l’ennesima volta, il berlusconismo colonizza un termine legato alla sinistra: negli anni della guerra civile spagnola le “ronde” erano quelle “proletarie”. E nel linguaggio della sinistra extraparlamentare degli anni settanta le “ronde di quartiere” dovevano sorvegliare il territorio contro le incursioni dei gruppi neofascisti o lottare contro il lavoro nero.

Adesso, una sentenza certifica quanto alcune minoranze di volontari, attivisti politici e uomini religiosi, andavano sostenendo da tempo. La lezione servirà a qualcosa, almeno?

[Giuliano Santoro]

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestShare on LinkedInEmail this to someonePrint this page
Questa voce è stata pubblicata in Idee. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *