Te lo do io il Berlusca

Come spiegare il fenomeno-Berlusconi, assieme alla crisi infinita di quel modello che si accompagna al deperimento fisico e morale del Corpo del Capo, a chi vive a migliaia di chilometri di distanza? Quello che segue è il testo (in italiano) che ho scritto per la rivista brasiliana Democracia Viva nello scorso mese di luglio. Lo ripropongo adesso perché forse contiene qualche elemento da tenere presente anche all’indomani della fine del quasi-ventennio berlusconiano.

Quello che chiamiamo quasi-Ventennio berlusconiano, con un’espressione che rimanda con ironia amara al Ventennio del fascismo, è probabilmente giunto alla sua crisi definitiva. Silvio Berlusconi ha clamorosamente perso le elezioni amministrative e i referendum della primavera scorsa, cioè due appuntamenti elettorali che, come al solito, aveva provato a trasformare in plebisciti sulla sua persona. A maggio, in occasione del voto locale, si doveva scegliere il sindaco in molte città. Il test elettorale più importante era quello di Milano, che è considerata la “capitale economica” del paese, oltre che il luogo dal quale l’immaginario aziendal-politico berlusconiano si è diffuso in tutto il paese. Il mese successivo, invece, gli italiani dovevano esprimersi circa l’abrogazione di quattro leggi volute dal governo di destra: due quesiti riguardavano la privatizzazione dell’acqua, uno il ritorno dell’energia nucleare e un’altro una legge “ad personam” voluta da Berlusconi per tirarsi fuori dai guai giudiziari che lo inseguono da anni, nonostante egli abbia fatto eleggere i suoi avvocati in parlamento apposta per confezionare leggi su misura per i processi che lo riguardano e gli affari che gli fanno gola.

Quello che ci è impossibile prevedere, per i motivi che proveremo a spiegare qui di seguito, è quanto durerà questa crisi. Quanto tempo ci vorrà prima che il Citizen Kane italiano abbandonerà il potere? Non è facile dirlo, perché – e questa è la prima premessa metodologica del nostro ragionamento – il sistema di governo e di consenso del presidente del Milan sfugge totalmente ai parametri e ai paradigmi della scienza politica classica. Dall’anno della prima candidatura di Berlusconi, nel 1994, a quello dello in corso degli scandali sessuali e del deperimento fisico del leader, chiunque abbia provato  ad indagare la politica italiana seguendo gli schemi tradizionali e le categorie del Novecento, ha sbagliato clamorosamente.

Analizzare le caratteristiche di Berlusconi (da qui in poi B.) per spiegarne la crisi ci obbliga dunque ad un’analisi complessa sia dal punto di vista delle variabili in campo (non si può imputare la nascita del “fenomeno B.” ad una sola causa, bisogna invece indagare come molti fattori si siano intrecciati) che da quello delle discipline d’indagine (occorre assumere uno stile d’analisi che intrecci cultura alta e cultura bassa, storia del costume e filosofia, sociologia e analisi dei media). Qui ci proveremo, seppure brevemente.

Prima di “scendere in campo” (secondo l’espressione calcistica che lui stesso utilizzò nel 1994), B. aveva fatto fortuna costruendo “new town” ed installandovi televisioni private. L’Italia degli anni settanta era un paese attraversato da forti movimenti sociali, dalle lotte di operai e studenti. Contemporaneamente, bisogna dire che la società italiana era goffa e arretrata, governata dal partito-Stato della Democrazia cristiana e ingenuamente ipnotizzata dalle fugaci illusioni del boom economico degli anni sessanta. Le città-satellite isolate dalle tensioni del mondo ricalcate sul modello della provincia a-conflittuale nordamericana e i canali scollacciati di B. offrirono al paese un miraggio, lo illusero che era possibile essere ancorati alla restaurazione e al familismo amorale e contemporaneamente avvertire l brivido trasgressivo dei quiz televisivi e della finta liberazione sessuale. Si poteva stare nel tinello di casa propria ma contemporaneamente, guardando la televisione e vivendo i sogni che essa trasmetteva, sentirsi un po’ trasgressivi. Dunque, ben prima di entrare in politica, costruire un partito che si chiamava come uno slogan calcistico (“Forza Italia”) e sbaragliare  le sinistre alle elezioni – tutto avvenne nel giro di tre mesi – B. aveva già costruito delle “forme di vita”. Per questo ebbe gioco facile nel convincere gli italiani che se non avessero votato lui avrebbero preso il potere i “comunisti”, cioè quelli che avrebbero impedito ad ognuno di farsi i fatti propri, realizzando l’utopia liberale per eccellenza: comportandosi da egoisti di fa il bene della società.

È facile capire come questa idelogia liberista debba qualcosa alla propaganda contro tasse e sindacati di Thatcher e Reagan. Ma nel caso italiano c’è di più. Più di un commentatore ha scritto che con la sconfitta di B. al referendum sono finalmente finiti gli anni Ottanta, cioè è finito quel decennio che significò la normalizzazione del paese a colpi – appunto – di consumismo, telefilm americani e abbandono della sfera pubblica per rinchiudersi nel privato. La fine dell’egemonia berlusconiana è la fine del decennio che è durato trent’anni. Questa è probabilmente cominciata nell’ultimo decennio, quando la televisione generalista ha cessato di essere il media dominante. Quando cioè le tecnologie informatiche si sono intrecciate alle televisioni satellitari e tematiche, prosciugando il terreno di caccia della macchina del consenso del premier. È stato, questo, un processo lungo e travagliato – visto il monopolio televisivo di B. e la difficoltà che ha incontrato la rete per diffondersi – ma inarrestabile. Così, quando Letizia Moratti, la candidata alle elezioni milanesi sostenuta da B., ha attaccato il suo avversario Giuliano Pisapia, accusandolo di essere un estremista (cioè un “comunista”) in quanto coinvolto nelle lotte degli anni settanta, per la prima volta gli anti-B. non sono stati sulla difensiva, ma hanno portato avanti una campagna ironica utilizzando il web 2.0 (Twitter e Facebook) e accusando Pisapia di ogni malefatta possibile: “E’ colpa di Pisapia!”, era il tormentone che rimbalzava tra le risate dalla rete alle discussioni nei bar e sugli autobus. All’improvviso, la strategia d’attacco di B. e dei suoi uomini – che si basava sull’ansia dei dirigenti del centrosinistra di mostrarsi “moderati” e affidabili di fronte alle elités finanziarie del paese – è risultata goffa, noiosa, priva di ironia. Bisogna anche aggiungere che l’attore B. è su viale del tramonto anche dal punto di vista anagrafico, quindi la carica di vitalità di B. è duramente messa alla prova dell’età, e per quanto cerchi di apparire giovanile e scattante, il Capo non riesce più a mostrarsi come vorrebbe.

Insomma, sarebbe un errore attribuire al web tutto il merito della crisi del berlusconismo. Esattamente come è accaduto nel caso delle rivolte dell’Africa settentrionale e del movimento degli Indignados dello stato spagnolo, Internet  ha avuto una funzione importante ma non esclusiva: ha supportato le reti sociali che da anni lavorano per difendere i “beni comuni” (ribaltando l’assunto privatistico che stava alla base dell’ideologia di B., e che a ben vedere aveva contagiato anche buona parte dei partiti del centrosinistra) e che hanno costruito uno spazio di pensiero critico e di azione collettiva nonostante la dura repressione che hanno subito a Genova nel 2001 e l’isolamento cui ha cercato di costringerli gran parte della sinistra istituzionale. Lo spazio virtuale e quello reale si sono intrecciati in un circolo virtuoso, seguendo schemi ancora da analizzare ma che certamente non hanno nulla a che vedere con l’ingenuità di quelli che sostengono una specie di metafisica della rete, sfoggiando un’euforia comprensibile negli anni novanta ma davvero grottesca dopo quasi venti anni di web. Molti di quelli che attribuiscono solo alla rete questa potenza liberatoria, senza vedere la materialità delle lotte e della composizione sociale che le anima, spesso finiscono per aderire a movimenti populistici e carismatici, come quello fondato dal comico (!) Beppe Grillo, uno che – non a caso, a proposito dell’intreccio tra politica, forme di vita e mass media – ha cominciato ad avere successo con Antonio Ricci, oggi autore di punta e guru dell’impasto tra notizie e donne nude tipico delle tv berlusconiane.

Vista in questo modo, l’Italia non è solo un’”anomalia”. Essa è, come purtroppo era già successo col fascismo, una cartina di tornasole, un laaboratorio in cui vari fenomeni si combinano in maniera sorprendente, realizzando modelli politici arretrati e autoritari e al tempo stesso ipermoderni e subdoli. Schematizzando, possiamo sostenere che il fascismo stava alla piccola borghesia e ai reduci della prima guerra mondiale come il berlusconismo sta ai lavoratori post-industriali imbottiti di ideologie aziendalistiche e illusi di poter diventare ricchi e famosi come il Capo, un “self made man” che non fa mistero di essere al governo per farsi i fatti propri e sedurre le donne.

La crisi economica, per anni negata dalla propaganda di B. e o oggi arrivata a colpire duramente le tasche degli italiani, sta contribuendo a svegliare le coscienze delle persone. Ma la vera sfida – che ci permetterà davvero di uscire dal quasi-Ventennio – è quella di dar voce alle nuove forme del lavoro (quello cognitivo e quello servile, caratteristiche che troppo spesso coincidono) e costruire forme di auto-governo per difendere i beni comuni e far crescere la cooperazione e la produzione del comune. Cominciando magari da un welfare e dei diritti all’altezza dei tempi.

[Giuliano Santoro]

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One Response to Te lo do io il Berlusca

  1. Dana dicono:

    Complimenti,articolo interessante.il self made man,in realtà un prodotto ben studiato dalle officine P2 gelli,andreotti&cosche.in 8 anni e mezzo di governo berlusconi,che ha segnato dolorosamente l ultimo decennio,siamo giunti alla bancarotta(i nostri titoli di stato trasformati in carta per il culo,grazie anche al comportamento borderline del premier)mentre il “nostro imprenditore”ha accumulato un immenso patrimonio a colpi di leggi ad personam e malgestione dell euro(ovviamente non per lui,vendendo il prodotto al doppio e pagando l operaio in perfetta conversione,dimezzando di fatto il potere d acquisto,per questo non riusciamo ad uscire dalla crisi rispetto ai paesi del nord europa che hanno un wellfare reale).ma ciò che mi provoca tristezza e umiliazione,è che l italia da sola non è riuscita ad estirpare questo cancro-capo del governo,l intervento di chi ha più potere di lui(la provenienza di monti mi fa pensare)nauseato e difronte alla fine dell euro(salvare l italia avrebbe dei costi insostenibili per l europa),ha eliminato il premier italiano dal grande fratello della politica,obbligandolo a dimettersi.credo sia finito.un unica soddisfazione,la squallida e umiliante via del tramonto di berlusconi.

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