Il cammino degli zombie

Sabato 28 gennaio abbiamo presentato il nostro “L’alba degli zombie” nell’ambito del BlackFestival, che si è tenuto negli spazi sottratti al degrado e alla speculazione di GarageZero, a Roma. Ci siamo formati dentro gli spazi della cultura indipendente e di movimento, dunque siamo stati contenti di discutere il nostro libro in quel contesto. Cose del genere ci sembrano un ottimo modo di restituire quello che abbiamo ricevuto e mettere a verifica l’utilità del nostro lavoro.  Per farlo ancora meglio, io e Selene Pascarella (che ha scritto il saggio insieme a me e Danilo Arona) abbiamo pensato di parlare di zombie e apocalisse con due voci che hanno a che fare con i morti viventi a diverso titolo. Ne abbiamo discusso con Lorenzo Sansonetti, che è un giornalista e un grafico quindi ha una certa sensibilità per l’immaginario, ma che abbiamo invitato anche nella veste di attivista di Strike Spa, perché ci interessava ragionare con lui dell’immaginario zombie in relazione ai movimenti sociali. Insieme a lui, c’era Marcello Gagliani Caputo che è un critico ed esperto di genere, oltre che redattore di Horror.it.
Quelli che seguono alcuni degli appunti che ho sviluppato in occasione del mio intervento. Si tratta di spunti parziali e discontinui, che cercano di tracciare il percorso che porta i morti viventi a camminare dallo scenario coloniale di Haiti al cuore delle città occidentali, cioè ad arrivare a uno dei temi del festival: la metropoli. Questo itinerario, insieme a quello relativo all’apocalisse come rivelazione della vera essenza del mondo , ha caratterizzato la presentazione.

Non vi preoccupate. Anche noi, quando guardiamo i film di zombie affondiamo nel divano con pizza e birra. Non siamo malati di intellettualismo e il primo motivo per cui abbiamo deciso di scrivere un libro come questo è che quei film, e la saga di Romero in particolare, ci piacciono. Questa è stata la molla che ci ha spinto a indagare i motivi del successo dell’immaginario degli zombie al cinema, in tv, nei videogiochi  e nella letteratura. Appena abbiamo cominciato il lavoro di ricognizione, ci siamo resi conto che oltreoceano, dove il mondo accademico è più disinvolto e meno ingessato che da noi e non ha problemi ha confrontarsi con l’immaginario, da anni escono tantissimi saggi che spiegano il mondo contemporaneo utilizzando la metafora degli zombie. La produzione era tanto voluminosa, che negli Stati Uniti, TimeOut ha dovuto dedicare una rubrica fissa all’interno delle pagine di recensioni librarie solo per parlare dei libri sugli zombie. Daniel W. Drezner, ad esempio, ha spiegato la teoria delle relazioni internazionali utilizzando i morti viventi. Ci piace pensare che il nostro non sia solo un libro sul “cinema di Romero”, che sia il primo saggio italiano ad inserirsi dentro questa ondata zombesca.

Quello che ci interessa dei film di Romero e della cinematografia zombesca è che essi presentano situazioni, stati d’animo, angosce che riguardano la condizione contemporanea e che catalizzano le ansie e le aspettative frustrate dei nostri tempi. Ecco per quale motivo hanno ancora tanto successo e continuano la loro marcia nell’immaginario. Per farlo, dobbiamo incrociare diverse discipline, muovendoci tra l’urgenza dell’attualità, gli scenari descritti dal cinema e dalla letteratura, le riflessioni della sociologia e filosofia. Guardiamo alcune delle cose che sono successe negli ultimi giorni. Le città sono rimaste isolate da un movimento che è poco decifrabile secondo i nostri schemi tradizionali, bene o male che ne pensiate. Subito è partita la psicosi da fine del mondo: benzinai presi d’assalto, supermercati svuotati. Una persona che ha risposto a un articolo che avevo scritto sul Movimento dei Forconi ha raccontato che prima della benzina, in Sicilia è finita la farina. Come se ci si preparasse ad un isolamento e a una penuria di lunga durata. Evidentemente, dopo anni in cui questo discorso della crisi di civiltà ed economica aleggia, tutto è sembrato materializzarsi. Le situazioni che si presentano negli zombie-movie sono interessanti proprio perché forniscono ipotesi di come la gente possa reagire ad un’emergenza estrema. Romero ha detto più volte che i veri protagonisti dei suoi film sono gli umani, spesso sono loro stessi a mettersi nei guai, incapaci di rispondere a una minaccia senza farsi la guerra gli uni contro gli altri.

Quello che sappiamo di certo, e questo ha a che vedere con il discorso dell’immaginario della crisi, è che il non-morto compare ogni volta che la logica della modernità, cioè la razionalità illuministica ed universalista, viene messa in crisi. L’epidemia vampirica diffusasi dopo la fine dell’Ancien regime, la Rivoluzione francese e la Prima rivoluzione industriale, era una reazione alla fine del mondo nobiliare (Dracula è un nobile seduttore ma anche succhiasangue) e contadino. Quando la borghesia rimpiazza l’aristocrazia e la città prende il sopravvento sulla campagna, raccontare di vampiri è un modo per congedarsi dal mondo che stiamo abbandonando, un modo di metabolizzare quel grande cambiamento.

Il primo zombie, quello del voodoo e della tradizione caraibica, nasce invece negli anni alla fine della dominazione coloniale americana di Haiti. Haiti è importante. È qui che avvenne la prima Rivoluzione degli schiavi, che furono in grado all’indomani della Rivoluzione francese di  ribaltare l’immaginario di Libertà-Uguaglianza-Fraternità contro i dominatori francesi. L’universalismo va in crisi tanto che anche i filosofi della rivoluzione borghese si interrogarono per fornire una giustificazione teorica e giuridica che permettesse di dichiarare liberi i francesi e al contempi schiavizzare i neri di Haiti, deportati dall’Africa. La spiegazione che si dettero ci ricorda qualcosa: nel momento in cui lavorano nelle piantagioni di cotone, gli schiavi non sono persone ma sono fattori della produzione. Sono come macchinari, sono lavoro vivo ma anche morto. Lavoro non-morto. Quando quella dominazione  finisce, gli zombie compaiono prima nella memorialistica dei soldati statunitensi reduci dalle guerre coloniali. “White zombie” è del 1932. “I walked with a zombie” del ’43. In queste pellicola, essere zombificati significa uscire dal consesso sociale, rimanere soli, diventare una macchina da lavoro e basta. Nel 1965 esce per la Hammer un altro film fondamentale, “La lunga notte dell’orrore” (“Plague of the zombie”), che ripropone il tema degli zombie come lavoratori cui è stata tolta l’anima per sfruttarli meglio. Qui ci interessa segnalare che il film per prima sposta il film dal contesto coloniale all’Occidente (siamo in Inghilterra), anche se ancora ci sono quelle atmosfere esotiche dei film precedenti: tamburi, stregoni, formule segrete…

Ci stiamo avvicinando a quello che nel libro chiamiamo “zombie post-coloniale”.

Nel 1968 esce “La notte dei morti viventi” (“Night of the living dead”) di George A. Romero. Sono passati tre anni da “Plague of the zombie” ma pare un secolo. L’America è impegnata nella guerra in Vietnam, un’altra guerra coloniale, ma scopre che il nemico non è soltanto in un altro continente, visto che i neri e i pacifisti dall’interno combattono l’imperialismo. I neri esplicitano questa opposizione, materializzando l’incubo americano, dicendo esplicitamente “Nessun vietkong mi ha mai chiamato negro”. Questa tensione, del nemico che spunta all’improvviso dall’altro mondo e bussa alle porte di casa, è rappresentata da Romero. L’allusione al Vietnam non è solo teorica: Tom Savini è stato fotografo di guerra sul fronte vietnamita prima di curare gli effetti speciali per Romero. E gli zombie, come i vietkong giustiziati nella famosa foto, per essere uccisi devono essere colpiti al cervello. Il film è una macchina ad orologeria, un meccanismo perfetto di tensione tra i personaggi chiusi dentro una casa. Il protagonista è un nero che sfida l’egoismo del capofamiglia con il quale condivide la casa dentro al quale sono asserragliati. La dissoluzione dei legami di solidarietà tra i protagonisti che va di pari passo con la fine delle istituzioni e del contratto sociale corrente, viene rappresentato nella decostruzione della figura del capofamiglia, che smette di essere l’uomo di buonsenso della retorica corrente e facendosi gli affari propri mette a rischio tutta la comunità di cui fa parte. Anche il nero farà una brutta fine, ucciso da alcuni bifolchi che improvvisano una ronda e lo scambiano (in quanto nero?) per uno zombie. “Night  of the living dead” è contagioso come il dissenso e l’anticolonialismo, anche perché, per ironia della sorte e sfortuna di Romero, esso non è coperto da copyright a causa di un cavillo legale. Dunque, è possibile scaricarlo liberamente. Anche per questo, probabilmente, Romero deve aspettare dieci anni prima di girare il secondo film della saga.

Quello che in Italia viene presentato come “Zombi” (“Dawn of the dead”) esce nel 1978. Il film è giocato tutto sulla metafora del centro commerciale, che qui diventa quasi allegoria. Gli umani in fuga si rifugiano dentro un centro commerciale. All’inizio credono di essere in paradiso: possono consumare tutto quello che vogliono, hanno tutto a disposizione. L’idea di un supermercato a disposizione dei protagonisti era comparsa già in un altro film, molto politico, che è “Tempi moderni” di Chaplin. C’è molto di slapstick comedy nei film di zombie, c’è una comicità nera ma molto fisica. Ma l’illusione di mettersi il mondo oltre una frontiera arbitraria, oltre un confine molto labile, e dunque quest’utopia di costruirsi un altrove, rimuovendo il fatto che il mondo sia ormai uno, si infrange come si infrange una vetrina. Particolare interessante: l’epidemia zombie aumentava sempre più, le comparse qui hanno recitato gratis pur di farsi truccare come zombie. L’effetto è molto bello, i tipi umani che si fanno zombie sono davvero realisti.

“Il giorno degli zombi” (“Day of the dead”) è del 1985. Siamo in pieno reaganismo e Romero gira il suo film più ambizioso dal punto di vista politico anche se forse il meno riuscito. Pochi sottolineano che Reagan – nonostante venga giustamente associato al neoliberismo, all’individualismo e al successo personale degli yuppies – contemporaneamente era ossessionato dall’Apocalisse. Nei suoi discorsi parlava esplicitamente alla fine del mondo e al fatto che solo i giusti si sarebbero salvati e che dunque bisognava prepararsi al cataclisma. Nel film, si descrive un mondo che è già in mano agli zombie.  In una base sotterranea, si scontrano due visioni del mondo, quella dei soldati e quella degli scienziati. I militari sono troppo stupidi per capire che è impossibile vincere la guerra contro gli zombie. Al contrario, gli scienziati si chiedono come affrontare la faccenda senza andare allo scontro, cercando di comprendere le cause e la natura del ritorno in vita dei morti.

Nel 2005 esce il quarto capitol della saga romeriana, “La terra dei morti viventi” (“Land of the dead”) . Dopo l’11 settembre e dopo la guerra dei trent’anni dichiarata dagli americani di provincia agli abitanti delle metropoli, nello scenario che è stato descritto in maniera impeccabile da autori come Mike Davis e Steve Macek, il teatro della guerra è la metropoli. Gli zombie arrivano in città dopo aver camminato per quasi quarant’anni, per buona parte dei quali gli Stati uniti hanno vissuto la guerra a bassa intensità della provincia suburbana – non-luogo per eccellenza – contro la metropoli permanente ridefinita dai conflitti. Quella del film è una metropoli cupa, divisa per ceti, con zone rosse e privatizzazione della sicurezza, recinti e gabbie. Proprio la settimana scorsa, il Newyorker ha pubblicato un’inchiesta shock sullo stato della carcerizzazione della società americana che presenta gli effetti di questa guerra. Già si sapeva, ma è indicativo che questa consapevolezza cominci a circolare anche  tra gli statunitensi: oggi negli Stati Uniti ci sono più detenuti che nella Russia staliniana dell’arcipelago gulag.

Clicca qui per ascoltare la presentazione de “L’alba degli zombie” al programma di Radio2 “Effetto Notte”.

Qui la recensione di “Close-Up”.

Qui l’intervista tripla di Horror.it agli autori del libro.

 

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2 Responses to Il cammino degli zombie

  1. LSB dicono:

    Romero incontra Drive ?!?!?!

    http://vimeo.com/35585918

    qualche buontempone lo ha apostrofato con frasi tipo:

    “maschio col ciclo disturba pecore mentre Sinatra e la Ono danno consigli”.

    ne sapevate niente?

  2. Nexus dicono:

    Post (e presumo Libro) molto interessante.
    Anch’io – seppur indirettamente – mi sono occupato di mappare il topic dello zombie in chiave filosofico/ideologica.
    Alcuni passi di Zizek riguardo alla “pulsione di morte” di Freud sono memorabili a riguardo, ma anche un romanzo come Cuore di Tenebra di Conrad offre degli spunti notevoli per riflettere sul concetto di “inumano” (che non significa non-umano).
    Tanto per condividere saperi, vi lascio il link ad una mia interpretazione ideologica del noto videogame “Left 4 Dead”.

    http://nexusmoves.blogspot.com/2011/02/left-4-dead-hitchock-sarebbe-un-nerd.html

    Saluti,
    N.

    PS: domani e domenica andrò in scena con L’Ombra (anche li si parlerà di oggetti inumani e post-egocici.)

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