Di chi sono i profitti di Facebook?

Alla fine, Mark Zuckerberg ha deciso: Facebook sarà quotato in borsa. L’offerta pubblica iniziale sarà di 5 miliardi di dollari. Per l’occasione, ripesco questo pezzo che uscì quasi tre anni fa su Carta. All’epoca, il social network aveva 75 milioni di iscritti in tutto il mondo. Oggi pare che viaggi verso il miliardo.

Ci sono molte buone ragioni per interessarsi allo sviluppo esponenziale dei social network, e al più famoso di essi, Facebook. Prima di provare a ragionare attorno a un fenomeno che coinvolge in tutto il mondo occorre sbarazzarsi delle due tentazioni che fin dai tempi del papiro accompagnano ogni forma di innovazione nel sistema della comunicazione.

Lasciamo pure che le due bande contrapposte, quella degli apocalittici e quella degli integrati, continuino a giocare il loro derby e a lanciarsi addosso catastrofici anatemi luddisti o iper-eccitati elogi della rete. Non siamo di fronte al grande fratello telematico e neppure all’utopia realizzata della democrazia orizzontale in rete, quindi avventuriamoci nello sterminato campo dei network con la leggerezza di chi non ha tesi precostituite, con un piccolo bagaglio a mano e senza inutili zavorre ideologiche. Come accade per le relazioni sociali e per quelle di potere, non bisogna pensare alla rete come uno spazio di cui impossessarsi, una «cosa» da controllare per i propri fini [seppur nobili], ma come un rapporto da mantenere e costruire continuamente.

Facebook è uno straordinario spaccato di cosa sia diventato il capitalismo. Sarebbe troppo facile descrivere qui l’analogia tra la campagna elettorale di Barack Obama e il meccanismo di aggregazione dei comitati elettorali che hanno fatto la differenza sia alle primarie che alle elezioni di novembre per il presidente nero: si calcola che attraverso il social network messo a disposizione sul sito My.BarackObama.Com siano state organizzate 200 mila cene di sottoscrizione, dei 639 milioni di dollari raccolti per la campagna elettorale, 500 sono stati raggranellati dal web. Tuttavia, non si può fare a meno di notare che osservare Facebook significhi comprendere il lavoro dell’era digitale. I social network dimostrano una volta per tutte che il web non è solo lo strumento che ha permesso la distribuzione del lavoro in tutto il pianeta. La rete è anche il contesto in cui si materializza la missione l’economia postfordista.
L’esistenza intera, non più solo il tempo di lavoro, entra nel tritacarne della produzione di valori. Quando cerchiamo la fidanzatina delle scuole medie su Facebook o aderiamo al fan club del nostro attore preferito stiamo vedendo all’opera lo spirito profondo che ha mosso lo sviluppo capitalistico fin dalle sue origini: l’inclusione nella sfera dell’economia di ciò che prima ne era escluso. Grazie a complicati algoritmi e raffinati sistemi di selezione delle informazioni, Facebook seleziona informazioni sulle nostre vite, le nostre passioni, le nostre attitudini. Per farlo ha bisogno di fornirci strumenti di cooperazione, dialogo, scambio di segni. Ha bisogno di creare un mondo senza tempo e senza spazio, di far nuotare le nostre identità nel liquido amniotico della rete e lasciare che seguano le proprie inclinazioni.
Mark Zuckerberg, venticinquenne creatore di Facebook, sostiene che la quantità delle informazioni condivise dagli utenti del web «è destinata a raddoppiare ogni anno». Secondo le ultime stime lo schedario di Facebook varrebbe 1,5 miliardi di dollari, Google ha offerto 2,3 miliardi di dollari per rilevare la baracca. Zuckerberg ha rifiutato.
Questa immensa mole di dati costituisce una ricchezza quantitativa e qualitativa. Decine di milioni di persone in tutto il mondo non si limitano a rispondere passivamente a ricerche di mercato, fornendo dati ci mettono dentro tutta la spontanea caparbietà che caratterizza la socializzazione. Ciò avviene mentre è sempre più evidente che la rete di Microsoft e dei difensori del copyright è in via di estinzione. Bill Gates, il papà di Windows, appare l’uomo di un’altra epoca come Silvana Pampanini o i pantaloni a zampa d’elefante: il suo sistema operativo è ottuso e tendenzialmente fuori mercato. L’associazione di categoria dei discografici americani ha annunciato di rinunciare alle cause individuali contro chi condivide musica in rete. I modelli vincenti sono quelli di Google e di Facebook, cioè quelli che dimostrano di riuscire a stare sul mercato perché fanno della condivisione in rete una bandiera: il capitalista vincente è quello che ha imparato la lezione della libertà e della condivisione, ha modellato le sue forme attorno alla necessità di estrarre valore dalla cooperazione diffusa, ha spostato i suoi sensori a valle della produzione in rete, ha riconosciuto che porre recinti e balzelli paga solo nel breve periodo.
Fino a qualche anno fa, ogni volta che si parlava di una comunità open source messa in rete per produrre conoscenza il nostro pensiero andava a brufolosi nerd con problemi di relazione con l’altro sesso che smanettavano su computer diffondendo il verbo di Linux. Tutt’al più, ci immaginavamo volenterosi attivisti anti-copyright in lotta contro l’elettro-Leviatano. Facebook e i suoi fratelli dimostrano, con tutte le contraddizioni di cui sopra, che costruire forme di comunicazione e cooperazione sociale in rete attorno ai propri interessi è un’attitudine generalizzata, che quegli adolescenti occhialuti erano solo la punta di un iceberg. Questa sfera pubblica in rete, messa a lavoro clandestinamente come un’industria tessile che usa manodopera a nero nello scantinato, costruisce momento dopo momento, byte dopo byte, beni comuni.
La sfera comune della rete è nata grazie alla spinta di strumenti come Facebook [e dei suoi predecessori, come le chat e i forum] o questi sono arrivati ex post, a perimetrare e valorizzare quanto esisteva? Insomma, ci troviamo a produrre in rete perché qualcuno ha costruito, investendo dei quattrini, una formidabile infrastruttura telematica, o questa struttura tenta affannosamente di perimetrare l’intelligenza collettiva?
La disputa appassionata si svolge in rete da anni. Ma porsi questa domanda, oltre ad essere un ottimo esercizio di ricognizione del dibattito, è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Di sicuro, non esiste una definizione giuridica per definire la materia prima del business dei social network, ed eventualmente «misurarla» in qualche forma di contrattazione. Essa non appartiene per definizione alla sfera privata, in quanto prodotta dall’interazione sociale, ma non è neanche ascrivibile al concetto tradizionale di «pubblico».

[da Carta numero 7, 27 febbbraio 2009]

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