Pronto? Dove sono?

Telefonini a Monte Botte Donato, 1928 metri sul livello del mare

Parto dalla mia esperienza quotidiana: il telefono cellulare mi serve, oltre che per telefonare, per consultare le mappe, aggiornare questo blog e i social network che seguo, scrivere un articolo e inviarlo alla redazione di un  giornale, documentarmi in rete su posti, storie e persone che mi trovo ad incrociare, scattare fotografie, ricevere messaggi e magari discutere dell’articolo suddetto.

Se fossi preda di feticismo della rete e delle nuove tecnologie sosterrei più o meno che le informazioni oggi reperibili tramite un comune smartphone sostituiscono l’esperienza del reale, mi evitano la fatica di portare il culo in strada. Non è così, tanto che nel mio caso ho dovuto di marciare per trenta giorni attraverso un luogo per poter descrivere quello che vedevo, restituire le facce e i racconti delle persone, descrivere gli odori, compensare le riflessioni scaturite dai non-detti.

Il telefonino è stato utile ma non ha fornito sempre informazioni impeccabili e mappe affidabili. Non poteva, ad esempio, avvertirmi delle scorciatoie al di fuori delle strade ufficiali. In alcuni casi, invece, il navigatore ti indirizza verso strade che non sono percorribili a piedi, con viadotti vertiginosi o gallerie scure e infinite. In altri casi ancora, poi, non c’è campo, e allora ci si sente un po’ più soli ma mai veramente sperduti. Dunque, uno smartphone non fornisce automaticamente le giuste informazioni. Per trarne giovamento e non perdersi nel mare di conoscenze o limitarsi ad ingrassare le banche dati del Capitalismo 2.0, bisogna avere solidi punti di riferimento e obiettivi precisi. Bisogna sapere, per restare al cammino, dove si vuole arrivare.

In un divertito articolo di qualche anno fa raccolto adesso nell’antologia di scritti non-fiction “The Ecstasy of Influence”, Jonathan Lethem si chiede cosa sarebbe successo se fosse esistito il telefonino durante lo svolgimento di alcune delle storie che siamo abituati a raccontarci. Il telefono cellulare è in grado di cambiare la percezione la realtà, lo svolgimento di una storia e la struttura della sua narrazione. Non c’è traccia del fatto che Maurizio Ferraris abbia letto Lethem, ma resta il fatto che cinque anni dopo quell’articolo ha scritto un saggio sull’”ontologia del telefonino” che cerca di immaginare come un cellulare avrebbe cambiato la famosa scena finale del “Dottor Zivago”: Omar Sharif incontra Lara mentre sta passando col tram, prova a scendere per salutarla, non la raggiunge e muore.

La tentazione di riscrivere le storie col telefonino, è dovuta al fatto che esso “cambia anche il verosimile”, “viene a toccare non solo il mondo reale, quello che più o meno conosciamo e che c’è, ma anche i mondi possibili”. Descrivendo come lo smartphone sia divenuto il principale strumento di registrazione e comunicazione delle nostre vite, Ferraris propone il suo concetto di “testualismo debole”. Se per Jacques Derrida “nulla esiste al di fuori del testo”, Ferraris sostiene che la funzione creativa del testo non comprende gli oggetti fisici in quanto tali ma la “costruzione degli oggetti sociali” e la socializzazione dei saperi sugli “oggetti ideali”, quelli che esistono a prescindere dal linguaggio. Dunque, comprendere il modo in cui un testo viene costruito diventa fondamentale per capire come le cose (una rosa, il monte Everest, il mare) vengono conosciute e come questa conoscenza venga divulgata dalle parole. D’altra parte, dire che “nulla esiste al di fuori del testo” serve pure a decifrare i fenomeni sociali (una legge, un pregiudizio, la circolazione di una certa moneta…) e comprendere come essi si producano e si affermino.

Lethem, dal canto suo, è uno scrittore che ha sempre fatto attenzione alla costruzione di topografie non convenzionali. Ne “La fortezza della solitudine”, romanzo del 2003, ha raccontato la scoperta del quartiere nero di Gowanus, a Brooklyn, ad opera di Dylan Ebdus, un ragazzino bianco, negli anni Settanta e la gentrification cominciata negli Ottanta. Dylan si muove con ansia e difficoltà in un quartiere a maggioranza afro, consapevole che non potrà mai diventare nero. Troverà una parziale collocazione saltando i confini tradizionali, non tornando alle classificazioni della white majority ma scoprendo la sottocultura del punk, che gli fornirà una non-identità e gli darà gli strumenti per ridere di certi machismi black e rimanere sospeso in aria, come un supereroe, grazie all’ironia. In “Chronic City”, il protagonista è Chase Insteadman, un uomo imprigionato nel ruolo che interpretò da bambino in una sit-com di successo. Attraverso i suoi occhi, Lethem ricostruisce la geografia di una Manhattan contemporanea e lisergica, sempre in bilico tra realtà e rappresentazione proprio come la vita di Chase.

Nel testo sui telefoni Lethem ricorda quel che gli succedeva all’epoca dei telefoni “tradizionali”, quelli che secondo lui possiamo ormai definire “primitivi”. All’epoca, lo scrittore lavorava in un negozio di libri usati il cui proprietario raccomandava di dare la preferenza ai clienti che venivano di persona rispetto a quelli che ordinavano della merce per telefono. “I telefoni cellulari amplificano questa considerazione” dal momento che “scompongono lo spazio e il tempo, le regole comuni di accesso e di prossimità, in misura inedita e sconcertante”.

Se descrivere uno spazio o raccontare un evento significa percorrerlo a più livelli, coglierne la molteplicità, abbiamo il problema di scrivere percependo questa complessità di più spazi e più luoghi. Prendiamo la classica situazione del viaggio in treno e del fugace palcoscenico rappresentato dallo scompartimento, loi scenario in cui interagiamo – più o meno esplicitamente – con le vite sui binari dei nostri vicini di sedile, dall’arrivo del telefono cellulare è molto cambiata. Secondo Lethem, all’apparecchio mobile ha la forza di un “dispositivo brechtiano”. Se il telefonino della tizia che siede di fronte squilla e lei risponde, infatti, “il chiamante sta rompendo la quarta parete, trasformando la nostra banale storia di comunanza, in una meta-narrazione in cui egli è il narratore decisivo”.

Il telefonino sarebbe così in grado di produrre straniamento, cioè di mettere all’opera quel meccanismo che ci consente di assumere la giusta distanza dagli accadimenti in maniera tale da essere spettatori attivi e al tempo stesso disincantati. Potrebbe addirittura di aiutarci ad affrontare l’eterno dilemma del viaggiatore-raccontatore, di cui si occupa tra le altre cose Wu Ming 2 nell’introduzione al mio libro sul cammino in Calabria che uscirà in aprile: percorrendo un posto devo prediligere i sensi o la ragione, “la strada o l’archivio”? Wu Ming 2 ne parla, tra le altre cose, affrontando il tema dell’”ecceità”, che viene descritta dal suo socio Wu Ming 1 come “la disordinata configurazione che il mondo assume in un momento irripetibile, singolare, senza gerarchie tra ciò che è grande e ciò che è piccolo, tra sfondo e primo piano, tra umano e inanimato, tra luce e tempo, ecc”. L’”ecceità”, scrive ancora Wu Ming 1, “è la configurazione del molteplice qui-e-ora”.

Il testo di Lethem risale a dieci anni fa. Nel 2002, il telefonino era diventato uno strumento di massa da relativamente poco tempo. Soprattutto, gli apparecchi dell’epoca consentivano soltanto di metterci in collegamento con una persona che stava da un’altra parte, per voce o tramite un breve messaggio. Oggi, invece, la nuova generazione di telefonia mobile permette di registrare, scrivere dei documenti che verranno diffusi sulla rete e nei social network, consultare il web, scattare fotografie, utilizzare il navigatore satellitare.

Foto courtesy Astolfo Lupia

Queste nuove applicazioni ci rimandano con più precisione alla definizione in uso nel mondo del teatro le “tecniche dello straniamento”: esse consistono ad esempio in voci che commentano quanto accade dall’esterno della scena, o che magari si realizzano nell’espediente di far parlare un personaggio in terza persona. In altri casi ancora, poi, lo straniamento da cellulare consiste in una “didascalia” vera e propria, utilizzata come antidoto all’effetto illusionistico dell’immediatezza. Ricordiamo la lezione brechtiana, che discende dal verismo: il qui e ora potrebbe essere ingannevole, dunque serve un agente esterno, un punto di vista che viene da fuori, per cogliere appieno la storia. Utilizzare il telefonino mentre ci troviamo immersi in un dato contesto, dunque, potrebbe servire a scrivere o trovare le giuste “didascalie” aprendosi al molteplice, e magari comunicarle in diretta ai nostri follower di Twitter, discuterle live coi nostri contatti su Facebook, confrontarle in tempo reale con altri.

Il saggio di Maurizio Ferraris sul telefonino si intitola “Dove sei?”. Ricostruendo l’antropologia del cellulare, infatti, l’autore ha notato che la prima domanda che ci viene posta quando rispondiamo a una chiamata non è più “Con chi parlo?”, come accadeva all’epoca dei telefoni fissi, ma “Dove sei?”. Il telefonino come strumento di localizzazione geografica, dunque. Tanto che quello che qui stiamo provando a sostenere è che il telefono di nuova generazione (con le innumerevoli applicazioni di comunicazione con l’esterno, ma anche di documentazione e registrazione di quello che succede attorno a noi), se usato con la dovuta consapevolezza, contribuisce a rispondere alla domanda che dobbiamo porci ogni volta che attraversiamo un luogo: “Dove sono?”.

 

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