Il mondo di Timira

Una volta, un algerino trapiantato in Europa ai tempi della rivoluzione anti-coloniale, fuggito alla fine degli anni  Sessanta dalle torture dei francesi e accolto dalla solidarietà dei movimenti dell’epoca mi ha raccontato che la sua storia culturale di esule, profugo, sfollato dalla guerra dell’Occidente contro il suo paese poteva essere raccontata da tre cazzotti.

Il primo cazzotto è ambientato nella Germania del Sessantotto. Djaffar, questo il suo nome, venne accolto da una delegazione del movimento studentesco, quasi portato in trionfo come reduce della lotta algerina. A lui, ragazzo della Casbah all’epoca senza formazione politica, venne chiesto a bruciapelo cosa pensava delle lotte dei contadini in Algeria. Rispose che per quanto lo riguardava lo Stato poteva anche vendere al migliore offerente le terre incolte. Di fronte al dissenso finemente argomentato da uno dei suoi interlocutori, non seppe fare altro che ingaggiare una piccola rissa. Una volta che riuscirono a calmarlo, qualcuno gli diede da leggere “La questione agraria” di Engels.

La seconda rissa che compone l’epopea del cazzotto anticoloniale di Djaffar si verificò nella Parigi degli anni Settanta. Djaffar si trovava ad una cena con persone di sinistra. Il discorso cadde, com’era d’uopo all’epoca, sulla psicanalisi e qualcuno ebbe la sciagurata idea di chiedere all’ospite algerino quale fosse la sua opinione circa questa disciplina. Di fronte alla sua richiesta di chiarimenti, qualcuno disse a Djaffar che si trattava di indagare cose tipo “hai mai desiderato di andare a letto con tua madre”. Djaffar non ci pensò due volte e aggredì il malcapitato che aveva osato infangare la memoria della madre e la dignità del figlio. Quando riuscirono a portarlo a miti consigli, gli spiegarono che non c’era nulla di personale e Djaffar prese a leggere i classici della psicoanalisi.

La terza colluttazione ebbe luogo nell’Algeria degli anni Ottanta. Djaffar tornò nella sua terra, adesso indipendente ma martoriata dai conflitti, dai massacri e dagli integralismi religiosi, per dichiarare all’anagrafe la nascita del figlio e dargli la doppia cittadinanza. L’ufficiale dietro lo sportello reagì con stupore di fronte al fatto che un cittadino non battezzasse il suo primogenito con il nome di Mohamed, com’era uso per i buoni musulmani. Djaffar tenne duro e spiegò con pazienza, dando sfoggio delle sue capacità di oratore, che non l’avrebbe fatto. L’impiegato dovette acconsentire. All’uscita del municipio, Djaffar si rese conto che qualcuno lo stava pedinando. Allora mise le mani in tasca, chiuse le dita attorno al pesante mazzo di chiavi, estrasse il pugno chiuso e si scagliò contro l’inseguitore. Questi riuscì a fermarlo e gli spiegò che aveva involontariamente ascoltato le sue parole e che anche lui aveva deciso di non chiamare suo figlio come il Profeta dell’Islam.

Il corpo a corpo, nient’affatto metaforico, di Djaffar con le culture che ha attraversato in decenni di esistenza a cavallo tra colonialismo e postcolonialismo, mi è tornato in  mente leggendo la vita di Isabella Marincola, la “Timira” del  romanzo meticcio  che porta la firma di Wu Ming 2 e del figlio della protagonista, Antar Mohamed (Einaudi Stile Libero, 532 pagine, 20 euro).

Isabella è figlia rimossa del passato italiano: nasce dalla relazione tra suo padre Giuseppe e la donna somala Aschirò Assan. È il parto illegittimo del colonialismo. Suo padre, però, mescolando retoriche da “missione civilizzatrice” coloniale e testardaggine, decide di riconoscere lei e suo fratello maggiore Giorgio e di strapparli alla madre per crescerli nell’Italia del fascismo. Giorgio cresce a Pizzo Calabro, arriva a Roma per le scuole superiori , si arruola nelle brigate partigiane di Giustizia e Libertà e viene ucciso dalle truppe naziste in ritirata, ormai a guerra finita, in Val di Fiemme (la sua storia è stata raccontata da Lorenzo Teodonio e Carlo Costa in “Razza partigiana”). Isabella, invece, arriva direttamente a Roma, dove suo padre si è sposato e ha avuto altri due figli. Qui comincia la sua esistenza in-between di straniera nelle sue nazioni.

È una storia di violenza coloniale e postcoloniale, quella di Timira. Ma è anche una storia di padri e madri, di riconoscimenti e abbandoni, di patrie e matrie, di figli e figliastri. Perché, come sostiene la scrittrice algerina Assja Djebar (il corsivo è mio): “La colonia è innanzitutto un mondo diviso in due […] La colonia è un mondo senza eredi, senza eredità. I bambini di entrambe le parti non vivranno nella casa dei loro padri”. I figli dei colonizzatori e dei colonizzati, insomma, hanno in destino di essere dei “senza patria”, incapaci di riconoscere nella terra che li ospita il luogo delle origini e quello dell’arrivo. Questa è la condizione contemporanea, ci sentiamo un po’ tutti nella condizione di essere dei profughi culturali, e questa è la condizione di Timira, figlia al tempo stesso di colonizzati e colonizzatori.

John Koch, "Lo scultore", olio su tela del 1964 esposto al Brooklyn Museum

Dalla vita straordinaria, al di fuori dell’ordinario, di Isabella Timira viene fuori la metafora potente del farsi-uno-del mondo, del confondersi tra centro e periferia, tra colonizzatori e colonizzati, tra scultori e modelli, tra registi e attori. Il ritorno in Italia della protagonista nel 1991, all’alba della Seconda Repubblica e durante la guerra civile somala e la guerra umanitaria dell’Occidente contro Saddam Hussein, rappresenta l’arrivo della colonia, delle sue contraddizioni e dei suoi conflitti nelle nostre città, in un mondo “che si sono venduti tra loro senza che fossimo avvertiti”, un mondo nel quale all’improvviso le galline diventano avvoltoi e si avventano sui cadaveri. Quello che prima veniva artificialmente separato, non può più essere nascosto, ecco di cosa l’inquietudine esistenziale di Timira è il simbolo, con la sua vita ingombrante e perturbante, difficile da incasellare. Timira porta la violenza della schiavitù nel suo bagaglio culturale, per questo rifiuta di farsi serva in Italia, nonostante si trovi a fare da dama di compagnia a una donna bolognese – significativamente chiamata Itala – che va perdendo la memoria e non riesce a distinguere i suoi ricordi da quelli della sua badante. Al tempo stesso, quando si trova a Mogadiscio, Timira rivendica la sua libertà di donna italiana, rifiutando i vincoli dell’uso locale e senza per questo conformarsi agli usi dell’aristocrazia coloniale. È elegante, ma a modo suo, perché “eleganza e colori accesi non vanno d’accordo nelle mode d’Occidente”.

Non è facile scrivere una storia così complessa. Non è facile ambientare un romanzo a cavallo tra tempi storici diversi, culture differenti e luoghi molteplici, facendo intrecciare le tante voci di Timira e le molte lingue narranti. Anni fa, i Wu Ming diffusero il loro manifesto d’intenti e promisero di mantenere fede all’impegno della scrittura collettiva. Poteva apparire come una promessa ingenua o magari come un’ostinazione ideologica. E invece leggendo romanzi come questi capisci come il collettivo dei Senza Nome tenga fede sempre di più a quella promessa, cogliendo al tempo stesso la necessità di mantenere uno stile autoriale e l’esperimento di allargare il racconto e renderlo davvero orizzontale  e multiplo. In questo romanzo la voce dello scrittore e della sua paura di colonizzare le vite dei narrati, di diventare – appunto – lo scultore che cerca una modella – affianca quella dei protagonisti. I suoi dubbi metodologici e le scelte letterarie emergono pagina dopo pagina assieme all’evolversi del racconto, e fanno il paio con le traversie di Isabella Marincola e di Antar Mohamed. In fondo, anche loro come noi – genitori, figli e genti del mondo postcoloniale – sono alla ricerca di un domicilio.

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5 Responses to Il mondo di Timira

  1. antar mohamed marincola dicono:

    la ringrazio,profondamente, mi sono commosso.
    la capacità di aver sentito il libro ci conforta per tutti gli inciampi che hanno dettato il nostro cammino, che è nel fondo quello di tutti noi esseri umani.
    con stima.
    antar

  2. thanks my brother i am proud of you the way learned the way you write your book really i am soo happy you sucseed man, i am prud of you . I am living in Holland welcome to Holland and i am working also.bye bye.please contact me my tel is 0031527616581.Ialways love you brother.

  3. Hanan Kalid Mohamed dicono:

    Hi I’m Hanan, your brother Kalid Afarindood’s daughter, good work uncle keep it up I am proud of you. I am 13 and I go to Plumstead Manor School in London. I have 4 other siblings they are called Hamza 11, Nawal 10, Safiya 8 and Naseem the youngest which is 7.
    We saw your poetry and your books they are extremely good. The only problem is we can’t understand. However I can feel that what you write is rich. By the way my aunt Aisha which you’ve heard of but never met lives with us.

  4. Aisha Mohamed Ahmed dicono:

    Hi, I am Aisha Mohamed Ahmed your youngest sister. I was really pleased to see your work,even though i don’t understand most of your work since it’s written in Italian, I still managed to look at it . Currently I am living in London with Kalid Mohamed Ahmed. I remember talking to you one day on the phone , that day I was amazed by you Somalia accent, couldn’t believe it! I am wishing you all the best and I hope you succeed in writing many more novels.
    Bye for Now.

  5. Pingback: (Ri)leggendo “Point Lenana”: note a margine » suduepiedi.net

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