Un libro su Beppe Grillo

Quello che segue è il testo dell’articolo che ho pubblicato ieri sul mio blog ospitato da Micromega. Il testo, come spesso capita quando si parla di Beppe Grillo, ha scatenato le ire dei seguaci del comico genovese.

Il fenomeno è interessante, perché apre uno spaccato sui fantasmi evocati dalla crisi economica e dal deperimento della rappresentanza che stanno comparendo, in svariate forme, anche nel resto d’Europa.

Per cultura politica e formazione giornalistica, non sono abituato a personalizzare i discorsi, a ragionare su un individuo singolo. Quando parliamo di Grillo non parliamo solo di una persona, ci occupiamo di un simbolo, di un fenomeno sociale, effettuiamo una specie di carotaggio nella composizione sociale frantumata e in cerca di riferimenti.Di questo mi sto occupando anche scrivendo un saggio-inchiesta sul partito del comico genovese, sulla cultura che lo anima e sulle cause della sua affermazione. Uscirà in autunno per Castelvecchi nella collana Rx. Seguiranno aggiornamenti.

Perché Grillo rafforza la delega

La prevedibile quanto imponente crescita del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo produce due trappole, ampiamente all’opera in queste ore.

La prima, è quella di rivendicare una sorta di “restaurazione” della rappresentanza tradizionale di fronte alla crisi della politica. Alcuni si augurano che i partiti tradizionali prima o poi riescano ad inglobare i temi e le istanze sollevati dai grillini, interpretandone le rivendicazioni, dimostrando di non aver compreso la portata della crisi della rappresentanza. Invocare il ritorno alla “normalità” dei partiti come cinghia di trasmissione tra società e istituzioni significa fare il gioco della demagogia del comico genovese.

Nuovi bisogni (photo courtesy @zeropregi)

La seconda trappola, altrettanto pericolosa, è quella di intendere il movimento carismatico di Beppe Grillo come forma, grezza eppure genuina, di nuova politica, sottovalutandone le caratteristiche autoritarie e demagogiche, la tendenza a ridurre la complessità dei fenomeni alla banalità di proposte vaghe e molto spesso ampiamente discutibili (si pensi alle sparate razziste sui migranti, alle retoriche para-liberiste sul merito e alle speculazioni sul misterioso concetto di “innovazione”). Per di più, cosa che grida vendetta e richiede un attento lavoro di decodifica e decostruzione, molti dei discorsi grillini sono costruiti vampirizzando (e banalizzando) le sperimentazioni dei movimenti sociali degli ultimi decenni.

Per non farsi ipnotizzare, bisogna guardare più forma che al merito del grillismo. In altre parole, se perdiamo troppo tempo passando in rassegna i vaghissimi e poco praticabili punti programmatici del partitino di Grillo, rischiamo di perdere di vista la sua vera natura, che risiede negli strumenti di costruzione del consenso, nei  suoi archetipi retorici e nella sua struttura organizzativa.  Solo assumendo questo punto di vista, ci rendiamo conto di quanto il Movimento 5 Stelle sia funzionale al ripristino della sovranità politica in crisi, costituisca un richiamo all’ordine uniformante sventolando la promessa di una qualche rappresentanza alle istanze sociali e dei territori per limitarsi a irreggimentarli dentro un contenitore privatistico (Grillo possiede il logo del partito e decide, a forza di epurazioni e forzature programmatiche, a chi concederlo), canalizzando la ricchezza della pluralità delle voci nella presenza individuale – oggettivamente predominante – dei monologhi del comico.

La stessa retorica della rete, tanto sbandierata per fare sfoggio di orizzontalità e apertura, viene sussunta dentro un meccanismo gerarchico e poco inclusivo, utile più a legittimare il Capo che a favorire la partecipazione. Basta leggere l’inquietante manifesto dei Cinque stelle intitolato “Siamo in guerra” (edito da Chiarelettere) firmato da Grillo col guru telematico Casaleggio, per comprendere come il web venga inteso come strumento totalizzante, con toni da chiamata alle armi ricalcati sulle tecniche motivazionali delle convention aziendali e facilonerie d’analisi sulla rete che potevano essere appena giustificabili venti anni fa, al tempo dell’entusiasmo pionieristico dei primi internauti.

Anni fa, Umberto Eco ha analizzato i meccanismi della comicità, tracciandone la stretta relazione con il concetto di delega: lo spettatore affida al comico il compito di trasgredire le regole, dal momento che lui – stando in platea – non osa mettere in discussione il contesto che le ha partorite. Così, Beppe Grillo “trasgredisce” incanalando su di sé la tensione e il disagio del suo audience. Banalmente, il suo numero non potrebbe funzionare se le “regole” che fa sfoggio di non rispettare non esistessero più.  Ecco un altro motivo per il quale, a lungo andare, il suo partitino pare fatto apposta per  sostenere la conservazione dell’esistente, invece che per seminare dubbi e cambiare le regole davvero.  Perché se fosse normale rifornirsi in pasticceria per fare tiro a segno col primo malcapitato, nessuno riderebbe di fronte alla gag delle torte in faccia.

 

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2 Responses to Un libro su Beppe Grillo

  1. Pingback: Sulla Gazzetta del Sud » suduepiedi.net

  2. fabio cuzzola dicono:

    storicamente ogni volta che la politica non fa il suo mestiere spuntano fenomeni come Grillo, partendo da L’uomo qualunque e passando per la Lega Lombarda.

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