Abitare il mondo (e raccontarlo)


Questo è un mio intervento nella discussione che si aperta sul forum di Giap, il blog dei Wu Ming, in coda alla prefazione di Wu Ming 2 a “Su due piedi”.

Qualche tempo fa, sulle pagine di Giap si discuteva del sentirsi straniero nella propria nazione. Decisi che era lo spazio giusto per condividere alcune delle riflessioni che mi stavano conducendo a camminare per un mese nella mia terra d’origine (la Calabria) e poi a scrivere il libro di cui sopra.Alcuni sono rimasti spiazzati dal fatto che alcune delle storie che intrecciano “Su due piedi” sono veloci, accennate, durano il tempo di uno sguardo e di una riflessione, occupano lo spazio di una sosta a un tavolino di un bar di paese, poi basta perché bisogna rimettersi in marcia e ci si ritrova a pensare ad altro. Il fatto che il camminatore assuma un punto di vista “lento” e più “umano” sulle cose è ovviamente verom a solo fino ad un certo punto. Troppo spesso si dimentica che chi cammina è sempre in movimento, ha tempo di notare alcune cose che non noterebbe se viaggiasse su ruota ma non ha sempre modo di fermarsi, magari deve rispettare una tabella di marcia oppure è costretto ad assecondare il ritmo del suo corpo, incombe la fatica o si affaccia l’esigenza di affrettarsi prima che faccia sera o che la giornata diventi troppo calda. Lo sguardo del camminatore è paradossalmente frenetico, inquieto, obbligato a tenere presenti diversi fattori e sintonizzarsi su diverse frequenze. Capita che vorresti approfondire una questione, ma puoi solo annusarla, fartela raccontare, toccarla e poi fuggirne. A me è successo diverse volte, nel corso dei trenta giorni di cammino. Per puro caso, ad esempio, mi sono trovato ad incontrare più testimonianze e più indizi che facevano pensare al fatto che qualcuno stesse falcidiando i boschi secolari della Sila per alimentare il business “verde” di alcune centrali a bio-masse, ma non c’era modo di approfondire.
La retorica della lentezza, insomma, non è sufficiente a comprendere il rapporto tra camminare e raccontare. Nel mio caso, poi, non si trattava di “rallentare”, non era questo che cercavo come ha notato Wu Ming 2 nella sua prefazione: più che rallentare si trattava di sperimentare diverse velocità. Volevo passare per i luoghi e attraversarne le storie, e poi fare interagire con quelle diverse variabili. Innanzitutto ho cercato di metterle in relazione con le cose che vedevo con quelle che sapevo, di fare interagire l’esperienza diretta col quaderno degli appunti, i sensi con la ragione. Inoltre, mi sono avvalso della sensibilità di alcuni “compagni di tappa”, mescolando il loro sguardo al mio, raccontando il loro viaggio e le storie che il percorso gli suscitava, tentando di restituire una dimensione meno egocentrica possibile. Infine, ho cercato sempre di collocare lo spazio in cui mi trovavo nel contesto globale, senza dimenticare che mi trovavo al centro del Mediterraneo, in un paese dell’Occidente che nella sua storia ha sempre dialogato con l’Oriente, in una terra che ospita la più collaudata forma criminale globalizzata e che accoglie migranti da ogni parte del mondo. Infine ho costruito ponti verso tanti “altrove” anche utilizzando fino alla compulsione (per scrivere, inviare testi, aggiornare il blog e postare sui social network, consultare il navigatore e interrogare il web, telefonare, fotografare, rileggere appunti) quella macchina del tempo e dello spazio che è lo smartphone (ho cercato di ragionarne qui).
In “Open City” lo scrittore nigerian-newyorkese Teju Cole racconta il mondo attraverso le passeggiate del suo protagonista nella Grande Mela. Il libro di Cole ( di prossima traduzione in Italia) è un ottimo esempio di come attraversando uno spazio a piedi, si possano alternare momenti di auto-riflessione molto intima a passaggi di scoperta dell’altro, alla ricerca di un modo per “sentirsi a casa nel mondo” visto che – come diceva Adorno – “le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile”. Ci si perde e ci si ritrova, nel romanzo di Cole, spesso approdando a posti nei quali non si pensava di arrivare.
Ho utilizzato un espediente narrativo come il viaggio, cioè un trucco vecchio quanto il mondo, per tenere insieme diversi sguardi e diverse voci, per entrare nel sentiero impervio dell’identità calabrese e scardinarne alcuni luoghi comuni, a partire dalla falsa alternativa tra tradizione e sviluppo, del dibattito noioso e inutile che contrappone ( e spesso fa convivere) la nostalgia per i bei tempi andati e l’attesa spasmodica degli spacciatori di futuro a buon mercato. Ero terrorizzato dall’idea che far interagire tanti registri desse vita a una matassa informe. Teju Cole qualche mese fa ha detto al Corriere della sera una cosa quasi banale, che però rimanda direttamente al modo in cui *ce la raccontiamo*. Eccola : “L’identità non può più essere pensata con semplicità. Il mondo moderno fa sì che sempre più persone racchiudano in sé una moltitudine di voci. Guardiamo film britannici, mangiamo giapponese, andiamo in Giamaica in vacanza, pratichiamo lo yoga, e amiamo la musica brasiliana. Esperienze ibride di vita offrono una serie di risposte diverse all’esistenza. Letteratura è avere affinità con varie voci. Per riuscirci bene, conta aver vissuto molteplici situazioni” (qui tutta l’intervista ).

Per riuscirci, aggiungo, bisogna “sentirsi a casa nel mondo”. Come ha scritto uno dei miei compagni di cammino, Paolo Jedlowski, “ciò dipende dalle storie che raccontiamo e da quelle che ascoltiamo, dall’integrazione riuscita tra i racconti e quello che stiamo sperimentando”.

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2 Responses to Abitare il mondo (e raccontarlo)

  1. fabio cuzzola dicono:

    ho da poco ordinato il libro. Ho camminato come scout per 23 anni e la prospettiva di “sperimentare nuove velocità” ti porta anche a sperimentare nuovi sguardi. Un modo di vedere dentro di sè e dentro gli altri.

  2. Rachele dicono:

    Bellissimo pezzo, davvero. Finalmente qualcuno in rete che scrive del viaggiare con un punto di vista profondo e originale. Open City non lo conoscevo, ma lo recupero.

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