Romanzo questurino

Capro espiatorio (di Alessio Spataro)

Il 21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha finalmente messo la parola “fine” al grottesco processo contro il “Sud ribelle”. Dieci anni fa, mesi dopo il G8 genovese e all’indomani del social forum europeo di Parigi, alcuni nostri compagni e compagne vennero prelevati dalle loro case e sbattuti in carcere con accuse abominevoli. Questo articolo è stato pubblicato alla fine del mese di aprile del 2008 sulle pagine di Carta, il settimanale per il quale lavoravo. E’ una ricostruzione del retroscena politico e repressivo e dell’odio ideologico che ha portato all’operazione contro i movimenti. Vi si fanno i nomi di alcuni di quelli che portano la responsabilità di quegli arresti. Nella regione della ‘ndrangheta, dei veleni sotto terra e nei mari e della politica corrotta, ci sono pm e funzionari di polizia che perdono tempo a perseguitare i propri nemici politici e ad assecondare i diktat di chissà quali poteri oscuri. Adesso, occhi aperti sulle sentenze della Cassazione di luglio sui torturatori della Diaz e sui dieci manifestanti che si vorrebbe incarcerare per “devastazione e saccheggio”. Per saperne di più, e aderire alla campagna d’appoggio, cliccate qui.

Manca qualche minuto alle 17 del 24 aprile del 2008. A cinque anni e mezzo di distanza dagli arresti del novembre 2002 contro i sovversivi del Sud ribelle, la corte d’assise del tribunale di Cosenza emette la sentenza per i tredici attivisti su cui pendono 50 anni di galera, 26 di liberà vigilata e 5 milioni di euro rimborso allo stato italiano.
«Tutti assolti, il fatto non sussiste». Nel giro di sei parole la paura si scioglie e il castello di carte si dissolve. Il pubblico in aula esplode in un boato di gioia. Qualcuno non trattiene quello che per quasi sei anni ha conservato nel cassetto delle piccole vendette da consumare a tempo debito: in piedi sui banchi dell’aula, un plateale gesto dell’ombrello verso gli uomini della Digos di Cosenza, che hanno assistito solerti a tutto l’evolversi del processo, che lo hanno puntellato con testimonianze velenose e che sono presenti in bella mostra anche al momento finale della sentenza.
Fuori dal tribunale, uno striscione degli imputati ricorda Peppino Mazzotta, principe del foro casentino e difensore dei sovversivi. Voleva difenderli anche in questo processo, alla prima udienza fece un intervento di quelli che fanno tremare la pubblica accusa. Ma un brutto male, all’improvviso se lo portò via. «Nel luglio 2007 ho potuto ascoltare da vicino i racconti di un cavaliere con passamontagna, naso lungo ed occhi dolci, che vive nella selva Lacandona – ci spiega Claudio Dionesalvi, uno degli imputati – Gli zapatisti interrogano i loro morti sepolti ad Oriente per conoscere il cammino da fare. Oggi c’è un sole intenso dietro i monti della Sila, ad est, dove riposano i nostri defunti. Ad uno di loro, il compagno avvocato Peppino Mazzotta, abbiamo dedicato lo striscione esposto di fronte il palazzo della Finzione, cioè il tribunale». La giornata speciale di Claudio era iniziata a scuola. «Uscendo dalla classe ed entrando in corte d’assise, portandoti dentro un po’ dell’una e un po’ dell’altra, mentre varchi entrambi i cancelli, puoi capire l’importanza di sovvertire il mondo – prosegue Claudio – L’assoluzione dai reati di cospirazione e sovversione è solo un episodio. Ma è la conferma che possiamo vincere sorridendo. C’impone di credere ancora nella costruzione di un’altra Calabria, afflitta oggi da multinazionali, da una mafia monolocale di ceti medi e ‘prenditori’ nordisti. Spinge a ragionare su tante giovani vite extralegali incontrate in carcere. Se la sinistra securitaria teme di perdere consensi e tace, noi che non cerchiamo voti ma autonomia, denunciamo ora più convinti le torture del 41 bis e della custodia cautelare. Inoltre, questa piccola vittoria c’invoglia a stringerci intorno alle altre migliaia di attivisti inquisiti per le lotte sociali. Penso ai compagni di Firenze, freschi di condanna. A Cosenza abbiamo vinto un derby. Le forze del Male ci riproveranno. In appello, un collega appassionato di diritto emergenziale, un amico giudice compagno di merende del Ros, possono sempre trovarlo. Il nostro problema è un altro. È che ‘manca quel che manca’».

Il Pm Domenico Fiordalisi

Nel gennaio scorso [Carta n.2] avevamo scritto che la congettura del pm Domenico Fiordalisi era causata da due fattori, autonomi l’uno dall’altro. Il primo era il dossier dei Ros sui fatti del G8 di Genova del luglio 2001. Rigettato da più procure, a partire da quella genovese, il plico del Reparto operativo speciale si incaglia nel porto delle nebbie della procura di Cosenza, dove pure avrebbero motivo di interessarsi dell’intreccio tra mafie, massoneria e politica che sta devastando la Calabria e impoverendo sempre di più i calabresi. Eppure, il pm Fiordalisi colloca la fantomatica associazione sovversiva che avrebbe orchestrato la «devastazione e il saccheggio» di Genova proprio nel capoluogo bruzio. Ciò avviene anche perché la Digos cosentina da anni pedina e intercetta con sospetta ostinazione tutto ciò che accade nei movimenti sociali cittadini. Così, l’«ufficio politico» della questura cosentina ha accumulato una mole di materiale impressionante su centinaia di persone. Faldoni e brogliacci che sembrano fatti apposta per essere rimontati ad arte per dimostrare tutto e il contrario di tutto. Carte che vengono ritenute utili persino a far traslocare la vera inchiesta su Genova, quella che utilizza i dispositivi dell’apparato disciplinare del codice Rocco e della legislazione d’emergenza degli anni settanta [il reato associativo previsto dall’articolo 270 bis del codice penale] e quelli, più sofisticato, del controllo delle democrazie postmoderne [l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali, la criminalizzazione dell’attività sociale degli individui, che si è rivelata un’arma a doppio taglio per la procura di Cosenza, visto che in questo processo insieme ai tredici imputati si sono sentite coinvolte migliaia di persone].
Sospettavamo che a Cosenza tutto fosse bell’e pronto già prima di Genova per istruire la congettura di Fiordalisi. Qualche settimana dopo la pubblicazione di quell’inchiesta significativamente intitolata «Questura oscura», siamo venuti in possesso di un documento che va ben oltre i nostri sospetti. Venti pagine di carta intestata «Questura di Cosenza» con il timbro della Procura della Repubblica. Nella prima pagina si legge l’oggetto: «Appunto riguardante la storia dell’eversione cosentina degli anni settanta fino ad oggi», rivolto alla cortese attenzione del sostituto procuratore Fiordalisi da parte del dirigente della Digos Alfredo Cantafora. E poi la data: 3 maggio 2001.
Siamo a più di due mesi prima dei fatti di Genova, ma già alla quarta riga dell’informativa, Cantafora disegna la colonna portante di quello che dopo un anno e mezzo verrà esplicitato nella congettura di Fiordalisi: «Si premette che negli anni trascorsi, in questo capoluogo, si sono verificati fatti tali da far ritenere l’esistenza di un filo conduttore importante tra elementi legati all’eversione, specialmente quella di sinistra da cui sono scaturiti episodi eclatanti del terrorismo in campo nazionale e soggetti che operano localmente, apparentemente in maniera del tutto legittima». Insomma, proprio come nelle centinaia di pagine dell’ordine di arresto di Fiordalisi, tutto comincia con la nascita dell’Università della Calabria, in cui, nota Cantafora scandalizzato «l’ammissione dei corsi di laurea avveniva mediante un concorso per i titoli che era costituito dal punteggio conseguito agli esami di maturità e dall’appartenenza a nuclei familiari con basso reddito. Tale sistema di ammissione aveva fatto sì che nell’ateneo calabrese confluissero nella quasi totalità giovani appartenenti a famiglie del proletariato calabrese […].Questa situazione ha consentito ai movimenti dell’estrema sinistra di trovare terreno fertile per la loro propaganda politica. […] Anche oggi i giovani dei centri sociali contestano aspramente il partito di Governo e la sinistra in genere, in quanto lo ritengono ‘ schiacciato’ alle idee del centrosinistra».

Piperno in veste talare (per motivi cinematografici)

Da qui, l’«appunto» di Cantafora descrive la storia dell’«eversione» dell’ateneo cosentino, che ruoterebbe attorno alla figura di Franco Piperno, «noto professore di fisica», e di sua moglie Fiora Pirri, intorno ai quali «si costituì ben presto un nucleo di docenti dal 1975 diedero vita ad un’intensa attività politica, intesa ad avviare la lotta proletaria che potesse portare al cambiamento istituzionale dello Stato, mediante la scelta rivoluzionaria». Di questo «gruppo Piperno-Pirri» secondo Cantafora facevano parte gente come Giuseppe Arlacchi, il sociologo che ha istituito la Direzione Investigativa Antimafia e che è stato sottosegretario Onu sulla criminalità, o come la sociologa tedesca Renate Siebert che a lungi si è occupata di antimafia e donne al sud e che, solo per essere uscita dalla Scuola di Francoforte ed essersi laureata con Adorno, viene indicata dal capo della Digos cosentina come «sospettata di aver avuto contatti con elementi della Raf». Gli anni settanta cosentini si concretizzano in ben poca cosa per una supposta «centrale della lotta armata nel Meridione»: qualche attentato incendiario pagato con anni di carcere speciale da alcuni militanti. Ma il dossier passa direttamente al 1990, l’anno in cui gli anni ottanta finiscono e riprendono i conflitti sociali a Cosenza: comincia a trasmettere l’emittente comunitaria Radio Ciroma, i collettivi cosentini organizzano i campeggi antimilitaristi contro la base Nato di Crotone e viene l’occupato il centro sociale Gramna. La Digos cosentina riesce a leggere questi movimenti solo con le lenti degli anni settanta, e comincia fin da allora a interpretare qualsiasi forma di aggregazione, persino quella della locale curva calcistica, con il codice della legislazione d’emergenza. Il documento sull’«eversione cosentina» inanella una serie di annotazioni cronologiche che sarebbero esilaranti, se non ci trovassimo nella grottesca imitazione di un film sulle attività della Stasi della Germania orientale come «Le vite degli altri».

In primo piano, il capo della Digos Alfredo Cantafora

Nel 1994 la destra va al governo e Cantafora e i suoi ci tengono a mettersi in evidenza annotando con diligenza qualsiasi gesto che vada contro il presidente del consiglio, [un manifestante viene citato nella storia dell’eversione locale per il semplice fatto di avere scritto su un muro «Berlusconi cretino»], i suoi alleati [a Cosenza c’è una solida tradizione antifascista, che viene catalogata come attività sovversiva] e le sue proprietà [Mediolanum, Standa, Findomestic]. Nel luglio del 1996 Ciccio Gaudio, poi consigliere comunale di Rifondazione comunista, va in Chiapas al primo incontro intercontinentale contro l’umanità e in neoliberismo. Cantafora e i suoi ragazzi se ne accorgono solo nell’ottobre di quell’anno. «8. 10. 1996 – Personale di questo ufficio – annota la Digos nel documento trasmesso a Fiordalisi – nel corso dello svolgimento della trasmissione televisiva ‘Immagini dal Chiapas’ condotta dal giornalista Gianni Minà andata in onda su RaiDue, ha riconosciuto il noto Gaudio Francesco quale partecipante ad un convegno internazionale organizzato dal ‘Fronte zapatista di liberazione nazionale’ tenutosi i Perù [sic]». Il bello viene subito dopo, quando Cantafora fa sapere a Fiordalisi di aver «informalmente appreso che il predetto Gaudio si era recato in Perù [sic] per ivi apprendere le tecniche di guerriglia». Chi conosce Gaudio, figura nota della sinistra locale e professore occhialuto in un liceo cosentino, riderà a crepapelle.
Negli anni successivi a Cosenza nascerà un secondo centro sociale [il Filo rosso], arriveranno le Tute bianche, si contesterà il centrosinistra per i bombardamenti in Jugoslavia. Tutte mobilitazioni che vengono inserite in un unico teorema, quello che porterà alla costituzione di un’associazione atta a «sovvertire l’ordinamento economico».

Il manifesto a firma "Cosenza sovversiva" apparso oggi per ringraziare i cosentini della solidarietà di questi anni

«Non sono valsi a nulla gli arresti nel cuore della notte; le carceri speciali; i quattro anni di processo; le settantamila pagine; le centinaia di testimonianze, alcune loschissime, imbarazzanti; le centinaia di migliaia di euro spesi – riflette Anna Curcio, altra imputata cosentina – Abbiamo vinto su tutta la linea. ‘La storia siamo noi’, la storia non si scrive nei tribunali, ma vive nelle esperienze soggettive, nelle lotte, nei percorsi di movimento. Ad essere sotto accusa non era una città, una comunità, dei bravi ragazzi. Era il movimento, le grandi giornate di lotta di Genova 2001. Di fronte all’impossibilità di mettere a tacere le lotte, l’agire creativo e sovversivo anche sotto il peso di accuse gravissime e del rischio di condanne pesanti, alla fine anche i più accaniti sostenitori del farraginoso teorema Fiordalisi hanno dovuto mollare la presa. Processi come questo hanno il solo scopo di arginare il dissenso. Quando ciò non avviene è l’intero gioco che salta in aria. Fiordalisi, i Ros, gli sgherri della Digos di Cosenza ne escono a pezzi, sconfitti. E diciamolo con chiarezza: la sconfitta non arriva dalla sentenza, ma dal loro fallimento. Pensavano di di farci assumere l’identità dei perseguitati, di ridurci a vittime. Si sono sbagliati su tutta la linea. Paradossalmente sono più le opportunità che i problemi che questa storia ci ha dato. Un altro smacco a chi ci voleva ridotti al silenzio e all’immobilità».
Secondo la sentenza il fatto non sussiste. Cantafora e Fiordalisi, il poliziotto e il pubblico ministero, in aula rimangono impietriti, mentre dall’aula del tribunale i cori li invitano ad «andare a lavorare». Adesso rimarranno al loro posto, o verranno sostituiti da qualcuno che deciderà di lottare contro ‘ndrangheta e corruzione invece di perseguire la libertà dei movimenti sociali?

Post Scriptum
giugno 2012: Domenico Fiordalisi è procuratore a Lanusei, in Sardegna. Alfredo Cantafora, il capo della Digos cosentina,  è stato trasferito a Catanzaro. Adesso dirige l’ufficio denominato “di polizia amministrativa e sociale dell’immigrazione”.

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2 Responses to Romanzo questurino

  1. fabio cuzzola dicono:

    una storia degna del miglior Kafka.

  2. Pingback: Per non dimenticare Genova » suduepiedi.net

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