Raccontare Genova

Carlo si tuffa

Avrei voluto scrivere queste righe il 20 luglio, nel giorno dell’omicidio di Carlo Giuliani. Il mio racconto genovese, in verità, l’ho già buttato giù in occasione del primo quinquennale. Venne pubblicato sul sito di Carta e sulle pagine di CalabriaOra, che per qualche mese fu un esperimento quotidiano vivace e imprevedibile. Per la pubblicazione di quel pezzo, protestò un esponente dei sindacati di polizia. Scrisse che quelle due pagine raccontano i fatti “solo da un punto di vista, quello dei no global, evitando di rappresentare che forse in occasione degli scontri di Napoli e Genova alcuni signori avevano realmente sognato di sovvertire l’ordine democratico dello Stato”. Il direttore di quel giornale all’epoca, Paride Leporace, rispose con ferma cortesia: “Sono un giornalista di parte, è una delle mie ricchezze in un mondo omologato e spesso venduto al migliore offerente”.

Aneddoti, scorci, dettagli, cose che ritornano alla mente solo adesso, undici anni dopo, ce ne sono ancora. Quindi – mi dico – potrei arricchire quel resoconto. Potrei raccontare di come rimanga paralizzato ogni volta che giro l’angolo in mezzo al traffico e mi trovo a inchiodare a mezzo metro dal finestrino posteriore di una jeep Defender dei Carabinieri. Potrei ricordare del pranzo sulla via del ritorno, quando ci fermammo a mangiare qualcosa sulla litoranea, in Toscana, e ci accorgemmo – ancora ammutoliti e dopo una settimana di vita in comune e sperimentazioni informativa che ci avevano fatto dimenticare la disinformazione ufficiale – che le immagini dei telegiornali invece di parlare di Diaz e Bolzaneto scandagliavano i cumuli di macerie alla ricerca delle spranghe dei manifestanti.

“Bisogna evitare il reducismo”, mi dico. E però non riesco a mettere a fuoco alcune cose. Le tragiche giornate di Genova sono ancora impresse nella memoria, nella coscienza e nell’immaginario collettivi. Eppure, sono passati undici anni e soprattutto il mondo e la situazione italiana sembrano cambiate non poco. L’anomalia di Genova, della sua narrazione che riemerge continuamente e che non ha nulla a che vedere con il ricordo del tempo che fu, è dovuta ad alcune peculiarità, che secondo me rendono quelle giornate molto diverse dalle date storiche che i movimenti si portano dietro. Genova non è come Valle Giulia e non è neanche la cacciata di Lama, non è il pianoforte che suona in mezzo agli scontri a Bologna e neppure il comparire della Pantera.
Intanto, bisogna dire che le contestazioni al G8 genovese furono un evento davvero moltitudinario. Almeno trecentomila persone attraversarono le strade del capoluogo ligure in quei giorni. La stragrande di maggioranza di quelle persone aveva un ruolo attivo, non stava in piazza per semplici motivi di opinione. Avevano organizzato le campagne contro il G8 nella propria città, si erano impegnati a riportare a chi non era potuto venire quanto sarebbe successo, cercavano di scaricare in piazza le ingiustizie che avvertivano nei loro territori e nei loro settori di intervento.
Credo sia importante, a questo proposito, ricordare che a Genova ci si arrivò sull’onda di uno stato emotivo molto positivo, in preda all’entusiasmo e alla sensazione diffusa che nessuno avrebbe potuto fermarci. L’armata degli straccioni sfidava l’esercito dell’impero con una leggerezza che oggi qualcuno definisce irresponsabile ma che era la cifra di quel movimento. Non si capisce Genova, e non si coglie che cosa significa il racconto collettivo che la fa vivere ancora oggi, se non si comprende quell’estasi e non si mette in luce il modo in cui venne aggredita e alla distruttiva disillusione che la colpì il 20 luglio.
Il passaggio dalla leggerezza del plexiglass alla pesantezza dei proiettili fu repentino e ancora oggi difficile da descrivere. Ognuna delle persone che era a Genova, dicevo, ha le sue storie da raccontare, la sua prospettiva per illuminare il racconto collettivo degli eventi. Si dirà che l’evento simbolico, quello che giustamente rappresenta la tragedia di quelle giornate è l’omicidio di Carlo Giuliani a piazza Alimonda. E però quell’apice di violenza, la morte di Carlo, racchiude in sé le violenze che tutti quelli che c’erano hanno visto in ogni parte della città. La frammentazione dei punti di vista, e la loro capacità di raccogliersi nella coscienza collettiva, è in qualche modo rappresentata dalle ricostruzioni video di quelle giornate, che rimontano una sequenza impressionante di contributi video, raccolti dai punti più disparati della città.
Sarebbe interessante sapere se hanno la stessa impressione quelli che a Genova non c’erano, soprattutto quelli che magari nel 2001 erano troppo piccoli e che – ce ne sono tanti che scrivono in questi giorni – si cimentano con quel corpus di storie. Dobbiamo ancora capire davvero il modo in cui questi infiniti sguardi continuino ad operare oggi, ad interagire sfidando la tentazione – che tutti abbiamo – di stare zitti perché non è facile trovare le parole per raccontare Genova, costituiscono una macchina narrativa permanente, una jam session di racconti impressionante, impossibile da zittire, che ci allontana da qualsiasi forma di “reducismo” perché ci riporta sempre dentro un contesto più grande, a confronto con altre voci che si ritrovano sullo stesso piano e portano il loro contributo, e che ci impedisce  per una volta – di dividerci in tanti rivoli e e piangere divisi sul sangue versato. Eravamo là. Tutti.
Oppure – penso qualche ora dopo – potrei scrivere del corteo serale dell’altra sera. Di quando con qualche centinaio di persone da Trastevere abbiamo attraversato il fiume per raggiungere il ministero della giustizia ed esprimere la rabbia per le condanne assurde e la “devastazione” e il “saccheggio” accollata a gente come noi, che era lì in quei giorni di luglio, presa a caso e sbattuta in galera. Di come quella passeggiata collettiva fosse inevitabilmente contagiata da una delle cose più brutte possa capitare a chi decida di essere in movimento: il senso di impotenza. Qualcuno ha scritto che non dobbiamo cedere allo sconfittismo, che il capitalismo è in crisi e in giro per il mondo le moltitudini avanzano. Senza sarcasmo: tutto vero. Ma non sempre la ricostruzione del quadro globale, della “fase”, coincide con la condizione soggettiva. Come fai a non sentirti sconfitto quando dieci persone stanno entrando in carcere per rimanerci anni.

 

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3 Responses to Raccontare Genova

  1. eveblissett dicono:

    Ho ventiquattro anni. Nel 2001 ne avevo tredici.
    Le giornate di Genova le ho viste in TV e le ho affrontate con quella sensibilità vaga e confusa tipica della preadolescenza. L’anno successivo, prima liceo, mi avvicinai al collettivo di Studenti in Movimento (mica per consapevolezza politica, all’inizio. Perchè mi piaceva un tizio del collettivo in questione. Che nell’ottantapercento dei casi succede così). Comunque poi la cotta è passata, la militanza no.

    All’epoca, al liceo, leggevo tanto e vedevo film (ma questo lo faccio pure adesso), partecipavo alle iniziative, andavo ai cortei, ai concerti, occupazioni, assemblee organizzative dell’aula autogestite, ma assemblee di attivo politico poche, quasi zero. Tutto il contrario di adesso, che faccio addirittura le pubbliche relazioni e sono delegata a farmi le assemblee politiche di movimento in giro per il mondo, praticamente.

    Credo che la mia prospettiva, la mia personale narrazione su Genova sia indissolubilmente legata a questa storia, al mio percorso di militanza: da un punto di vista cronologico potrebbe sembrare una cosa paradossale ma io percepivo Genova più distante, più “evento concluso”, “parte della storia del movimento” (tipo la cacciata di Luciano Lama, Valle Giulia e le altre cose che tu citi sopra) nei miei primi anni di militanza (che erano anche gli anni immediatamente successivi al 2001, gli anni in cui teoricamente Genova avrebbe dovuto essere un fatto ancora “caldo”), che adesso. Adesso, anche se non c’ero, Genova mi fa male quasi come se ci fossi stata.

    Ho provato a darmi delle spiegazioni. Me ne sono date tante.
    -La prima è banale: cresci, sei più consapevole. E’ solo una questione “di età”.
    -La seconda tira in ballo una rimozione post-traumatica collettiva. Negli anni immediatamente successivi a Genova l’unico modo per ripartire collettivamente era rimuovere il trauma e fare finta che Genova fosse un evento passato, chiuso, esaurito. Storia. Un sacco di documentari. La “mia generazione” si è trovata a non aver vissuto il trauma ma a doverne vivere la rimozione, a livello collettivo, praticamente. E ho l’impressione che, almeno a livello personale, il 14 dicembre e il 15 ottobre mi abbiano risvegliato dentro anche quel trauma che non ho mai vissuto. E ho l’impressione, di conseguenza, che se a livello collettivo non riusciamo ad affrontare Genova, non riusciremo ad affrontare nemmeno il 14 dicembre e il 15 ottobre. E tutto quello che verrà dopo.
    -La terza probabilmente è quella che mi fa più male. Di fatto è il motivo per cui non ce la faccio a commentare su Giap: lo scoramento e il senso di impotenza che viene leggendo quel dibattito è lo stesso che mi viene nelle mille assemblee di movimento di cui dicevo sopra. Continuano scazzi su scazzi interni per motivi che da quello che leggo, dalle narrazioni che sento da parte di chi c’era, sembrano gli stessi di undici anni fa. Per parafrasare Wu Ming 4, qua pare che più che montare la marea rimonta la merda. Ogni volta. E c’è l’impotenza, e passa ogni volta la voglia.
    Però poi continuiamo ogni volta, collettivamente, a sbatterci la testa, e mi dico che questo continuare a sbatterci la testa collettivamente, anche se ci fa sembrare una massa di cazzoni idealisti à la Don Chisciotte, è il nostro punto di forza, è la chiave per andare avanti e dai e dai il muro si rompe.

    E boh. I miei 0,02 euro.

    Baci.
    Eve

  2. Giuliano Santoro dicono:

    Hai ragione, l’esercizio pratico di questo racconto collettivo che è stata Genova 01 non è solo doloroso, è anche oggetto di scazzi e visioni contrapposte. Questo aspetto l’avevo messo sottotraccia nel testo iniziale perché volevo mettere in primo piano la pluralità del movimento che si è materializzata a Genova. Va da sé che questa pluralità – che ancora opera, discute, si accapiglia e faticosamente mette sassi sulla ferrovia ad Alta Velocità della memoria “ufficiale” – è molto faticosa. Penso che dovremmo imparare tutti a rispettare quelle giornate, a trattare bene noi stessi e a saper maneggiare questa condivisione del trauma.
    A proposito di trauma, a me pare – e lo dico anche in seguito a discussioni con compagn* più giovani – che l’emersione della generazione successiva a quella di Genova, che per schematizzare collocherei con l’esplosione dell’Onda e con la pratica del Book Bloc, abbia finalmente aiutato ad uscire dal trauma di Genova. In quell’occasione è tornata un po’ di sana sconsideratezza e imprudenza, quell’atteggiamento che noi abbiamo perso nel trauma, in quei pochi minuti che hanno diviso la gioiosa discesa dal Carlini alle cariche a tutta velocità dei blindati di via Tolemaide. Siccome *Genova non è finita*, è un evento ancora aperto nel bene e purtroppo anche nel male, quella spregiudicatezza è un toccasana per tutti noi.

  3. eva dicono:

    Io il dilemma di Genova non riesco a risolverlo. Esaltazione e sconfitta, ingenuità e disillusione, ossessione e rimozione.

    La chiave non la trovo eppure ce l’ho. La stronza insiste a non perdersi. È piccola e insignificante, di quelle che la copia non costa niente. È il corollario a essere pesante, sa di carcerario: catenella in ferro, vite e bullone a stringere un pesante rettangolo in legno, e un grande “6” scritto in nero.

    Era stata oggetto di grandi contese. Non all’inizio, quando al Carlini c’eravamo appena entrati e lo spogliatoio 6 era un rifugio tranquillo e rassicurante. Per il resto nello stadio semideserto le associazioni mentali si sprecavano – quegli spalti sotto il sole cocente risvegliavano spettri ben precisi, c’era poco da dire. Ma ogni giorno, ogni ora, continuava l’afflusso. E in un attimo lo stadio non c’era più, c’era il laboratorio Carlini con i suoi infiniti mondi. Lo spogliatoio 6 era stato colonizzato da una folta tribù, con frequenti scazzi per il controllo dell’ambita chiave di accesso. Una sera, verso la fine del countdown, ero incappata in una compagna che me ne chiedeva notizie esasperata. Non sapevo che dirle, mi ero spostata in tenda.

    È stato solo alla fine di luglio che la stronza è saltata fuori dallo zaino. Quando mi ero finalmente decisa a disfarlo, che anche rientrati c’era altro a cui pensare. Ricordo di aver riso, a vederla spuntare dal groviglio lercio. Ma non c’è mai stato verso di ricordarmi come c’era finita, quand’è che me l’ero intascata. Ricordavo e ricordo perfettamente il momento in cui mi ero precipitata in tenda, la notte del 21. Bisognava andarsene e soprattutto portare via chi era rimasto, tutti quegli stranieri. Andare non importa dove, ancora in strada, verso fuori. Avevo arraffato quello che potevo, per la tenda non c’era tempo, e della chiave nessuna traccia.

    Fatto sta che me la ritrovavo tra le mani, a Roma, dentro casa. E vai a capire che farci. Appenderla in bella mostra proprio no, buttarla impossibile. L’avevo lasciata lì, a farsi sommergere dal caos di quegli anni, per rispuntare puntualmente a ogni trasloco. E ogni volta è la stessa storia. È brutta e resta il dubbio che porti sfiga. Non so dove metterla. Finisce che la butto dove capita, con finta noncuranza, sapendo che il quotidiano se la andrà a ripescare.

    Ora io non so dire se avremmo potuto o dovuto fare altre scelte, costruire un altro discorso, sottrarci alla trappola. Se e come in questi anni avremmo dovuto elaborare il fallimento, gli errori, il trauma. So che a Genova ero esattamente dove avevo scelto di essere e non ci sarebbe stato verso di trovarmi altrove. So che c’ero ben prima delle tre fatidiche giornate, c’eravamo già tutti e da tempo.

    Da brava militante, ho anche conservato qualche pezzo di carta. C’è un fascicolo spillato, una trentina di pagine tra documenti, email, articoli. “Carovana ‘99: metti che 500 indiani”. Per me e per altri era iniziata così. E non era stato solo per i cinquecento indiani – che poi a mia memoria erano trecento. O perché venivano da un posto chiamato Karnataka, nome seducente. Ma metti che. Metti soltanto per un attimo che.

    In calce alla prima pagina c’è un appunto. La calligrafia non è mia. “Portare al nord il punto di vista del sud. Contatto per sviluppare questa presa di coscienza. Creare legami di solidarietà concreti. Costruzione di una politica globale contro unico ordine mondiale in economia / liberalizzazioni. Contro multinazionali, al controllo sempre più vasto dell’economia mondiale. Debito del terzo mondo / disobbedienza al G8. Contro la guerre (sic), il militarismo e il nucleare. Egemonia militare = imposizione dell’autorità globale e delle regole del gioco”.

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