Costruire il popolo

Questo articolo, che anticipa e sintetizza alcuni dei temi che ho sviluppato nel libro su Grillo di prossima uscita, è stato scritto per la e-rivista Quaderni Corsari, che ha debuttato ieri e che verrà presentata venerdì 14 settembre alle 18 a Torino all’interno di Fiumana, festa della Fiom che si svolge a Parco Michelotti.

Populismo digitale. Nel dibattito corrente, l’aggettivo “populista” si utilizza sovente come sinonimo di “demagogo” o magari per alludere a una forma surrettizia di autoritarismo. Queste sfumature, che pure in una certa misura fanno parte del corredo storico del populismo, non sono sufficienti a spiegare un fenomeno, che in qualche modo informa – ovviamente a diversi gradi ed interagendo di volta in volta con diverse variabili – quasi tutti i discorsi politici degli ultimi decenni e che per certi versi attraversa sia la destra che la sinistra. Qui per “populismo” intendiamo la capacità da parte di un leader di costruirsi attorno un “popolo” che gli corrisponda in pieno, mortificando le differenze e appiattendo le ricchezze della multiversità. Nel momento in cui i grandi blocchi sociali del Novecento appaiono frantumati, questa capacità di costruire gruppi di appartenenza, anche se a scapito della diversità, ritrova centralità. Ma se Berlusconi aveva allevato il suo elettorato attraverso le televisioni e Bossi ha dato una nazionalità fittizia ai suoi elettori inventando la Padania, come avrebbe costruito il suo popolo il “populista digitale” Beppe Grillo? Per rispondere proviamo a ricostruire la genealogia del grillismo. 

Il politico è un brand. È dagli anni Cinquanta che la comunicazione politica funziona come la comunicazione commerciale, cioè attraverso quei meccanismi (pseudo)scientifici a cui Vance Packard ha dato un’etichetta di successo: persuasione occulta. Non è un fenomeno recente, anche se in Italia si è verificato con ritardo (dopo la fine della Guerra Fredda) e con caratteristiche affatto peculiari. Ma è solo dagli anni Novanta che il marketing statunitense ha scoperto l’acqua calda: il potere delle narrazioni. La personalizzazione della politica implica la sparizione dei partiti e dunque delle ideologie: ciò che resta – almeno sulla ribalta comunicativa – sono esseri umani, cioè storie. “Le masse vogliono racconti, non liste delle cose da fare: dunque, la pubblicità deve trasformare il brand in un personaggio; e il marketing politico – fatto in casa o pianificato da un team di esperti – deve trasformare il politico in brand, e poi di nuovo il brand in personaggio”, spiega il semiologo Marcello Walter Bruno, autore di un saggio sulla comunicazione politica “da Lenin e Berlusconi” intitolato “Promocrazia”. Il suo collega americano Stephen Duncombe ha scritto qualche anno fa, quando la sinistra americana subiva l’egemonia del neocon, un affilato saggio intitolato “Dream”, che cercava di convincere gli oppositori di Bush Jr. di riappropriarsi dell’immaginazione (la famosa “Immaginazione al potere”) per sconfiggere la strategia di story-telling imbracciata dalle destre.

“Fate entrare le Veline”. “L’Italia è il paese in cui, nell’ultimo quarto di secolo, è andata in onda ogni sera sulle reti dell’uomo più potente del paese, una trasmissione comico che ha avuto al tempo stesso la pretesa di sostituire il telegiornale e persino “fare denuncia”. Dal 7 novembre del 1988 su Italia1 e dall’anno successivo sulla rete ammiraglia di Mediaset, Canale 5, Striscia la notizia è il programma più visto della televisione italiana da venticinque anni. La trasmissione è costituita da una collezione battute ricorrenti, tic verbali e manie compulsive intervallate da risate pre-registrate che – ecco il vero capolavoro – hanno pretesa di «denuncia». Il più delle volte Striscia non insegue i potenti veri: se la prende con imbroglioni di provincia e furbetti del condominio. Li mette alla gogna alimentando lo spirito di rivalsa del telespettatore in cerca di giustizia mediatica. Il guru del programma è Antonio Ricci, sedicente «situazionista» ed «ex sessantottino» e – ed eccoci al punto che ci interessa in questa sede – sodale e autore di Beppe Grillo dagli esordi al grande successo nazionale. Ricci venne chiamato da Grillo in Rai. Pippo Baudo aveva scoperto il giovane cabarettista nei locali milanesi, quelli meno rinomati del mitico Derby, e gli aveva proposto di essere uno dei protagonisti di Fantastico, lo show di punta del sabato sera della Rai. Quando Grillo esaurì il suo repertorio di monologhi, ebbe bisogno del suo amico Ricci. Era il 1979. Da allora cominciò il sodalizio tra i due liguri, l’autore di Albenga, nel savonese, e il comico di Genova.
Il paradosso consiste nel fatto che Ricci non si accontenta di gestire il successo travolgente dei suoi programmi. Pretende che gli venga riconosciuta onestà intellettuale e anzi verginità politica. Rivendica di essere contro-corrente e chiede di venire riconosciuto come voce d’opposizione. Ha spiegato una volta: «Abbiamo scelto di indagare il parassitismo sulle notizie di cui vive l’informazione tradizionale, con le sue censure e la sua retorica. I suoi tic. Le sue verità rivelate».

Il feticismo della parola. Nel 2010, lo scrittore Nicola Lagioia, fresco autore di un romanzo sull’immaginario degli anni Ottanta e dunque preparato sulla temperie dentro alla quale si è forgiata la macchina comunicativa di Ricci, ha ingaggiato una dura polemica con il deus ex machina del tg comico berlusconiano. Ha scritto Lagioia: «Se il compito di Striscia la Notizia fosse davvero lo smascheramento della finzionalità televisiva, come tu non puoi che raccontarci e raccontarti per questioni di sopravvivenza emotiva, oltre vent’anni di programmazione con ascolti altissimi avrebbero dato come risultato un pubblico televisivo consapevole, responsabile, di un livello culturale accettabile, e non quel bacino di share composto da delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale che si riversa poi nel bacino elettorale coi risultati che sappiamo». Il filosofo francese Peter Szendy ha analizzato il tormentone come il meccanismo attraverso cui «ci lasciamo invadere assillare e abitare da una merce che si riproduce all’infinito dentro di noi». Gli anni che hanno covato il berlusconismo hanno custodito l’assuefazione alla parola e alla serialità del lavoro mentale, veicolando quel cocktail di cose vere e cose false che caratterizza anche gli infotainment di Vespa e i dibattito pomeridiani in Rai de “La vita in diretta”. Nel telegiornale di Ricci, parole serie e argomenti faceti si rincorrono fino a produrre una sorta di indifferenza cosmica, una zona grigia in cui esiste solo l’individuo, tutto il resto si può plasmare a piacimento.

Il politico è un attore. Margaret Canovan definisce un tipo particolare di populismo: “Il populismo degli uomini politici”. In estrema sintesi, per smentire di essere “di parte”, gli uomini politici tendono a presentarsi come outsider che parlano in nome del “popolo”, oltre la destra e la sinistra e ostentando il superamento degli schemi politici in nome del pragmatismo post-ideologico. Si presentò come outsider Margaret Thatcher, paladina della rivoluzione neoliberista dalla metà dei Settanta del secolo scorso. Il presidente francese Valerie Giscard D’Estaing era uso presentarsi a cena a casa della gente comune, con tanto di fisarmonica per intrattenere i commensali dopo il pasto. Espediente, quest’ultimo, che venne utilizzato anche da Veltroni, che nel corso della campagna elettorale del 2008 si presentò a pranzo di una famigliuola torinese per parlare del più e del meno. A proposito di questo atteggiamento che definiremmo “anti-politico per politicismo”, Canovan usa ancora un paradosso, l’ennesimo del nostro trattamento: si tratterebbe di “simulare di non recitare”. È un atteggiamento che fino a qualche lustro fa era una tattica elettorale, roba da consulenti di comunicazione e spin-doctor: un politico doveva dotarsi qualità attoriali.

“La trasmissione la fate voi”, esclamava Nino Frassica nei panni del “bravo presentatore” di Indietro tutta. Come scrisse Guy Debord e come dovrebbe sapere bene il situazionista Antonio Ricci, non esiste un fuori dal dominio dello spettacolo integrato. Ecco per quale motivo, la gente ha associato la quint’essenza dell’opposizione alla “politica” (la cosiddetta “anti-politica”) a un leader come Grillo che, proprio come Berlusconi, viene dal mondo dello spettacolo, ha imparato in quell’ambiente i trucchi del mestiere. Lo scenario è quello dell’”egemonia sottoculturale” che Massimiliano Panarari ha definito in un saggio che utilizza le categorie gramsciane per analizzare l’immaginario di massa degli ultimi trent’anni e comprendere come la destra abbia occupato gli spazi della società e della cultura in termini di individualismo e forme di vita colonizzate dalla televisione. Dunque, quando parliamo di Grillo non dobbiamo dimenticare che si tratta di un personaggio televisivo che è riuscito a capitalizzare il successo ottenuto grazie ai paludatissimi programmi del sabato sera su Rai1 e a reinvestirlo nell’arena dei nuovi media, solleticando l’entusiasmo per la rete e la voglia di partecipazione. Proviamo a dirlo in termini più analitici: la divisione netta tra Rete e Televisione che Grillo va sventolando per sottolineare come lui sia espressione del web e i “politici” dei vecchi media non ha nessun fondamento. Mai nella storia un medium ha sostituito quello precedente in un immaginario percorso che traccia un tempo lineare. Al contrario, i diversi mezzi di comunicazione si sono sempre integrati tra loro dando vita a quella che Henry Jenkins definisce “cultura convergente”. Per di più, dal punto di vista culturale un mass media si afferma quando deve rispondere alla domanda generata dal media precedente. Da questo punto di vista la relazione tra neotelevisione e rete è molto stretta. Come ha intuito in tempi non sospetti Umberto Eco, da anni ormai la televisione ha smesso di essere uno schermo che lo spettatore si limita a guardare. La relazione neotelevisiva investe un pubblico che avverte di poter stare dentro, diventando pubblico in studio, aspirando a fare la velina, rispondendo ai quiz da casa e infine (oh yes!) tele-votando. Questo meccanismo di partecipazione rimanda alla nota profezia Andy Warhol (‘Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti) ma costituisce anche i presupposti per il protagonismo ossessivo dei reality show e del cosiddetto Web 2.0.

Il feticismo della rete. C’è una risonanza tra i due feticismi che caratterizzano la biografia di Beppe Grillo: il feticismo della parola dei tormentoni di Ricci e il feticismo della rete dell’ideologia di Casaleggio. Ogni giorno almeno 14 milioni di italiani controllano il loro profilo Facebook. Internet non è più uno strumento in mano a pochi pionieri (si pensi, per rimanere al tema dell’uso politico del web, al cyberpunk e alle comunità digitali dei centri sociali degli anni Novanta, quando Grillo ancora spaccava i computer) e diventa di massa, si fa oggetto di consumo e al tempo stesso spazio di produzione di contenuti diffuso su larga scala. Negli anni si diffondono le connessioni flat, il web diventa parte della vita quotidiana e, complici le sue immense risorse, viene percepito da molti come una tecnologia che ha una sua forza autonoma. Ascoltando le parole di Grillo e le discussioni dei grillini, ci si accorge che la rete viene descritta come se fosse un mondo a-conflittuale che si evolve da solo, sviluppa l’”intelligenza collettiva” e disegna un orizzonte progressivo quanto ineluttabile. All’inizio degli Anni Zero, mentre i movimenti reduci da Genova fanno i conti con il lutto e la repressione, Grillo si candida a rappresentare il diamante dalle mille facce del lavoro post-fordista. Una fetta di mondo giovanile pare aver trovato una forma organizzativa nuova e all’apparenza coinvolgente, capace di valorizzare (termine ambivalente che indica il mettere a valore ma anche il mettere al lavoro) le competenze e spacciare la facile ideologia del Web 2.0. Così, almeno nella prima fase della sua esistenza (che finisce con le elezioni amministrative della primavera del 2012 e la conquista di Parma) il Movimento 5 Stelle mette all’opera i net-workers, i lavoratori per lo più precari e forniti di un’istruzione medio-alta, i giovani no-future che sanno utilizzare le nuove tecnologie e che – come ha potuto osservare chiunque abbia frequentato il movimento studentesco dell’Onda nel 2008 – sono pericolosamente attratti dalle scorciatoie del giustizialismo di Travaglio e Di Pietro (altri due che si sono avvalsi della consulenza in marketing dell’agenzia di Casaleggio). Mescolando teoria della rete, culture new age e congetture complottarde, Grillo parla addirittura di una “trasformazione antropologica” che riguarderebbe il modo stesso di funzionare del nostro cervello, le sue sinapsi. Come ha scritto Wu Ming 1, nel mondo descritto da Grillo “la Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro”.

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4 Responses to Costruire il popolo

  1. Giuliano Santoro dicono:

    Una postilla di aggiornamento, al volo.
    Ieri, incontrando i giornalisti in occasione della presentazione della nuova, ennesima, stagione di “Striscia la notizia”, Antonio Ricci ha detto gigioneggiando che dietro il Movimento 5 Stelle c’è “anche” la trama di Eataly e Farinetti”, collegando provocatoriamente il partito di Grillo e Casaleggio alla catena “slow” dell’ex padrone di UniEuro, catena della grande distribuzione (leggi qui la cronaca di Pubblico).
    Ricci la butta lì, come Malcolm Mclaren faceva coi Sex Pistols.
    Non ha un obiettivo preciso se non acconsentire al proprio ego smisurato. Tuttavia, mette anche ingredienti nel calderone dei paradossi e delle provocazioni per vedere cosa succede, tasta i giornalisti, stuzzica la pubblica opinione nascondendosi dietro i successi dell’audience di “Veline” e “Paperissima”.
    Fatto sta che tra due personaggi diversi come Oscar Farinetti, patron di Eataly, e Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, ci sono delle analogie oggettive. Proviamo a individuarle.
    1) Entrambi avevano una vita precedente dalla quale hanno guadagnato rendite di posizione che hanno utilizzato per costruire le fortune attuali. Farinetti ha deciso di investire i soldi della catena di supermercati di Unieuro per riciclarsi come imprenditore del cibo di qualità, della filiera corta e del gusto. Grillo ha utilizzato il capitale di notorietà guadagnato in anni di televisione nazionalpopolare, di Fantastico e Sanremo, per fondare un movimento politico.
    2) Entrambi utilizzano il carisma personale per fare proseliti. Di Grillo già abbiamo detto. Quanto a Farinetti, guardate i suoi comizi per comprendere come il mix tra convention aziendale e movimento carismatico tipico del capitalismo contemporaneo caratterizzi il suo personaggio.
    3) Entrambi recuperano elementi *progressivi* e li riciclano in un contesto aziendale e commerciale. Grillo, come abbiamo detto più volte, approfitta della crisi della rappresentanza e dell’impoverimento economico. Il comico genovese ha utilizzato negli anni scorsi – pervertendoli – i linguaggi dei movimenti sociali per dare linfa al suo progetto. Farinetti, dal canto suo, cattura il linguaggio dell’altraeconomia, del cibo a km zero, del consumo critico, per vendere prodotti e costruire i suoi mall “etici” e del buongusto.

  2. Nicola Campanella dicono:

    Caro Giuliano
    Vorrei innanzi tutto sintetizzare gli aspetti del Tuo articolo che mi hanno fornito i maggiori spunti di riflessione.
    La Tua visione di un Beppe Grillo populista (e quindi, per analogia, demagogo ed autoritario), capace di mortificare le differenze ed appiattire le ricchezze della multiversità e della diversità (!!!), discenderebbe dalla strategia di “persuasione occulta” propria della comunicazione (politica e commerciale) che ha la funzione di trasformare il politico in brand da offrire ad un pubblico plasmabile a piacimento ed assimilabile a quello televisivo (“delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale”).
    Inoltre, sempre a Tuo dire, il populismo del nostro si sostanzierebbe nel “parlare in nome del popolo, oltre la destra e la sinistra e ostentando il superamento degli schemi politici in nome del pragmatismo post-ideologico”, soprattutto grazie al suo passato successo (???) televisivo.
    Mi è venuta in mente istantaneamente l’immagine di un bel gregge belante che segue il suo pastore, formato da chi verso la metà degli anni 80 era poco più che adolescente (o al massimo ventenne) e che il sabato sera non aveva niente di meglio da fare che dare vita, insieme ai genitori (e magari zii vari ed amici di famiglia), al rituale della visione di “Fantastico” piuttosto che della serata finale del “Festival di Sanremo”, e che si scompisciava, il più delle volte senza nemmeno comprenderne il motivo, davanti alle gag di quell’omino barbuto coi capelli ricci, perennemente incazzato con il mondo (“Te la do io l’America”…).
    E subito dopo un’altra immagine che raffigurava, 20 anni dopo, quegli stessi giovanotti, nel frattempo diventati chi padre di famiglia, chi operaio, chi professionista, chi rimasto ancora a casa davanti alla TV insieme ai loro genitori (e gli stessi zii vari ed amici di famiglia), intenti a ricercare su internet che fine avesse fatto “quello” che 20 anni prima rendeva esilaranti il loro sabato sera, imbattersi in un blog (tra i più seguiti, se non il più seguito – dipende dai punti di vista) ed esclamare quasi all’unisono “Evvai, ti ho ritrovato!!Vediamo se mi fai divertire come facevi 20 anni fa!”.
    Forse speravano che quel comico (perché erano convinti che fosse ancora tale) potesse ancora rendere esilaranti le loro serate, nel frattempo diventate sempre più noiose (le mogli che, per dirla alla Battiato, imbiancano, i figli che crescono e scocciano, il lavoro che è sempre la stessa monotonia, il lavoro che non ce n’è….).
    Ed invece, che brutta sorpresa!!
    Quel comico aveva smesso di fare il comico ed aveva iniziato, invece, a parlare di caste, scandali, malaffari, clientele, sprechi, connivenze….e, allo stesso modo, aveva iniziato a proporre idee su come rimediare, cercando soluzioni affinché un altro mondo fosse ancora possibile (cit.).
    La cosa sconvolgente (nel vero senso della parola) è che giorno dopo giorno c’era (e c’è ancora oggi) un numero di persone (o pecore??) sempre più grande a commentare quelle idee ed a proporne, a loro volta, di nuove…proprio come succede(va) nelle piazze.
    E giorno dopo giorno, idea dopo idea, tutta questa crescente moltitudine di persone (a questo punto la risposta al precedente interrogativo non può che essere negativa..) ha costruito un vero e proprio MOVIMENTO in grado di compiere il fatidico salto dal virtuale al REALE(…sarà proprio questo il peccato originale?).
    Nell’era del Web 2.0, in cui “la rete diventa una sorta di divinità”, coincidente (sarà un caso?) con il ventennio berbosdalvelcasfiniano, culminato con l’occupazione delle istituzioni democratiche posta in essere nominando, semplicemente ed in spregio alla democrazia stessa, chi rappresenta nessuno, ed in cui i “soliti” movimenti che sventolano sempre più convinti le loro bandiere (rosse e nere) sembrano ancora prigionieri di un sogno (…evidentemente non erano a Cosenza la domenica del 29 maggio 1988 – tu però c’eri, vero?), hai capito cosa si è inventato ‘sto vecchio comico!?
    Un’enorme piazza virtuale in origine – ben lontana, a parer mio, dal concetto di “mondo a-conflittuale che sviluppa un orizzonte ineluttabile” – e reale, ormai, oggi, in cui sono confluite le esperienze sociali più disparate, una ricca eterogeneità culturale, le competenze ed i saperi più peculiari ed anche prestigiosi, in primis quelli forniti dal premio Nobel, Joseph Stiglitz, in barba, e vorrai perdonarmi, caro Giuliano, alla “mortificazione delle differenze ed appiattimento delle ricchezze della multiversità e della diversità”.
    Ecco, secondo me, dove è fallace il ragionamento dei “detrattori” – chiamiamoli così – che perseverano nel far coincidere la figura di Beppe Grillo (indubbiamente il dominus) ed il Movimento 5 Stelle, sminuendone le assai variegate identità e che, in maniera offensiva (almeno per quel che mi riguarda), argomentano in merito all’assoluta uguaglianza tra le figure di Grillo e di Berlusconi, in quanto la più alta espressione, entrambi, di “populismo” e dell’essere “padroni”, con conseguente pericolo democratico (democrazia che, per quanto mi riguarda, già di per sé non vive di grossa salute).
    In qualcosa è vero che le due figure sono paragonabili.
    Grillo, come ha fatto Berlusconi nel 93, si sta insinuando in un vuoto: allora era quello lasciato dai partiti che avevano retto la baracca per quasi 50 anni, oggi nel punto più buio della storia repubblicana post ventennio di cui sopra.
    Grillo, come lo era stato Berlusconi nel 93 per le masse rese “in stato confusionale dalla TV”, rappresenta una “novità”, magari per un altro tipo di masse.
    Anche Grillo, come lo è stato Berlusconi con Forza Italia, è stato l’ideatore (evidentemente non da solo) del blog prima e del M5S poi: ma a differenza di B, vero e reale padre – padrone di un partito/azienda/corte (come la storia ha ineluttabilmente dimostrato), Grillo è, semplicemente, “l’unico titolare dei diritti d’uso” del contrassegno registrato a suo nome cui è abbinato il nome del M5S.
    Dico “semplicemente”, caro Giuliano, perché, come ho avuto modo di scriverTi in altra “sede”, quella appena descritta esprime la disciplina della c.d. tutela del marchio, mentre per Te non è altro che la certificazione della “proprietà privata” del marchio stesso, con conseguente discrezionalità nel disporne, al contrario dei movimenti veri che “si danno regole decise in comune, non accettano regole calate dall’alto da chi guardacaso ne possiede il simbolo”.
    Si legge sul sito http://www.movimentocinquestelle.it: “Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico nè si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee.”
    Come ogni associazione, il movimento ha uno statuto, che nel caso specifico è un “non – statuto”, ossia un regolamento che ne disciplina il funzionamento, per cui esaminiamole bene, queste “regole calate dall’alto”, per verificarne se siano espressione di pericolosi autoritarismi.
    Sono pochi e chiari princìpi.
    Innanzi tutto (art. 4 – Oggetto e finalità) il M5S “intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costruire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog http://www.beppegrillo.it in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli Regionali o Comunali, organizzandosi e strutturandosi attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.
    Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.”
    In sostanza, quindi, il M5S è, ab origine, proprio lo strumento preposto alla scelta dei potenziali candidati a promuovere alle elezioni politiche ed amministrative (ad eccezione delle elezioni provinciali in quanto il M5S è a favore dell’abolizione delle province) le PROPOSTE e le IDEE CONDIVISE sul blog, dal cui insieme è scaturito il suo PROGRAMMA (altro discorso è la bontà di tale programma, ma non penso che sia ciò di cui si sta discutendo).
    Tu vedi, in questo, qualcosa di antidemocratico? Io no.
    Tu non vedi, in questo, un esempio di democrazia diretta? Io sì.
    Andiamo avanti, ed esaminiamo quali sono le “regole” relative alle procedure di designazione dei candidati alle elezioni (art. 7): “In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.
    Tali candidati saranno scelti tra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque sia la natura del reato ad essi contestato.
    L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.
    Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo”.
    La candidatura, come si legge, è subordinata al possesso di determinati requisiti (età minima, essere incensurati, nessun procedimento penale a carico), con la previsione di pubblicità dell’identità dei candidati e delle discussioni relative alle candidature.
    Tu vedi, in questo, qualcosa di antidemocratico? Io no.
    Tu non vedi, in questo, un esempio di democrazia diretta? Io sì.

    Sicuramente non ho la presunzione di persuaderTi o di reputarmi depositario della Verità…e visto che forse ho già approfittato abbastanza dello spazio che ci concedi, non mi resta che auspicare, per il proseguio, un piacevole e costruttivo scambio di idee!

    Ti abbraccio!

    Nico

  3. Pingback: Un Grillo Qualunque. Il 24 ottobre in libreria » suduepiedi.net

  4. Giuliano Santoro dicono:

    Ciao Nico,
    rispondo con ritardo per via della mancanza di tempo ma anche perché, lo confesso, non so davvero cosa rispondere più di quello che ho scritto in questi mesi (ad esempio qui, qui e qui).
    Riproponi pare pare tutte le componenti dell’ideologia grillina, argomentazioni che ho letto decine di volte nei forum e che ho sentito spesso nelle discussioni vis-a-vis coi grillini: “non è vero che Beppe decide tutto” (no, non decide tutto: decide solo quello che gli interessa), assieme alla vulgata pret-a-porter del “né destra né sinistra ma solo idee” (come se le idee non avessero collocazione materiale e concreta e venissero dall’iper-uranio)e alla storia del non-statuto calato dall’alto da Grillo eppure garanzia di democrazia, quell’altra del “programma” scritto tutti insieme…
    Come se Grillo e Casaleggio in questi mesi non avessero espulso gente senza consultare nessuno, espresso posizioni senza confrontarsi con la base, lanciato parole d’ordine in maniera del tutto arbitraria.
    E’ evidente che in questa crisi profondissima (economica e democratica) si ripercuote anche sull’elettorato: tanta gente pur di coltivare una speranza chiude gli occhi di fronte all’evidenza dei fatti del Movimento 5 Stelle e del suo fondatore e proprietario, che guarda caso viene fuori dalla cultura televisiva egemone negli ultimi anni. Ne prendo atto e cerco di capire i motivi profondi di questo successo nel mio libro, così come anche tu devi spiegarmi come mai il boom elettorale del Movimento 5 Stelle sia arrivato proprio in sincronismo col crollo dei partiti di centrodestra, a conferma del fatto che l’antropologia del grillismo e del voto al M5S ha molto a che vedere con il consenso a Berlusca e Bossi nel ventennio breve del loro successo.
    Infine, non dico affatto come tu mi attruibisci, che “populista” è sinonimo di autoritario e demagogo. Scrivo esattamente il contrario, leggi bene l’incipit. Dico che il populismo è concetto articolato e complesso.
    Un saluto
    g.

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