La forza e la debolezza. Una risposta a Paride

Caro Paride,
ti scrivo come ad un fratello maggiore per esprimerti il mio disappunto circa la tua partecipazione all’incontro con Stefano Delle Chiaie a Cosenza.
Ho aspettato fino all’ultimo prima di scriverti. Dapprima ho drizzato le orecchie e ho ascoltato il silenzio insolito provenire dai tuoi avamposti virtuali nei social network. Ho sperato fino all’ultimo che ci avresti ripensato. Ho trascorso il venerdì del dibattito seduto al mio tavolo romano una giornata di afa settembrina sofferenza attaccato al telefono per sapere cosa stava succedendo in piazza a Cosenza, quanti eravamo, come stavano i compagni e le compagne. Poi ho atteso di leggere il tuo articolo per conoscere le tue ragioni (lo trovate qui). Nel frattempo, ho discusso online furiosamente, anche con persone che erano al dibattito con Delle Chiaie, gente della destra cosentina che giurava e spergiurava sulla bontà dell’ex estremista nero e che – ti assicuro – non è stata scalfita nelle sue certezze aberranti dalle tue parole e che non ha mancato di inventare citazioni e falsificare la realtà per giustificare Delle Chiaie. Ci arrivo più giù.
Da editorialista consumato, tocchi molte corde e attraversi diversi argomenti. Provo a schematizzare e dividere per punti, cerco di decostruire il tuo discorso per rispondere con più efficacia.

Storicizzare il neofascismo? Parli di “soluzione sudafricana” per gli anni Settanta, riferendoti al processo di dolorosa ricostruzione dei fatti in cambio dell’amnistia, di elaborazione collettiva per andare oltre. Scrivi che parlare con i fascisti che operarono tragicamente nelle pieghe della strategia della tensione è operazione d’analisi storica, occasione per farsi rispondere e scoprire la verità. Ora, bastava leggere il libro di Delle Chiaie – cosa che senz’altro hai fatto – per scoprire come quest’ultimo non abbia la minima idea di fare chiarezza. Come ha spiegato Saverio Ferrari recensendo “L’Aquila e il Condor” sul Manifesto, quel libro è stato scritto per auto-riabilitare la propria figura, non per “dire la verità” (la recensione si trova qui). Mi è davvero difficile comprendere la tua valutazione: perché mai ciò che Delle Chiaie rifiuta di fare nel suo libro, come correttamente annoti, sarebbe dovuto accadere davanti a qualche arnese del fascismo cosentino convertitosi al berlusconismo e ora in cerca di nuove identità? Suvvia.
Ti ricordi? Più di un anno fa, quando ho deciso di tornare in Calabria per percorrerla a piedi, ho sentito il bisogno di anticiparlo a qualcuno. Persone fidate. Tu eri uno di quelli in quanto collega e compagno. In quel viaggio ho scoperto che la nostra terra può essere metafora del paese. Avevo messo a fuoco l’elaborazione, tutta sociologica, della borghesia mafiosa, ma avevo bisogno di intrecciarla con la storia concreta. Ho scoperto come la Calabria, ai tempi della rivolta di Reggio, sia stata un laboratorio della strategia delle tensione, come la ‘ndrangheta ad un certo punto, proprio nel bel mezzo del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, si sia alleata coi fascisti e coi servizi segreti. Come quel patto di potere ancora oggi – pur essendosi evoluto – continui ad operare. Ecco perché nutro dei dubbi sulla possibilità di trasformare in storia da archivio quello che ancora, in gran parte del paese, è cronaca, riguarda le nostre esistenze e persino la nostra incolumità fisica.

Un’operazione politica. Da questa considerazione deriva che l’operazione di Delle Chiaie, e di quelli che lo portano in giro a parlare, non è volta a discutere un periodo storico. Serve al contrario all’oggi, è un’operazione “politica” a tutto tondo e non “storica”, come dimostra l’incontro tra le diverse anime del neofascismo italiano tenutosi alla fine dello scorso mese di luglio al cinema Augustus di Roma, volto a costruire un’unica area «nazionalrivoluzionaria», una specie di Alba Dorata italiana (ne ha scritto anche il Corriere della Sera, qui).
La generosa presenza di tanti cosentini e cosentine fuori dalla sala del Coni, l’altro giorno, serviva a denunciare quest’operazione, era un’azione preventiva e necessaria di salvaguardia democratica. Come certamente saprai, dallo Statuto dei lavoratori in poi (anno 1970) il “picchetto operaio” (cioè la tattica di impedire l’accesso ad un luogo per manifestare dissenso facendo una muraglia umana) viene riconosciuto come strumento di lotta legittima. Ecco, quello dell’altro giorno era un picchetto antifascista che ha coinvolto gli operai della democrazia, persone che si sono messe in gioco a viso aperto. Citi il caso storico dei microfoni ai fascisti su Radio Popolare e della presenza di Valerio Morucci a CasaPound. Ma come sai benissimo qui non ci sono stragi e mitragliette Skorpion in ballo, non stiamo marciando – per fortuna, se non di rimbalzo e dopo decenni – nel terreno minato del terrorismo o dei suoi reduci che cercano di esorcizzare fantasmi. Le persone che hanno fronteggiato la polizia a mani alzate e sono state caricate per tre volte sono le stesse che ogni anno mettono in piedi i dormitori per i migranti alla fiera di San Giuseppe, costruiscono scuole per i rom e danno vita alle esperienze di economia solidale e cultura autogestita a Cosenza. Alla luce del sole.

La “libertà di parola”. Rivendicare il diritto di libertà di parola per i fascisti è un ossimoro. La “libertà di parola” che i fascisti rivendicano all’occorrenza, solo quando riguarda loro stessi, non è assoluta. La società non è il terreno del libero mercato delle idee, dentro alla quale si dispiega la concorrenza che premia automaticamente i “buoni”. La società è un terreno di scontro, uno spazio dentro al quale si esprimono rapporti di forza. Grazie al sangue dei partigiani, quei rapporti di forza sono stati fotografati nella Costituzione repubblicana, che vieta la propaganda fascista. Mi si dirà che spetta alla polizia vigilare su quel divieto. Ma la storia (e la biografia di Delle Chiaie) dimostra che ciò non avviene. Soprattutto, se intendiamo la democrazia come processo immanente e partecipativo, spetta ad ogni buon cittadino vigilare e mantenere in vita l’antifascismo. Con intelligenza, senso della misura e correttezza, ma con fermezza e dignità. Banalmente: per difendere la libertà bisogna combattere chi odia la libertà.

“Come si cura il nazi”. Citi un libro che Franco Berardi Bifo ha scritto nei primi anni Novanta, nel pieno della prima ondata naziskin. Fatta salva la necessità di difendersi dalle aggressioni (i neofascisti, ricordo per inciso, quando sono in gruppo e non hanno bisogno di fare proseliti come a Cosenza, sono soliti aggredire i loro nemici politici), già nel 1993 Bifo proponeva di trattare i neofascisti – che spuntavano anche all’epoca di tanto in tanto e qua e là – come dei malati più che come dei nemici. Quel testo è una provocatoria analisi della nostra situazione economica, sociale e psichica, un modo per ragionare delle sofferenze generate dal capitalismo e non un pamphlet volto a perorare la causa del dialogo coi fascisti. La differenza è sostanziale. Peraltro, non mi risulta che Bifo abbia mai discusso pubblicamente con nessun reduce dell’estremismo nero degli anni Settanta.

Mi rivolgo anche ai miei compagni e alle mie compagne, a quelli e a quelle che erano in piazza col sorriso e l’indignazione. Ho quasi cancellato dal mio vocabolario politico gli aggettivi “traditore” e “infame”. Cerco di utilizzare quelle parole con molta parsimonia, di non appicicare questo bollino sulla fronte del primo compagno-che-sbaglia, perché appartengono a due epoche molto oscure della storia dalla quale, nel bene e nel male, discendiamo. La prima risale allo stalinismo e alla persecuzione del dissenso all’interno del movimento comunista. La seconda deriva dall’ambiente carcerario, dall’adozione alla fine degli anni Settanta di codici mafiosi da parte dei militanti delle organizzazioni armate. Abbiamo l’intelligenza e la sensibilità necessarie per litigare e discutere animatamente, sottolineare dissenso ed esprimere sconcerto, cogliendo la complessità delle scelte individuali, anzi facendone tesoro senza scadere in gogne da social network. Anche per questo, vi invito a commentare su questo blog questo articolo e a discuterne in questa sede, in modo da non dissipare il confronto nei mille rivoli del web 2.0.

Il feticcio Leporace. Rivendichi la tua formazione situazionista. Proprio per questo, in virtù della sottile arguzia dei situazionisti nel maneggiare la comunicazione, avresti dovuto sapere che la tua presenza al fianco di Delle Chiaie non serviva ad arricchire il dibattito. Sei stato usato come una foglia di fico, come un feticcio per mostrare ai cosentini e agli uomini e alle donne che stavano fuori dalla sala del Coni venerdì scorso, che “c’è pure Paride Leporace”, e che quindi l’antifascismo è “fuori dalla storia”, “ancora con questi vecchi schemi”. Paride, spero che ti sia reso conto che non avevano nessun interesse a sentire le tue parole, gli serviva agitarti come un trofeo per dipingerci come gente fuori da tempo. Tu, con la tua storia che per certi versi è anche la mia, la nostra, servivi a dargli credibilità e dovevi fare da scudo contro di noi. Sai quanto gliene frega di quello che pensi davvero.

La rabbia nei tuoi confronti da questo deriva: tramite te anche la nostra storia è stata un po’ strumentalizzata e violentata. Perché la violenza, Paride, non è solo quella materiale, ci sono cose che possono fare anche più male. Hai scritto un testo che voleva essere una rivendicazione di autonomia, a me – assieme alla tua partecipazione a quel dibattito – ha trasmesso un segnale di debolezza da parte tua. Per questo, perché mi hanno insegnato a prendermela sempre e solo coi potenti, con chi sta in alto, ti abbraccio. Nonostante tutto.
Giuliano

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66 Responses to La forza e la debolezza. Una risposta a Paride

  1. fabio cuzzola dicono:

    Hai fatto un’analisi ermeneutica dell’articolo di Paride.
    Condivido l’allarme sul contesto odierno, vivendo a Reggio so bene a cosa ha portato l’abbraccio mortale tra ‘ndrine e politici postfascisti.
    Tuttavia come studioso artigiano della storia mi piacerebbe sapere cosa ha risposto er caccola alla domande di Paride.

  2. Pingback: Paride Leporace e Stefano Delle Chiaie, è stato giusto andarci? « …Anyway the wind blows…

  3. stazzo dicono:

    é evidente che non ha risposto, lo dice anche paride nel suo pezzo.

  4. Annalisa dicono:

    Il tuo commento è analitico e lo condivido in pieno. Sono d’accordo sulla strumentalizzazione della persona di Paride che per me ha peccato non di ingenuità, forse anche, non ha importanza.
    E’ giusto ricostruire la storia e ri-discutere momenti passati che hanno inciso sulla formazione delle nuove generazioni nelle scelte culturali e politiche, ma il pericolo di queste operazioni consiste nel riscrivere la storia sotto una spinta manipolativa e giustificativa di fatti e idee per le quali è stato necessario sacrificare la propria vita.
    Concordo con te con l’uso di un linguaggio che sia espressione di dialogo e scambio e non di etichette.

  5. Giuliano Santoro dicono:

    Fabio, forse non hai letto con attenzione o forse non sono stato chiaro: il contesto ha più importanza del merito. E’ quello che il linguista cognitivo George Lakoff chiama il frame.
    Mi rendo conto che non cogli a fondo quanto diciamo, a Reggio purtroppo è diverso. Ma a Cosenza i fascisti non hanno mai avuto spazio, ecco perché la gente si è mobilitata per fermare Delle Chiaie ed ecco per quale motivo rimane sgomenta, alcuni in lacrime, di fronte alla presenza di Paride.
    Mi ripeto: è del tutto indifferente cosa Er Caccola abbia detto a Paride. Ciò che conta è che hanno provato a insinuare dubbi tra di noi usando la scusa, del tutto strumentale, della “libertà di parola” sventolando la sua presenza.
    Quanto alla tua curiosità: pensi che Delle Chiaie a Cosenza abbia detto qualcosa di diverso da quello che dice nell’impianto assolutorio contenuto nel suo libro, dove si rivendica anche di aver difeso il boia nazista Eichmann? Siamo davvero così ingenui da sostenere che uno scrive un libro auto-agiografico e poi quando lo presenta si smentisce solo perché ha di fronte uno che gli pone qualche domanda ficcante? Siamo seri, per favore. Almeno di fronte al fascismo non cerchiamo di barcamenarci.

  6. fabio cuzzola dicono:

    Che fiorisca la dialettica e il confronto su idee e prassi dell’antifascismo è solo un bene.
    Si può contestare in molti modi, con la voce, il corpo, la violenza e la noviolenza, ma aggiungo io si può contestare anche studiando, ponendo domande, confutando pensieri e scritti.
    Anzi le bugie vanno smascherate in nome della verità e della giustizia.
    Martin Buber era contrario alle pene di morte comminate a Norimberga perchè a ragione sosteneva che il nazismo non lo si fermava uccidendo ancora.
    Per tutta la vita ha vissuto ricercando attraverso la filosofia la via per sradicare odio e violenza.
    Per farlo c’è bisogno di tutto: dallo scontro alla ricerca, dalle strade, che devono essere occupate anche in Italia, alla scuola, all’università.
    Come persona comprendo il rammarico e la delusione che avete avuto al solo immaginare Paride seduto a quel tavolo. Anni e anni di immagini, lotte, progetti e idee condivise vi sono sembrate andare in fumo, ma non condannate l’uomo, casomai lo strumento che ha utilizzato per la sua ricerca della verità.
    Sto catalogando i 9 dvd che raccolgono tutte le carte di Piazza Fontana, milioni di pagine, migliaia di file e da oltre dieci anni occupandomi di strategia della tensione so bene chi è Delle Chiaie.
    So bene che il negazionismo corre in rete, nei libri e nelle idee malsane che purtroppo stanno risorgendo in Europa.
    Per combatterlo tocca anche educare; credo ancora a questa chance che ha il genere umano, altrimenti domattina lascerei il misero posto di insegnante, tocca parlare, narrare e resistere.
    Loro possono parlare perchè noi abbiamo vinto.
    Quando citi i partigiani ricordati che hanno combattuto non solo per la loro bandiera, rossa, rossonera, azzurra, o biancoscudata, ma per tutti, anche per quelli che non credevano nella libertà.
    Per finire, la mia indignazione, che avrei espresso anch’io fuori dal Coni, spero di poterla gridare con voi anche contro i Gentile, gli Adamo e consorte, i Latorre che hanno svenduto la roccaforte dell’Unical, i Nunnari e tutti quelli che ogni giorno, non solo quando arriva il fascista dichiarato, contribuiscono a spargere i semi dell’odio e del malaffare.

  7. francesco cirillo dicono:

    la circolazione in Italia di questi individui ha una strategia vera e propria ed è quella di riaccreditare il “nuovo fascismo” ai giovani. a Cosenza non si voluto contestare la presentazione di un libro in quanto tale, nè impedire un dibattito franco e schietto ( dovremmo stare sempre in piazza per quanti ne arrivano e circolano in Italia), ma si è voluto impedire che l’idea di revisione del fascismo in Italia passasse. casa Pound, Forza Nuova, Fiamma tricolore, sono della stessa risma con ruoli diversi, ma con un unica finalità , giungere alla distruzione della sinistra, dell’antagonismo,delle lotte sociali,togliere loro spazi nei quartieri e nei territori. Sono funzionali al sistema poliziesco e sbirresco, fanno comodo al potere, perchè fanno parte di quel “paurismo” che conviene al sistema. Aggrediscono i gay, aggrediscono i giovani nei concerti, fanno a cinghiate contro gli studenti, aggrediscono gli immigrati. Sono illegali ma tollerati dal sistema. La Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista, vieta il saluto romano, vieta le forme razziste,e loro invece lo dicono liberamente e lo praticano dove possono. Alcuni giovani cadono nella trappola, non se ne rendono conto , pensano al “fascismo e libertà”, credono che il fascismo sia un “idea” e non una forma di potere. Cercano quindi forme nuove per accreditarsi e cercano “utili idioti” da mettersi al fianco. Non c’era alcuna necessità di partecipare all’incontro ( così come alla cena finale tipico finale democristiano più che fascista in verità) e non c’era alcuna necessità da parte della polizia mostrare il manganello ferendo tre nostri compagni ( non una parola di solidarietà è venuta fuori dallo scritto del Paride anzi ha dileggiato i compagni in un passaggio ) . Il silenzio di fronte a queste manovre chiare farebbe ritrovare la nostra città piena di sedi fasciste , con aggressioni così come avvengono quotidianamente in molte altre città italiane .

    • franco dicono:

      “La generosa presenza di tanti cosentini e cosentine fuori dalla sala del Coni, l’altro giorno, serviva a denunciare quest’operazione, era un’azione preventiva e necessaria di salvaguardia democratica. Come certamente saprai, dallo Statuto dei lavoratori in poi (anno 1970) il “picchetto operaio” (cioè la tattica di impedire l’accesso ad un luogo per manifestare dissenso facendo una muraglia umana) viene riconosciuto come strumento di lotta legittima. Ecco, quello dell’altro giorno era un picchetto antifascista che ha coinvolto gli operai della democrazia, persone che si sono messe in gioco a viso aperto”caro Giuliano…nella realtà c’erano un centinaio di persone scarso, universitari e della provincia,di cosentini al massimo 50,sinceramente sembrano pochi considerato l’appello di Cosenza Antifascista,anche perchè a Cs risiedono quasi 100.000 persone,inoltre per tutta la settimana si è affermato che non doveva parlare senza se e senza ma,altro che picchetto “operaio” che richiede un consenso e partecipazione forte da parte delle persone,che è chiaro che non c’è stato in quanto per i cittadini bruzi la tematica dell’antifascismo non è all’ordine del giorno,soprattutto nel 2012, in quanto ci sono problemi ben più seri che contestare una persona di 76 anni che attualmente non ricopre nessun ruolo politico in nessuna organizzazione fascista.

      • ciccuzzu dicono:

        Andrea (o Franco, come ti vuoi far chiamare) il tuo amico Paride è indifendibile. Sono però allibito da tutto questo scrivere. Non capisco perchè gridate al tradimento. Paride Leporace non mi pare sia così dentro a qualunque movimento. Negli anni ’70 era un moccioso, negli anni ’80 era solo un ultras, nei ’90 già serviva al commensale degli editori locali. Sbaglio? Chi di voi può riconoscere Leporace militante in qualche movimento? E’ solo un giornalista che anni addietro ha fatto le sue scelte. Niente più, niente meno

  8. Giuliano Santoro dicono:

    Non ho capito, gli “universitari e della provincia” non sono persone che hanno diritto di manifestare?
    Oltretutto, Franco, una manifestazione spontanea e così motivata, in grado di resistere disciplinatamente alle cariche, non mi pare sia scontata di questi tempi. Dici che ci sono “ben altri problemi” (un classico argomento di chi di solito poi per questi “problemi più seri” non fa nulla), ma come spiego nel mio testo l’antifascismo è uno dei valori da cui ripartire per risolvere anche quegli altri problemi, insieme alla voglia di stare insieme e difendere la libertà e la convivenza tra diversi.
    Ma tu neanche tanto tra le righe sostieni che in fondo l’antifascismo è una cosa d’altri tempi. Eppure come sai bene i partitini di estrema destra cercano di lucrare nella disperazione della crisi, come in Grecia. Per questo bisogna mantenere alta la guardia e non cedere di un passo di fronte a certi individui. Leggi il link all’articolo del Corriere della Sera (non un foglio anarco-insurrezionalista) che trovi nel pezzo qui sopra per capire in che galassia si muove Delle Chiaie.
    Quanto al fatto che a Cosenza queste tematiche non siano diffuse, a me non pare proprio. Dal mio punto di osservazione mi giungono diverse prese di posizione, gente di solito moderata e prudente che stavolta si è molto incazzata per la presenza di Delle Chiaie e per la copertura politica all’evento da parte di settori della destra cittadina. Se così non fosse, come tu sostieni, Paride non avrebbe sentito il bisogno di scrivere il suo pezzo di spiegazioni, avrebbe bellamente ignorato gli antifascisti.

    • franco dicono:

      Ciao Giuliano vorrei spiegarmi meglio anche alla luce della tua risposta:innanzitutto da parte degli antifascisti si parlava a nome di Cosenza antifa e della sua “tradizione” e non della Calabria o della Provincia – dove molte volte gruppi veri di fasci aprono sedi,fanno politica e molti di quelli che erano a contestare Delle Chiaie (checchè ne dica tu è un sepolcro ed oggi non è leader di nessun gruppo destrorso) non fanno nulla per creare i germi culturali affinchè i fasci non attecchiscono nei loro paesi anzi li subiscono silenti,ma su questa ipocrisia sorvoliamo.Sinceramente non penso che possa nuovamente aprirsi una stagione Mussoliniana in Italia e penso che con molti di Dx ci sarebbero punti in comune su diverse questioni,iniziando dalla dittatura della finanza e delle banche..ben altro che problemi legati a leggi razziali,olio di ricino e partiti di Sx messi al bando.Affermi che dobbiamo tenere alta la guardia perchè?E da oltre un ventennio che formazioni Nazi avanzano in Europa riuscendo a rappresentare quella fetta di società che è maggiormente colpita da questa globalizzazione selvaggia.E allora che facciamo?l’antifa militante in tutta Europa oppure cerchiamo di produrre fatti e discorsi altri per una società migliore,cosa che le sinistre non sono riuscite a fare basta guardare lo stato comatoso dei partiti e dei movimenti di Sx.Sinceramente non mi sembra che ci sia stato granché di dibattito autentico in città eccetto tutto il fango che si è buttato su Leporace e l’estremismo infantile di molti manifestanti che hanno ingigantito la situazione parlando di 3 cariche (tu stai a Roma e forse qualcuna seria l’hai vista) nella realtà manganelli alzati e solo uno ha colpito un manifestante (basta guardare i video) ed aumentare il numero dei feriti da 1 a 3 perché dal loro (delirante )punto di vista fa più figo/compagno nonostante ci sia stata solo una persona ferita,gesto sicuramente da condannare ma che,se qualcuno/a li in mezzo avesse avuto esperienza sai che se vai a mani alzate per sfondare un cordone di Polizia (altro che picchetto) ed impedire una pubblica discussione sai che pigli le manganellate…quindi anche da questo punto la piazza cosentina Antifa si è mostrata molto sprovveduta.A presto

  9. paride leporace dicono:

    Caro Giuliano, ti ringrazio della sincerità e provo a dialogare cercando di stare piu’ nell’autocritica che nel far prevalere le mie ragioni perchè la ritengo utile a me e alla nostra comunità evitando di tornare su questioni già da me analizzate.
    A differenza dei fascisti non abbiamo capi o non ci sentiamo simboli e nel nostra camminare evidentemente non riconosciamo di saper essere simboli di qualcosa.
    Va detto che non ho mai promosso l’appuntamento e nessuno si è posto il problema di chiedermi conto di quello che avevo fatto, o di chiedermi per tempo un contradditorio o magari invitarmi pubblicamente ad un ripensamento. . Forse una Radio che ho fondato, un intervento privato o pubblico poteva pure chiedermelo. Senza polemica, ma con molto rispetto (lo stesso che ho tributato a chi ha esposto il suo corpo ai manganelli) mi sembra che si sia preferita la ricerca dell’audience antifascista a quello che in passato si era praticato, e anche chi mi conosce da una vita poteva dialogare anche prima.
    Sono un autentico sostenitore della via sudafricana. Come sai l’ho praticata su un fronte piu’ complesso come quello della magistratura. Sul fascismo italiano ragiono da circa vent’anni. Ho maturato dei convincimenti. Non sono certezze. Di sicuro sono contro la legge Mancino, fare il saluto romano per me non è un reato ma una rappresentazione di appartenenza e anche ai tempi che furono ho avversato la legge sulla ricostituzione del Partito fascista. State attenti con le leggi liberticida. Si inizia con i fascisti, poi si passa ai dissidenti e man mano l’appetito viene censurando- Su questo principio non ho incertezze e mi sconcerta la tua idea della libertà di parola filtrata dal poliziesco e dal repressivo.La questione dei berlusconiani è un po’ riduttiva per la tua intelligenza che sa rintracciarne quando ne contiene Renzi.
    Faccio tesoro della tua critica sull’operazione politica. In particolare da chi in quella compagnia ha condotto campagne contro Piperno e Negri. Ma sono una minoranza. Capisco di essere un “morbido” e di pascermi in contraddizioni borghesi. Ti sbagli su Bifo. Fu contestato e molto e anche lui fu costretto a ricordare che era figlio di partigiani. Reich e Guattari non sono di moda e conosco il piacere epico di gridare “compagni cordoni” o l’adrenalina della carica con lo Stalin in mano. Curare il diverso, capirne le motivazioni e frontiera di esperienza. Il “feticcio” non è tale a pieno se poi è un essere pensante e con le sue emozioni. Ho pensato di dover solo salvaguardare l’imperativo categorico delle mie idee. L’errore piu’ grande è quello di non aver saputo valutare che il mio agire fa parte di una comunità con cui dialogo da troppo lontano e troppo spesso solo come emittente. Il mio presente è fatto di utopie riformiste, di difficili schieramenti ampi, di assemblee di città che discutano la politica molecolare. Sono fermo all’esodo e forse devo aggiornare vocabolario e anche lo sguardo di osservazione. Il mio passato è quello dello sponteneismo e del fiancheggiamento armato, e bisogna riconoscere che in quell’ambito c’è anche un riconoscimento a posteriori della lotta altrui da parte di alcuni. A volte pubblico (il libro scritto da Francesca Mambro e la Braghetti) altre volte strettamente privato (un celebre compagno espatriato apri’ la sua casa ai fascisti feriti e braccati dalla polizia). E’ forse la nostra la paura di riperpetuare quell’abominio di civiltà di chi non accetta che Sergio D’Elia possa essere eletto in Parlamento, che Piperno non possa essere assessore, che un giovane del 77 che sparo’ curvo diventando icona non possa lavorare da dirigente al comune di Milano, che il film Prima Linea non venga proiettato e finanziato con soldi pubblici e quanti esempi potrei fare su questa Inquisizione dei vincitori nei confronti di coloro che hanno proseguito la seconda guerra civile italiana. Ambite alla terza? La questione mi preoccupa e non poco. Preoccupa piu’ il braccio teso del giovane Alemanno che la presa del potere dei banchieri professori. E’ un fatto.
    Per stare a vulgate piu’ pratiche a Cosenza non si apriva nessuna sede fascista e non si avvertivano pericoli come quando si dormiva fuori casa perchè Delle Chiaie aspettava di seguire i colonnelli.. Non mi permettero’ mai di indicare l’agenda della mobilitazione a nessuno ma resto convinto che chi è sceso in piazza ha creato un’attenzione smisurata al dibattito. Comprendo che lo scontro fisico antifascista aggrega e appaga piu’ di uno sciopero o del sabotaggio alla produzione ma sono stato abituato a considerare l’azione politica finalizzata ad un fine e pago le conseguenze di tanto machiavellismo. A chi ha la coda di paglia per la realizzazione della propaganda istituzionale degli speculatori che governano i municipi calabresi faccio presente che più che “utile idiota” mi professo uno scemo. Ed è noto che dietro ogni scemo c’è sempre un villaggio, forse in questo caso un po’ globale.
    Sai Giuliano, quando perseguivo la Rivoluzione, quella del Palazzo d’Inverno per intenderci, con i miei piu’ stretti compagni ragionavamo che in caso di vittoria quelli come noi sarebbero finiti come i marinai di Kronstad massacrati da Trotsky, o come Trotsky picconati da Stalin. Mi atterisce, invece il ricordo di quel compagno che sentenziava che quando avremmo vinto la nostra società giusta non poteva permettersi le carceri e che quindi avremmo avuto immensi cimiteri. Tieni conto che in Cambogia è andata veramente in quel modo. Forse per questo il vecchio calore si è troppo anestitizzato. E mi va di lasciarti con l’aneddoto del Tollaro, che a 18 anni disegnava celtiche sulla corrispondenza e sui muri, suggestionato dall’immaginario fascista. Immaginati avergli spaccato la testa e averlo fatto diventare manovalanza nera cosa avremmo perso. Una persona strordinaria nella sua fanciullesca anarchia. E’ diventato nostro fratello e compagno con un desiderante rapporto di cura e frequentazione come, mi rendo conto, solo una curva consente e che un centro sociale non si puo’ permettere.
    Scusa la confusione ma questa vicenda dal punto di vista emozionale non mi rende molto lucido e speculativo. Ma tanto ti dovevo. Non è escluso che possa scrivere qualcosa di più compiuto sul quel maledetto pomeriggio di un giorno da cani nella vecchia stazione di Cosenza.

  10. Paolo P. dicono:

    Mi trovo perfettamente d’accordo con Giuliano soprattutto sull’uso strumentale che della presenza di Leporace al dibattito hanno fatto e continueranno a fare gli esponenti più beceri della destra cosentina. La leggittimazione di un evento autoreferenziale ed agiografico come il suddetto dibattito (credo da storico che nessuna verità è stata o sarà mai svelata da delle chiaie) rimane, infatti, il dato principale di quanto accaduto venerdì scorso e questo credo debba far riflettere. Di cose da dire ce ne sarebbero molte e di sciocchezze in questi giorni se ne sono lette e sentite tante. Per alcuni l’antifascismo sarebbe fuori dalla storia, certo chi scrive è ben cosciente di vivere nel 2012, ma lo è altrettanto del pericolo insito in uno sdoganamento a 360° del fascismo (vecchio o nuovo che sia) in un periodo di crisi nera che ha fatto registrare un vertiginoso aumento di pulsioni ultrereazionarie e xenofobe (l’esempio di alba dorata su tutti) e che rischia di far precipitare le strade di molte città occidentali nella barbarie razzista e violenta di chi della sopraffazione fisica e morale fa da sempre la propria forza.
    Molto si potrebbe scrivere sulla figura di delle chiaie ma magari interverrò più accuratamente su questo squallido personaggio in un’altra occasione. Quello che maggiormente mi preme sottolineare in questo momento è l’assoluta incoerenza di chi, alla luce del proprio passato movimentista e antagonista, trova perfettamente normale entrare di buona lena all’interno della sala del coni mentre fuori si distribuiscono manganellate a gente disarmata e a volto scoperto. Certo non si è trattato mica di via tolemaide o piazza alimonda per carità, ma forse fermarsi a capire cosa stava succedendo, invece che rinchiudersi in una stanza con chi non ha alcuna remora ad osannare uno dei personaggi più immondi della storia recente del nostro paese sarebbe stato quantomeno appropriato se non dovuto.
    In conclusione quello che resta è un improbabile dibattito sulla libertà di pensiero da parte di chi quella libertà la toglierebbe alla stragrande maggioranza delle persone e non ad uno stragista pluritorturatore al soldo delle peggiori dittature del secondo dopoguerra. In tutta onestà, e parlo anche da studioso, non riuscirei a mangiare fianco a fianco con chi ha torturato, ucciso e seviziato decine di persone in giro per il mondo, non riuscirei a sentirmi apposto con la mia coscienza nel ricevere attestati di stima e solidarietà da quanti fanno della sopraffazione la propria proposta politica e soprattutto non trascorrerei nemmeno un minuto in compagnia di chi da dietro una finestra, protetto da uno schieramento di forze di polizia, si diverte ad insultare quanti per strada difendono la memoria di un paese dove mai come oggi il trasformismo, il revisionismo e l’incoerenza la fanno da padroni.

  11. Marco Ciporillo dicono:

    Caro Paride,
    scusami la franchezza, ma davvero ci vuoi far credere che tu non immaginassi che la visita di Delle Chiaie a Cosenza potesse scatenare quella reazione? Come giornalista dovresti saper leggere la società anche nelle sue pieghe, soprattutto quelle da cui provieni. E’il tuo mestiere.
    Nei giorni precedenti la presetazione/dibattito la gente si è organizzata alla luce del sole, chiamando a raccolta le decine di persone che puntualmente accorrono a manifestare il proprio dissenso in queste occasioni. Il beneficio del dubbio lo concedo a tutti, ma mi riesce davvero difficile credere alle tue parole.
    Parli di leggi liberticide, quelle sull’apologia di fascismo. Spero tu stia scherzando. Non è limitazione della libertà altrui, a mio avviso, impedire che si propagandino ancora idee che puntano a limitare e piegare le libertà di molti. Non è che in virtù di una libertà di espressione posso pensare di diffondere ogni tipo di idea che non rispetti le identità e la dignità degli altri. Fascismi di destra e di sinistra, sia chiaro.
    Fai riferimento all’aneddoto del Tollaro secondo il quale dovremmo tendere la mano ai vari Delle Chiaie e capire le loro ragioni. Ma un Tollaro 18enne è paragonabile a un criminale? A 18 anni si commettono errori, si comprende e si cambia. Il Tollaro non è stato certo il primo e non sarà l’ultimo che ha preso un abbaglio in gioventù sulla scia delle amicizie sbagliate o delle mode. Diverso è elaborare nel corso della vita certe idee sbagliate e continuare a portarle avanti, magari camuffate. Io non ho le mie idee per formazione familiare o perchè ho letto come te tanti libri. Sai perchè ce l’ho? Perchè da ragazzino osservavo Paride, Claudio, Piero, Sergio, Ciccio, Michelone A., Annetta…Credo sia stata questa la mia palestra. Molto devo a certi esempi che ho avuto, fortunatamente, davanti ai miei occhi se oggi penso di essere, scusa la presunzione, una buona persona. E’ per questo che mi sono cadute le braccia guardando quelle foto lontano dalla mia città.
    Fin quì mi sono dilungato a parlare del’ovvio. Ma su una questione voglio essere ancora più chiaro. Tu hai tutto il diritto di intervistare chi ti pare. Per me puoi sedere a cena accanto a Satana, a Palanca o a Pagliso. Ciò che mi da fastidio è che tu lo abbia fatto sotto casa mia, in una piazza della mia città che abbiamo sempre faticosamente cercato di difendere con molti sacrifici. Quantomeno dovresti delle scuse alle tante persone che ancora oggi cercano di opporsi alla deriva fascista e razzista della nostra società. Quelle persone che col loro impegno quotidiano fanno sì che cosenza sia diversa dalla periferia romana, da Brescia o da Verona.

  12. KungPaolon dicono:

    ma ssu puntu unn’era miegliu si nu libro u scrivia u tollaro?

  13. Giuliano Santoro dicono:

    Sono contento che Paride abbia risposto e credo sia giusto che questo non diventi un carteggio privato tra me e lui. Fatto salvo il rispetto delle biografie personali che ho cercato di trasmettere nella mia lettera, è giusto che anche questa diventi una discussione collettiva e non un battibecco privato.
    Provo a rispondere a tutti quanto prima, perché – come penso abbiano fatto tutti quelli che scrivono qui sopra – non credo alla logica del talk show e delle risposte istintive e spettacolari ma al contrario ho bisogno di far sedimentare le riflessioni.
    Solo una mozione d’ordine: io non credo alla libertà assoluta della rete. Verrà censurato qualsiasi insulto. Se volete insultarvi usate altre bacheche, gli strumenti non mancano. Qui cerchiamo di ragionare, anche duramente.

  14. Manolo Muoio dicono:

    Non sono capace di discettare e argomentare con la proprietà di linguaggio e la ricchezza di riferimenti e fonti politologiche e filosofiche che voialtri ripetutamente sfoderate, ma voglio provare a dire qualcosa anch’io… Con infinita amarezza e profonda inquietudine.
    Qui non stiamo parlando di un fascitello di quartiere, non di un militante o un greve picchiatore di borgata, né di un cansumato e spregiudicato politico che malauguratamente avrebbe scelto “la parte sbagliata”, e neppure di una qualche avventata e romantica figura con magari qualche piccolo trascorso equivoco, ma di un soggetto che ha macchinato nell’ombra negli episodi più terribili e sanguinosi della nostra storia recente, uno, che quando non ordiva complotti e commissionava attentati dinamitardi contro inermi e inconsapevoli cittadini, se ne andava a spasso nella Spagna franchista allacciando relazioni quantomeno equivoche con le formazioni politiche più inquietanti che hanno attraversato l’Europa negli ultimi 100 anni, che si è trasferito in Cile nei ’70 per chiamata diretta di un tale generale Augusto Pinochet (l’operazione Condor soltanto in Cile si conta abbia fatto qualcosa come 40.000 (!!!), morti tra desaparecidos e uccisioni accertate, comprese le sparizioni forzate con più di 600.000 (seicentomila) tra arrestati e torturati, ci prende pure per il culo sto maledetto – lui sì che si merita l’appellativo, non noialtri che pure non pretenderemmo trattamenti evangelici – , con il nome della casa editrice e il titolo di sto libro di merda), che in Bolivia è stato consigliere politico dei peggiori dittatori dell’America Latina – che pure a riguardo non s’è fatta certo mancare nulla – e operava alle dipendenze dirette di un certo Klaus Barbie, vi dice niente: il boia di Lione? capo della Gestapo nella città francese durante il secondo conflitto mondiale…
    Ok c’avrà 80 anni, pure Priebke ce l’aveva… bene abbiamo scavalcato il millennio, abbiamo cambiato epoca e io non sto qui a invocare gogne né tantomeno forche per chicchessia, che ognuno si cucini nel suo brodo, ma almeno, dopo aver offeso e calpestato la dignità e la memoria di migliaia di persone, anzi di intere generazioni che sono state letteralmente sacrificate sull’altare della lucida follia e del disegno criminale di un manipolo di suprematisti bianchi con spropositati mezzi economici militari e di intelligence a disposizione, ci si risparmi la tirata moralistica e falsamente appassionata o addirittura la presunzione intellettuale di chi vorrebbe convincerci che si è trattato soltanto di una curiosità professionale o peggio ancora di un importante e proficuo tentativo di indagine storiografica.
    Purtroppo non avevo dubbi sul fatto che che il sedicente giornalista situazionista postpunk non ci avrebbe risparmiato la lezioncina di morale e integrità politica ex-post, spiegandoci come taluni vivano fuori dalla storia, mentre invece in quella sala si è tentata un’operazione di alta cultura e scrupolosa ricostruzione della memoria, peccato che il suo interlocutore i Garage Olimpo e i campi di sterminio non ce li avesse soltanto nell’album di famiglia (come noi certamente abbiamo i Pol Pot e l’infinita caccia ai kulaki), ma abbia contribuito attivamente a crearli e organizzarli, perseguendone la realizzazione con impressionante metodicità… C’è gente che i Mengele, i Pinochet e i Barbie, con cui il vecchio arnese in questione ha avuto rapporti di profonda intimità fisica e intellettuale, li ha inseguiti per ben più di 15 anni… e non credo pretendessero tardive spiegazioni.
    In quanto al apragone con la situaziopne sudafricana e con una figura politica della statura di Nelson Mandela poi… beh, stendiamo un velo pietoso.
    Credo che un giornalista per fare un’intervista possa incontare anche Adolf Hitler redivivo in carne e ossa, altra cosa sarebbe fargli da spalla in una presentazione pubblica del Mein Kampf, facendolo passare come un simpatico e bizzarro vecchietto, al quale fare magari una piccola tiratina d’orecchie per qualche suggestiva tesi soltanto un po’ azzardata.
    Andatelo a dire alle mamme e alle nonne della Piazza di Maggio ch’è arrivato il tempo di discutere amabilmente e spassionatamente con i torturatori.

  15. sordario dicono:

    forse u tollaro allo stesso tavolo con dellechiaie, gli avrebbe semplicemente sputato in faccia

  16. Antonio dicono:

    Di tutta questa vicenda ho condiviso in particolare due interventi: quello di Giuliano e quello di Michele Giacomantomio http://www.corrieredellacalabria.it/stories/cosenza_citta/8705_a_cosenza_la_destra_di_piazza_e_di_governo/. I loro interventi rappresentano a pieno la mia posizione e mi sembra inutile aggiungere altro, salvo queste brevi e disordinate considerazioni.
    Dal mio punto di vista, Paride con la sua semplice presenza ha legittimato il pubblico palesarsi delle idee fasciste degli uomini al governo regionale. Avevano bisogno di lui per farlo ( o di un Sansonetti) e Paride c’é cascato. La presenza di Paride inoltre é risultata funzionale (più di un Sansonetti) anche in questi giorni di dibattito in città, prestando involontariamente il fianco a revisionismi, odiosi accostamenti “fra destra e sinistra”, all’attacco contro i manifestanti. Aggiungo poi che Barile, che nella sua funzione di presidente della Fondazione Field gestisce centinaia di milioni di euro della Regione Calabria, dovrebbe dimettersi per il solo fatto di aver dato sponda ad uno dei peggiori soggetti della storia repubblicana (Repubblica della quale delle Chiaie avrebbe fatto volentieri a meno). E’ vero, ho avvisato Paride in ritardo, l’ho avvisato dei feriti in piazza e non prima, superando lo sconcerto per le modalità del suo ingresso in sala. Ma Paride è grande e vaccinato: una cosa è Giacomo Mancini alleato di Golletti, o scambiare due parole con Arnoni al bar, altro è legittimare Delle Chiaie come storico mentre picchiano i tuoi fratelli. Si possono ammettere i propri errori, basta saperli riconoscere. Mi auguro che Paride lo faccia

  17. Pasquale dicono:

    Provo a dire qualcosa anche io, dopo giorni di inaspettato turbamento. Molto probabilmente banali: non sono un giornalista, un letterato ma uno che fa un tetro lavoro tecnico.
    Ho letto il libro di Delle Chiaie in pausa pranzo – ne ho di lunghe in Feltrinelli: con grosse difficoltà. Confesso che, per ragioni che dipendono dalla mia educazione familiare, mi sento in colpa nel leggere libri che raccontano storie come quella di Delle Chiaie; l’ultima e unica credo negli ultimi 15 anni discussione che ho avuto con mia madre è stata quando ha visto tra i miei libri “La croce e la celtica”, libro di Nicola Rao sulla storia del neofascismo italiano(“Ma coosa leggiii?”). L’avevo comprato perchè di quella storia non sapevo nulla e non credo di essere riuscito a terminarlo, così come dopo aver letto delle manifestazioni a favore di Eichmann ho dovuto interrompere la lettura del libro di Delle Chiaie. Non racconto queste cose perché io ritenga la storia della mia grama e arida vita interessante, ma perché – confesso – io vedo personaggi come Delle Chiaie come l’incarnazione del Male – banale o no, con buona pace della Arendt. La Morte nella partita a scacchi di Bergman, i diavoli delle illustrazioni di Dorè dell’Inferno di Dante.
    Detto questo: libero di andare, per qualsivoglia motivo.
    Ma liberi di protestare i ragazzi che non sono vittime di nessuna epica da via paal: ogni movimento, ogni aggregazione spontanea ha una sua epica di rimando, un suo sogno, una palingenesi viziata dal “dover essere come”( anche Franceschini in “Mara Renato e io” racconta del filo che li legava ai partigiani). E chi era lì si occupa di cose importanti, non è imbolsito in alcuna autoreferenzialità. E anche chi come me è banalmente “un orecchiante” che invece di andare a dormire è qui a scrivere, è libero di pensare che
    Delle Chiaie non è il braccio alzato di Alemanno, e non è pensabile nessuna soluzione sudafricana con chi ha tra i suoi cimeli più cari una dedica di Borghese, oppure di uno che nel libro scrive candidamente che il Borghese gli confessa che ci fu un patto fra Rahn e i partigiani per la ritirata dei Tedeschi. E mi si risparmi che l’antifascismo è un’ideologia.
    Però una cosa buona nel libro c’è (Papà, perdonami per favore): un aneddoto su Trilussa che è insieme a dei gerarchi fascisti a cena e al quale tali gerarchi rinfacciano quanto abbia fatto il fascismo per lui e lui niente per il fascismo. E lui risponde:” Faccio tanto, non ne scrivo”.

  18. fabio dicono:

    capisco l’odio frammisto nei confronti di fascisti e catanzaresi (giallorossi) ma Massimeddu Palanca lassatulu stari….
    firmato Lou Palanca 2

  19. Carmelo Giordano dicono:

    Che belle figlie che avete MadamaDorè!
    la verità? Il prefetto di Cagliari ha impedito lo svolgimento della partita cagliari roma perché il presidente della squadra locale ha chiamato i tifosi a raccolta contro il divieto di assistere (la successiva nello stesso stadio l’hanno giocata), parliamo di C A L C I O!
    quelli che eravamo li, a cercare di impedire l’autoassoluzione, condita con un po’ di revisionismo alla paprika, di un avvoltoio più che di un condor, e il suo sdoganamento in nome della libertà di espressione e di conoscenza, non eravamo tutti quelli dei proclami dei giorni precedenti, non eravamo nemmeno un pericolo reale per l’ordine pubblico e chi doveva vigilare, sull’ordine pubblico, ci guardava con ironia beffarda, come due signori che sono rimasti sulla porta, ben protetti, continuando a sorridere. Come unico risultato siamo riusciti ad impedire il “red carpet”, tranne quello, frettoloso, di Paride; il dibattito intellettuale, però, decolla e vola alto, in absentia… sul “concetto”, sui social!
    se possono parlare con sufficienza è perché non eravamo abbastanza, ammettiamolo, siamo stati meno importanti della pioggia, peraltro inesistente, che l’anno scorso ha impedito lo svolgimento di napoli-juventus!

  20. Possiamo scrivere e commentare all’infinito. Ricordo che da bambino dalle parti di via Miceli a Cosenza campeggiava la scritta “Delle Chiaie a morte”, incuriosito da ciò andai a cercare info (con i mezzi dell’epoca, internet era un miraggio!) e scoprii chi era. Nulla di strano se non pensiamo che il mio pensiero politico ancora non si era formato e la cosa avrebbe potuto influenzarmi in qualunque verso. Questo per dire che a volte non c’è migliore pubblicità della poloemica o dell’insulto. Tutto questo rumore non fa altro che portare attenzione su di un libro che molti avrebbeo totalmente ignorato.
    Io ho un problema mi trovo d’accordo con tutti, Paride Leporace ha scritto diversi concetti a cui sono arrivato anche io, ma anche Giuliano Santoro, così come tanti altri commenti a questo post. Su di tutti il più concreto è quello di Manolo Muoio a mio avviso, che senza affondare in inutili riferimenti letterari e non, spiega il suo punto di vista ed il suo ragionamento non fa una piega. Io sono antifascista ma sono consapevole del fatto che nel nostro paese il gioco delle parti ha sempre giovato a chi detiene il potere e le “collaborazioni” degli anni passati confermano l’interesse da parte del potere di mantenere e creare una posizione continua di contrapposizione estrema fra le parti.
    Credo che Paride Leporace aveva il diritto e la libertà di partecipare all’evento: è un giornalista, non è un politico, non è un rappresentante di nessuna sigla, seppur la sua figura faccia parte della storia della città. In virtù di quest’ultima cosa mi sarebbe piaciuto sentire anche la sua voce dalle frequenze di Radio Ciroma (se nel momento in cui scrivo sia già stato intervistato chiedo scusa in anticipo).

    Sono grato a chi è andato a manifestare il dissenso, ma non posso essere stupido e far finta di non vedere ed evitare l’evidenza: non era un picchetto e mi sembra ovvio che un cordone di poliziotti davanti ad una massa che avanza con forza, seppur a mani alzate, reagisca reprimendo.

    Concludo il mio commento scombussolato augurandomi che l’attenzione che si dedica alla presentazione di un libro scritto da un fascista possa essere convogliata anche verso tanti altri eventi che avvengono in città.

    Per dirla tutta, la cosa più allucinante di questa storia è che la presentazione è stata organizzata e presenziata indirettamente dalla Regione Calabria. (http://fieldcalabria.org/)

  21. umberto dicono:

    Paride
    io non ci credo che tu non eri consapevole del tuo ruolo di feticcio, e non e’ vero che un feticcio se e’ un essere pensante e con emozioni smette di essere feticcio.
    la tua intelligenza per prima e, casomai non bastasse, i tuoi anni di “militanza” non ti lasciano scampo, hai fatto una cazzata e lo sai benissimo.
    con questo gesto ti sei autoescluso da quella comunita’ di persone che tra loro si chiamano “compagni”, ma questo sicuramente gia’ lo sai e probabilmente non te ne frega nulla (non me ne frega nulla neanche a me d’altro canto, ognuno si cuocia nel suo brodo), quello che non capisco a ‘sto punto e’ perche’ ti lamenti che una radio che hai contribuito a fondare non ti abbia chiamato per un pubblico intervento su quello che stavi facendo, e non credi che quella telefonata avresti dovuto farla tu? a microfoni aperti, anche qualche minuto prima di entrare nella vecchia stazione avresti dovuto dire “ragazzi io ho deciso che li’ ci vado, ci vado per questo, questo, e quest’altro motivo, voi cosa ne pensate?”
    lo dici tu stesso “L’errore piu’ grande è quello di non aver saputo valutare che il mio agire fa parte di una comunità con cui dialogo da troppo lontano e troppo spesso solo come emittente” avresti dovuto tenere a freno il tuo ego e aprirti al confronto, magari anche li’ davanti alla vecchia stazione, con coraggio senza sgattaiolare dietro le guardie.
    ora io non so cosa ti avrebbero detto i compagni, so cosa ti avrei detto io “paridu’ ma chi cazzu dici? lo sai benissimo qual’e’ la tua parte della barricata, la ricerca storica per il momento puo’ aspettare, fai quello che devi fare con i tuoi compagni e domani sul giornale scriverai di quanto era bella ieri cosenza antifascista”
    questo ti avrei detto io l’altro giorno

  22. paride leporace dicono:

    Grazie Umberto faro’ tesoro di quello che scrivi

  23. Francesco Pirri dicono:

    Provo ad argomentare un pensiero.
    Nel post elezioni di qualche anno fa, quando nessuno dei partiti comunisti entrò in Parlamento, Maroni (persona che io detesto) disse una cosa: “mentre Diliberto lotta per avere la statua di Lenin in Italia la Lega parla con gli operai nelle fabbriche”. Cioè, passando dal particolare al generale, i comunisti lottando per stereotipi e simboli hanno perso di vista la pragmatica sociale. Anche in questo caso mi sembra che la storia si sia ripetuta, cos’è Delle Chiaie se non un simbolo? penso che noi comunisti dovremmo lasciar perdere certe cose, come questa, per combattere il “ragionamento fascista” che si sta facendo strada in Calabria, non i simboli. Delle volte sembra che si preferisca scendere in piazza e prendere la manganellata per dire “il sistema mi ha manganellato” piuttosto che vincere sui terreni su cui si fonda lo stato, le leggi e il sociale. Certo, come diceva Leporace manifestare è un collante di indubbio valore ed ha anche una forte componente “spettacolo”, ma forse sarebbe più interessante combattere i fascisti in azioni concrete che non si esauriscano in una sola giornata. Ecco, io reputo più pericolosa Casa Pound che Delle Chiaie, io lotterei più per i bisogni pratici delle persone che per i simboli. Sapete perché mi fa paura Casa Pound? perché sta nei quartieri, perché in modo subdolo (e non senza fine) da aiuto alle persone, occupa le case per darle agli sfrattati: ovvero si sta prendendo quello spazio che appartiene alla sinistra.

    Il punto di vista mediatico.
    la manifestazione e gli scontri hanno dato più visibilità a Delle Chiaie che il libro stesso. Penso che se fosse stato ignorato nessuno si sarebbe accorto della sua presenza a Cosenza. Si, si poteva ignorare per diversi motivi, per esempio non è il divieto ai fascisti di entrare in città che fa di Cosenza una città “defascizata”. La manifestazione in sè è stata notizia, non Delle Chiaie.
    Sinceramente non vedo nulla di male nella partecipazione di Paride Leporace, è un giornalista e uno storico e quindi è naturale che sia andato li per indagare e nel caso “seppellire” con argomentazioni valide il credo del fascista. Se poi non si è indagato e non si è dibattuto la colpa di certo non è la sua. In ultimo, ma è dai posti frequentati che si distingue un comunista da un non comunista?

  24. Harry Potter dicono:

    Sarà la potente seduzione del maligno, un Voldemort che si insinua negli anfratti della mente, un demone chi si impossessa dell’anima e del corpo, il nemico lontano tanto odiato e combattuto che all’improvviso diviene carne, ossa, parola, addirittura libro…Sarà la “FascinAzione” che fulmina il giusto attraverso la malattia della ricerca chimerica di una presunta verità oggettiva, del tutto inesistente perché può essere solo versione di parte in una storia sbagliata e mai pacificata..O sarà stato il caldo di questi giorni, un’abbaglio di questo scorcio d’estate settembrina. Mha?!?!?
    Non mi permetto di giudicare le scelte politiche di una persona che non conosco personalmente ma che spesso ho letto con piacere, certo è che ci vuole pelo sullo stomaco per entrare e presenziare un libro al fianco di un sanguinario criminale fascista, mentre fuori la polizia manganella i propri compagni….
    Ci sono mille ragioni oggi per praticare l’antifascismo militante, senza riportare l’ascesa nazi-fascista in Grecia ed in Ungheria, l’epopea leghista o i tanti riciclati pdellini nostalgici, piuttosto che le spinte xenofobe e reazionarie che la crisi produce. Segnalo solo che qualche settimana fa in un paesello del Lazio (regione dei post-fascisti Allemanno, Polverini, Batman ect..ect..) è stato realizzato con soldi pubblici un mausoleo alla memoria del gerarca Graziani responsabile di veri e propri genocidi nel’ Africa della sciagurata e disastrosa disavventura coloniale italica, crimini efferati per i quali venne anche promosso a super ministro della difesa nella repubblica sociale di Salò. I’inquietante accaduto in Italia è passato nei sotterranei dei siti e dei blog di movimento non suscitando tanto interesse,non scalfendo minimamente l’opinione pubblica, fino a quando CNN e BBS hanno riportato la notizia con sdegno e scandalo scrivendo dell’anima nera italiana mai del tutto sopita…Sicuramente Graziani conosceva il principe Julio Valerio Broghese allora comandante della terribile decima mas, poi addirittura ispiratore ed organizzatore del famoso fallito golpe al quale a sua volta partecipò anche il giovane seguace Delle Chiaie. Certo è che il “principe nero” fu un bravo maestro del terrore e della violenza ed “er caccola” un brillante studente di colpi di stato, stragismo, torture, vendette, violenze ed omicidi, visto quello che poi combinò in mezzo mondo ed in Italia. Tutte atrocità per le quali al momento c’è solo la sua auto assoluzione e nessun perdono da parte di vittime ed intere generazioni di ribelli antifascisti, massacrati, torturati e deportati dai suoi loschi servigi in America Latina, Grecia e Spagna. Un personaggio, dunque, che nell’immaginario fascista ed eversivo esercita un peso non indifferente, inoltre se pur quasi ottantenne appare lucidissimo ed ancora in grado di influenzare e comandare .
    Ora io vi chiedo se in nome di una presunta e borghese libertà d’espressione ammantata da una sterile retorica democratica, che al tempo dei tecnici governi imposti dalla finanza globale lascia il tempo che trova, possiamo prenderci il lusso di dimenticare le storie e le biografie politiche nostre e di chi combattiamo, lasciando spazio e campo a coloro i quali tutte queste problematiche libertarie e democratiche le hanno risolte sin dal principio con la ricetta dell’imposizione violenta e della sopraffazione contro cui lottiamo ogni giorno.
    La libertà d’espressione nemmeno nella sua forma più liberale ha voluto significare la fine dei conflitti e degli odi che covano nella società. Nella storia di ogni regime democratico in tutte le sue forme, anche in quelle mitiche ed antiche della Grecia dei licei, non tutti hanno avuto il diritto di esprimersi liberamente, e molto spesso le democrazie hanno represso duramente chi fuori usciva dai codici, dalle regole, dai principi e valori costituzionali , ma anche da rapporti di forza culturali che si vengono a creare…L’idea di una società in cui tutti possono dire pubblicamente il cazzo che gli pare in barba ad ogni storia, al sangue versato, ad ogni contrapposizione ideologica, ai dolori subiti e causati, mentre chi li contesta viene dipinto come il censore fanatico ed anacronistico, è un qualcosa che può esistere solo nelle rappresentazioni borghesi di una società normalizzata, senza tensioni ed ideologie in cui domina solo la suprema legge del mercato.
    Nella realtà dei fatti se può essere considerato legittimo che un’associazione di destra inviti Delle Chiaie a presentare il suo libro, d’altra parte è allo stesso modo legittimo che ci sia qualcuno che non voglia che l’iniziativa si faccia in una piazza intitolata ad un martire antifascista, facendo di tutto per impedirne lo svolgimento…Non se…ma ….e forse….la questione è solo decidere da quale parte della barricata si vuole stare.
    In tutto ciò c’è un meraviglioso furore ideologico che non può essere ridotto alla banale polemica della pubblicità gratuita al libro di un nazifascista, in quanto l’antifascismo è sentimento, valore, principio irrazionale, si nutre di odio e desiderio di vendetta. Anche se gli anni settanta sono trascorsi , con buona pace dei retorici nostalgici, ancora oggi piangiamo morti per mano dei fascisti in divisa e senza. Un’ ambiente ambiguo in cui l’estrema destra ha sempre sguazzato e che Delle Chiaie ,tra l’altro, conosce molto bene…del resto non si spiegherebbe altrimenti il comportamento della polizia che se pur consapevole della tensione ha fatto di tutto per alimentarla con azioni vigliacche e ghigni poco rassicuranti (Dax, Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, Biansino, Cucchi, Aldrovandi , ect…ect…ci ricordano purtroppo questa strana anomalia italiana…)
    Ma chi erano quei giovani antifascisti che a volto scoperto ed a mani alzate hanno frapposto il loro corpo alla violenza dei manganelli “fascisti”???? Nessuno se lo chiede e si pensa che tutto sia un dato scontato, una tradizione atavica, un rito da celebrare ogni tanto…
    In tutta umiltà vorrei aggiungere degli elementi al dibattito utili a spiegare la composizione di quella piazza a cui hanno partecipato tantissimi cosentini e tanti universitari, disoccupati e precari calabresi. Negli ultimi anni nella Calabria governata dal fiero “boia chi molla” mafioso Scopelliti, c’è stata un’escalation della violenza fascista: ricordo qualche mese fa l’incendio doloso che ha distrutto il centro sociale Certella a Reggio Calabria, qualche anno addietro a Catanzaro l’accoltellamento di un giovane compagno ridotto in fin di vita da un’aggressione squadristica , le voci insistite che descrivono la permanenza del Delle Chiaie a Lamezia Terme come un periodo di indottrinamento costante di giovani camerati del luogo, responsabili poi di vari atti di violenza ed intimidazioni nei confronti di omosessuali, rom, migranti e giovani di sinistra, senza chiaramente sottolineare episodi quotidiani che si riproducono in ogni angolo di Calabria. Ecco il motivo di tanto inaspettato antifascismo di attivisti e militanti che da tutta la provincia e regione hanno assieme ai tanti cosentini presenti difeso una delle città più libere, tolleranti e vive del meridione…molto semplicemente….
    Infine a tutti i coloro i quali dispensano facili giudizi sui movimenti cosentini, sostenendo la tesi secondo cui gli antagonisti sarebbero a corto di argomenti ripiegando su uno sterile antifascismo di comodo, in una regione dove c’è sempre ben altro a cui pensare …bisognerebbe ricordare che questa città negli ultimi anni è stata teatro di lotte importanti, di occupazioni di centri sociali, case, palazzi, scuole ed università, bloccando strade, autostrade e snodi ferroviari. Cosenza è stata scenario di contestazioni a politici, ministri, presidenti di regione, assessori e addirittura Presidenti della Repubblica, di manifestazioni partecipatissime e di una miriade di incontri, dibattiti, seminari, iniziative, presentazioni di ben altri libri, pratiche multiculturali di convivenza ed integrazione di rom e migranti, di solidaristiche forme di cooperazione sociale dal basso e di meccanismi collettivi di resistenza alla crisi e riappropriazione…non si perde certo tempo appresso ai residui bellici della torbida storia eversiva italiana, vecchi arnesi consumati, anacronistiche memorie di un mostro resuscitato dal’oltretomba della storia o in un’antifascismo militante che diventa ossessione … ma in tutta franchezza il 29 settembre di un banale pomeriggio meridiano non c’era davvero nulla di più importante ed interessante della contestazione di un vecchio avvoltoio massacratore….

  25. RIVOLTA dicono:

    COSENZA ANTIFASCISTA

  26. NOI COSENTINI dicono:

    Sarebbe bello veder fiorire un sentimento ANTIFASCISTA ancor piu’ forte e che e’ gia insito nel dna della nostra citta’.Prendiamo come spunto le belle parole espresse con sentimento in questa discussione x agire contro chi oggi vuole prendere spazio nella nostra citta’.Noi Cosentini non consentiremo ai fascisti di prender spazio e se sara’ necessario faremo in modo che le carogne non escano piu’ dalle loro fogne.
    COSENZA ANTIFA

  27. astolfo dicono:

    a Paride e Giuliano:
    condivido con il primo tanti dubbi sui percorsi che, in tempi passati, ci siamo trovati a condividere, con dosi varie di persuasione: l’accenno ai cimiteri in luogo delle carceri, i dubbi di allora sul destino che ci sarebbe spettato in caso di vittoria della rivoluzione (discreto esercizio di paranoia anticipatoria o di delirio di onnipotenza in sedicesimo). condivido anche la curiosità, che per me (non la estendo ad altri, e a Paride in primis) riconoscerei come morbosa, nel senso di nosologicamente significativa, di ascoltare le ragioni di un personaggio come il Delle Chiaviche- ricordi il sor Vincenzo?- tuttavia mi sento di censurare la sua presenza al dibattito, e con forza. la mia inettitudine a usare il mezzo informatico, la scarsa confidenza con esso mi impedisce di argomentare in maniera adeguata.
    una sola ragione alla mia posizione: la civiltà esiste da che gli uomini si sono ritrovati, hanno convenuto di bandire, rendere tabù determinati comportamenti; la lista è lunga, ma sinteticamente: cibarsi dei propri simili, accoppiarsi con un genitore o con un figlio e altre varie. cose semplici, accette a tutti o quasi: ecco io a questa lista aggiungerei quella di accostarsi a personaggi come il signore in questione. la mia non è una posizione teoreticamente elaborata e neanche tanto ideologicamente ispirata: semplicemente la reputo una misura di salute mentale.
    scrivo dal manicomio, ça va sans dire

  28. cosenza antifascista dicono:

    Lettera aperta ai paladini della libertà di pensiero

    Le ragioni che venerdì scorso ci hanno spinto, e che ci spingeranno sempre, a scendere in piazza contro il neonazismo e il neofascismo, sono scritte sui libri di storia contemporanea, sulle lapidi di piazza Fontana, Bologna, piazza della Loggia. Forse per qualcuno saranno tematiche anacronistiche, pezzi di un ‘900 da lasciarci alle spalle. Per noi, no! Per noi sono sangue del nostro sangue vivo, memoria attiva, rabbia, indignazione, consapevolezza da trasmettere ai più giovani.

    Qui ci limitiamo soltanto a fare chiarezza su alcune delle inesattezze che abbiamo letto in giro. Ci preme infatti ribadire che noi non abbiamo alcuna intenzione d’impedire l’agibilità politica ai partiti del centrodestra, nonostante stiano combinando disastri sociali e politici in Calabria. Ma Delle Chiaie rappresenta un’altra cosa! Di “democratico” non c’è traccia nel suo curriculum. E al contrario di come lo si vorrebbe far passare, non è un reduce sconfitto di una lotta tra idealismi e poteri costituiti. Egli è il testimone trionfante di una vittoria politica e militare, ottenuta in quattro decenni di violenze, ai danni di milioni di uomini e donne che hanno lottato per costruire un mondo più giusto e libero. L’Italia in cui viviamo è quella disegnata dalla P2 di Licio Gelli, è l’Italia voluta da Stefano Delle Chiaie e dai suoi camerati di merende: presidenzialismo sostanziale, bipolarismo senza differenze ideologiche tra i due poli, dominio assoluto delle caste, strapotere di poche antiche famiglie, risposta militare alle istanze sociali, stato di polizia, torture dei detenuti comuni e politici dentro carceri e caserme, sfruttamento selvaggio della forza lavoro, annegamento coatto dei migranti, emarginazione dei diversi. Non è forse questo il risultato della “rivoluzione nazionale” che codesto personaggio sognava nei suoi deliri, quando andava in Cile e in Argentina a stringere la mano di golpisti e torturatori?

    Eppure, al contrario di quanto avete vomitato sui vostri giornali negli ultimi giorni, noi sabato scorso non abbiamo chiesto né al Sindaco né al Prefetto di impedire il diritto di parola a quest’uomo che rivendica la continuità col terzo Reich. Da anni gli apparati di polizia aggrediscono le nostre idee. Sappiamo cosa significa. Quindi non auguriamo a nessuno di subire questa forma di repressione, neanche al nostro peggior nemico. Sì, venerdì scorso, dopo le prime manganellate, abbiamo sperato in un gesto di buon senso da parte del responsabile del CONI, l’unico abilitato a revocare la concessione dell’edificio. Quel lugubre convegno si sarebbe così potuto svolgere altrove, magari in uno dei tanti immobili di proprietà del miliardario organizzatore dell’iniziativa. Ma così non è stato. Ne terremo conto. Le associazioni di cui facciamo parte, non metteranno mai più piede nel CONI per organizzare o prendere parte a iniziative socio-culturali.

    Vi diciamo senza indugi che con i vostri appassionati editoriali non ci avete convinto! Non ci convincerete mai che tutto sia uguale a tutto, è che chi lotta per la libertà, la giustizia e l’eguaglianza, sia da porre sullo stesso piano di chi adora i totalitarismi. Al contrario di quanti ci accusano d’essere fuori dalla storia, il nostro antifascismo è empirico, attuale, realistico. Certo, non potrete mai capirlo se vivete rintanati davanti al monitor di un computer. Ma vi basterebbe mettere il naso nella terza dimensione per sentire i racconti di chi, a Catanzaro o a Reggio, nell’ultimo anno ha subìto accoltellamenti, pestaggi e attentati messi in atto da soggetti che si richiamano al fascismo. Pensiamo a quanto sta accadendo in Grecia e nei quartieri delle grandi città italiane, dove l’estrema destra cavalca il tema della sicurezza per conquistare consensi e attaccare i più deboli, fomentando gli egoismi provocati dalla crisi. Siccome noi non vogliamo che nella nostra città la violenza razzista organizzata si abbatta su gay, lesbiche, migranti, rom, prostitute e attivisti sociali, consideriamo come un atto di guerra qualsiasi tentativo di trapiantare anche qui la teoria e la pratica di queste azioni infami. Tuttavia, riteniamo d’aver capito cosa si muova nel locale sottobosco neofascista. È significativo che a Cosenza l’operazione politico-culturale per legittimare personaggi come Delle Chiaie, non sia partita da organizzazioni radicali, ma dal ventre del PDL e da certa stampa. È chiaro: stanno cercando di ricompattare una destra che prenda il posto dello scopellitismo ormai prossimo al tramonto.

    Infine, per favore, risparmiateci la retorica d’accatto. A differenza di alcuni dei personaggi che avete scomodato per darci lezioni di democrazia, noi non viviamo sulla luna. Ci avete visto in piazza venerdì scorso, come ci vedete da sempre protestare contro il malgoverno, sotto i palazzi del Potere di questa regione, al fianco di precari, senza-casa e migranti, in difesa di beni comuni, territori e spazi sociali. Piuttosto, passatevi una mano sulla vostra coscienza. Se in questa regione non scoppia la rivolta che tutti ormai auspichiamo, la colpa non è forse anche delle vostre connivenze con l’attuale classe politica locale, e delle strette di mano che i vostri editori concedono a questi quattro parassiti che vanno a rappresentarci nelle sedi istituzionali approfittando dei ricatti con cui tengono per la gola migliaia di famiglie disagiate? Le vostre lezioncine di tolleranza somigliano tanto al paradossale richiamo al rispetto della libertà di pensiero, che venerdì scorso i funzionari della digos ci hanno più volte scandito, prima di ordinare le cariche della celere. Ma come può un simile appello provenire proprio da poliziotti in servizio presso la medesima questura che solo pochi anni fa ha partorito l’operazione “Sud ribelle”, cioè il più grottesco attacco al diritto d’opinione della storia repubblicana? Ebbene, questi signori hanno avuto la conferma che a Cosenza le manganellate non sono mai servite a sgomberare le piazze. Al contrario, le riempiono.

    “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”.

    Ottobre, autunno 2012

    COSENZA ANTIFASCISTA

  29. Orestes dicono:

    Mo ti senti più vicino a Biagi e Zavoli? cmq rigiro questo!

    Perché le spiegazioni di Paride Leporace sulla sua partecipazione al
    dibattito con Delle Chiaie non mi convincono

    Caro Paride,
    Siamo in tanti, giornalisti o meno, a cercare notizie in archivi
    spariti o meno, o da testimoni in punto di morte (o in buona salute
    che sia), ma non tutti pensiamo che dialogare con i mestatori e
    disinformatori di professione possa essere utile.
    Nessuno mette in dubbio che tu, come giornalista possa avere interesse
    a fare un’intervista a quel lugubre figuro in camicia nera. Ma questo
    è cosa totalmente differente che il partecipare ad un “dibattito”
    seduto al suo fianco nello stesso tavolo.
    Sapevi da giorni che vi sarebbero state manifestazioni per impedire a
    quel “signore” di parlare per esaltare il suo “glorioso” passato al
    servizio di vari assassini, torturatori e dittatori. E quindi non vedo
    perché ti stupisci e indigni per quello che è successo.
    Ovviamente sei liberissimo di fare ciò che ritieni giusto e in cui
    credi. Mi pare però profondamente ingiusto che per difendere la tua
    partecipazione all’evento tu sia ricorso a metafore – si fa per dire -
    che sanno di demonizzazione (ritengo che “oggi l’antifascismo
    militante una pericolosa guerra in trappola di cui beneficia il
    Potere” ecc.) coloro i quali volevano esercitare quella stessa tua
    libertà di espressione, sia pur su posizioni diverse dalla tua. Il
    loro dissenso verso l’iniziativa, il fatto che tu creda ad una cosa,
    non vuol dire automaticamente che tutti gli altri abbiano torto!
    Dici che volevi rappresentare il tuo punto di vista, e certamente lo
    hai fatto, ma in quel contesto e con quel tipo di “pubblico” di
    nostalgici, credi davvero che sia stato sentito o possa aver fatto
    breccia in alcuno? E soprattutto, credevi davvero che uno scaltro come
    il famigerato “er caccola” si sarebbe lasciato blandire dalle tue
    parole e avresti potuto “raccogliere elementi preziosi” e nuovi per le
    tue “valutazioni e conoscenze”? Se questo è avvenuto non lo hai ancora
    scritto e quindi aspettiamo che tu ce lo renda noto quanto prima,
    seppure io mi permetto di dubitarne.
    Il mio disagio, la mia frustrazione e rabbia –a fatica repressa – per
    l’episodio non riguarda la tua persona (ti conosco solo per quello che
    dici e scrivi (sono un tuo attento lettore e, almeno fino a ieri, ero
    anche un tuo estimatore). No, quello che mi colpisce di più è
    oggettivamente che ti sei prestato, ti sei aggiunto, a quel sempre più
    nutrito gruppo di persone con un passato di sinistra che vorrebbero
    “pacificare”( ritiene oggi l’antifascismo militante una pericolosa
    guerra in trappola di cui beneficia il Pote re), far dialogare tra loro
    (“…credo nella soluzione sudafricana della guerra che combattemmo da
    punti opposti; chi sa parli e dica tutto) assassini e vittime,
    torturatori e torturati. No, a tutto questo io non credo, contro tutto
    questo io mi oppongo. La “soluzione sudafricana” che tu caldeggi, è
    già in atto da tempo (l’abbraccio – voluto da Napolitano – tra Licia
    Pinelli con la vedova di Calabresi cioè l’assassino di Pino tanto per
    citare il caso più famoso), oppure l’apertura di credito alle
    “rivelazioni” spesso false e allucinanti di un fascista e assassino
    del calibro di Vincenzo Vinciguerra (vedi la collaborazione tra la
    fondazione Cipriani e Vincenzo Vinciguerra) oppure il libro di
    fantascienza politica scritto del magliaro Paolo Cucchiarelli (area
    PDS-Pd) infarcito di depistaggi provenienti essenzialmente da due
    fascisti – uno è il solito viscido mentitore Vinciguerra, l’altro un
    fantomatico Mister X – e il Depistatore per eccellenza (e già
    condannato per questo suo vizietto): il bugiardo di stato, vicecapo
    degli Affari Riservati all’epoca dei fatti e inviato fin dal 12
    dicembre a Milano per nascondere le piste che portavano al suo padrone
    e indirizzarle invece contro gli anarchici, al secolo Silvano
    Russomanno.
    I “testimoni” come i Delle Chiaie o i Mario Merlino (vedi sue
    testimonianze su Valle Giulia o su i suoi rapporti con noi) o
    fascistucoli simili, non sono altro che gli stessi personaggi che da
    anni, e soprattutto negli ultimi, sono tra i più impegnati –
    attraverso scritti e interviste – nella riscrittura della storia del
    nostro paese. Vorrebbero far credere che siamo tutti uguali e che
    tutti, in un modo o nell’altro siamo ugualmente colpevoli. Che destra
    e sinistra si toccavano e confondevano senza difficoltà alcuna. Tutto
    questo per pulire le loro mani grondanti di sangue innocente e per
    aiutare l’opera dei loro “nipotini” che cercano ancora oggi di uscire
    dalle fogne, di provocare e intorpidire gli animi e le menti dei più
    giovani e dei più indifesi (cacca Puond et similia docet!)
    Caro Paride, anche se gli anni passano, le menzogne di questi
    personaggi non cambiano. Le verità restano le stesse di ieri e così le
    menzogne.
    Finchè avrò un filo di energia mi batterò affinché tali personaggi sia
    sempre smascherati e isolati politicamente e fisicamente da ogni
    contatto con i compagni in lotta. Non può esservi pacificazione con il
    nemico, né quello di ieri né quello di oggi, almeno finchè la
    GIUSTIZIA (e non intendo quella de i tribunali borghesi) e la VERITA’
    (una volta si diceva quella rivoluzionaria) non avranno trionfato e
    ogni tipo di oppressione dell’uomo sull’uomo non sia terminata.
    Io non dimentico, io non perdono.

    Enrico Di Cola
    (ex circolo 22 marzo di Roma)

  30. Chiara Merlo dicono:

    …ma l’antifascismo è una religione?! Con martiri e figurelle?! Per me l’antifascimo è (davvero) molto di più di tutto quello che ho letto (e visto “rappresentato” nel frame)…per me è addirittura oltre ogni simbolismo (o inter-azionismo simbolico)…proprio nel rispetto di tutti quelli che sono morti. E nel rispetto di chi pure vorrebbe (sente il desiderio di) “portarne” (credendosi consapevole) la memoria (cioè al di là delle auto-referenze). Non ci si “appropria” dell’antifascismo così. Vi siete fatti picchiare per essere antifascisti? Non basta. E non lo so se Paride ha fatto bene (e forse a questo punto neanche mi interessa, è quasi secondario), ma Giuliano è “ammiccante”…(e aggiungerei, allo stesso modo ammiccante di come egli accusa)…ed è questo che mi fa scrivere (pensate, niente altro, niente di più), una scrittura istintiva (situazionale?) che mi fa intervenire in questa discussione (retorica da ogni fronte)…non sono del “gruppo”, di nessun “gruppo” (l’avrete capito, quindi non faccio parte neppure del gruppo dei “traditori”)…il “noi” mi sta stretto…spero in ogni modo di aver comunque contribuito con un frammento/tentativo di approfondimento (in libertà di pensiero)…

  31. Carmelo Giordano dicono:

    @Chiara Merlo cosa intendi per religione? l’antifascismo è una zolla da occupare per usucapione? che significa, senza incisi che aprono plot incomprensibili davvero, quello che hai scritto?

    • Chiara Merlo dicono:

      e allora togli le parentesi…leggi senza quelle sovrapposizioni, strati di lettura…l’antifascismo non è un credo, è un modo di comportarsi con l’altro…è come pensiamo l’altro!

      • Chiara Merlo dicono:

        …perché se è un credo è soltanto rituale.
        Se invece è poco chiaro cosa io abbia voluto dire con “Giuliano ammiccante”…beh! Giuliano, quando ha scritto, non si è rivolto com’è apparentemente a Paride…ma a tutti voi, aveva in mente tutti voi contro Paride, ha voluto essere il vostro leader di pensiero. Così: mentre Paride faceva bella figura rispetto alla “libertà di pensiero” facendosi pure accostare a certi personaggi, Giuliano faceva la stessa identica bella figura vicino al “pensiero antifascista”…ma per un intellettuale questo modo di agire e di scrivere (questa è la mia opinione) non è molto “onesto”…tutto qui!
        Se quindi l’antifascismo non è una questione di stile, questa discussione si che lo è…almeno una questione di stile è diventata per me.

      • Carmelo Giordano dicono:

        l’antifascismo, a mio avviso, è una cultura politica che ha riferimenti ben precisi, che ha un unico strato di lettura; “l’altro” è un termine generico e lo svilimento della parola fascista, come comunista del resto, in un’epoca in cui le parole sono svuotate dal corpo che rappresentano, porta ad una pericolosa generalizzazione. l’antifascismo, a mio avviso, è un credo, senza dogmi, non una religione, ma un credo si! non “ci siamo fatti picchiare” per essere annoverati nella categoria degli antifascisti, né, credimi, per creare vittime da mostrare in discussioni successive,siamo andati a dire quello che pensavamo di un’accadimento che, in modo spettacolare, tentava di accreditare tesi revisionistiche che proprio l’antifascismo, nell’accezione di difesa della costituzione nata dalla resistenza, è obbligato ad evversare! i post che precedono parlano di cose concrete, di comportamenti e rifuggono teorizzazioni omnicomprensive; almeno in questo caso l’ampliamento, o il restringimento, della sfera vitale in rapporto con l’altro, sempre a mio avviso, è meglio lasciarlo all’antropologia.

        • Carmelo Giordano dicono:

          ho scritto dopo che tu avevi ampliato il concetto, e allora le tue considerazioni assumono altra valenza, e su quella sono d’accordo, l’esercizio della lettura degli spazi fra le parole è interessante solo che io ragionavo più sui fatti realmente accaduti e sul tentativo, di alcuni non tuo, di spostare la discussione sul “generale”, sulla teoria e questo allontana dal nucleo dell’interesse contingente :)

        • Chiara Merlo dicono:

          ..non conservarmi in un cassetto. Non richiamare nuovamente “il rito”, “la processione”…l’altro è molto più concreto di come vuoi dimostrare…l’altro è anche ognuno che ha scritto…a prescindere che lo si voglia mettere in una collocazione ben precisa.
          La strategia di vedere “complicato”, incomprensibile il ragionamento dell’altro, appunto, io la conosco: si inizia dicendo “ma cos’hai detto, cos’hai voluto dire, ah! ma tu stai spostando i concetti su un altro piano, su un piano antropologico”. Anche questo è disonesto intellettualmente. Se non avevi capito (le parentesi), allora com’è che adesso mi puoi così facilmente collocare?! L’antifascismo è un credo nell’accezione che hai dato tu (cioè io credo nell’antifascismo), ma non nell’accezione che ho usato io (di culto). Non mischiare le carte in tavola, non serve alla discussione…e non “liquidarmi” così!!!

  32. Giuliano Santoro dicono:

    Ciao Chiara,
    non capisco di cosa mi accusi.
    Per rivolgermi a Paride ho usato una formula che esiste da quando l’uomo ha inventato la scrittura, anzi forse anche da prima: la lettera aperta. Questa formula prevede che ci si rivolga ad una persona e tramite questa si parli ad una platea più ampia. L’ho fatto perché non volevo scrivere un articolo impersonale, visto che questa vicenda implica anche legami di affetto e storie comuni. Volevo riportare Paride – seppure in forma retorica e non priva di contraddizioni, come si è visto nel dibattito che ha seguito questo post – nel contesto sociale in cui ha passato molti anni.
    Inoltre, mi è sembrato il metodo migliore per scatenare il dibattito, far venire fuori i dissidi e le incomprensioni e non seppellire nel silenzio e nell’ostilità reciproca quello che è successo venerdì 28 settembre a Cosenza. Credo che questo, anche se scomodo nell’immediato, serva a tutti quelli che sono coinvolti in questa vicenda.
    Sull’antifascismo: sono d’accordo, l’antifascismo non è un rituale.Proprio per questo, quelli e quelle che hanno manifestato contro Delle Chiaie hanno voluto renderlo vivo e presente, ricordare a tutti che al governo della nostra regione ci sono persone che ritengono Stefano Delle Chiaie un simpatico giramondo della causa anticomunista e non un personaggio oscuro e pericoloso, legato alle peggiori pagine del Novecento. Tu scrivi che questo “non basta” per “essere antifascisti”, e permettimi di dire che questa è una banalità. Nessuno pensa che basti manifestare una volta ogni tanto per aver assolto il proprio compito.
    Io non ho la pretesa di giudicare cosa sia essere “antifascisti” al 100 per cento e sono sicuro che non ci si debba limitare alle manifestazioni di piazza. Del resto, ho scritto chiaramente che chi contestava Delle Chiaie è in larga parte coinvolto in mille forme di ricostruzione del legame sociale a Cosenza e provincia, non esaurisce il suo ruolo in quella giornata.
    Tu invece evidentemente sì, devi avere le idee chiare, quindi hai il dovere di spiegarti meglio invece di lanciare accuse generiche: cos’altro dovremmo fare? In cosa siamo stati incoerenti?

  33. Chiara Merlo dicono:

    …a me piace essere banale, e poi invece, evidentemente, scrivo cose complicate. Certo che i manifestanti hanno il mio rispetto, non volevo sminuirli, e (io) neanche “usarli”. Io non ho le idee chiare, tant’è che il mio nome è spesso la mia nemesi. Ho scritto solo per istinto (e questo mi piace sempre) e per dire semplicemente quello che ho detto, neanche per dimostrarlo ostinatamente (io non devo affrancarmi da niente, né devo rivendicare le mie azioni). Però non ti ho accusato, come hai sentito di essere accusato. Se non avessi avuto il rispetto degli argomenti e dei referenti proprio non avrei scritto. Ho solo “manifestato” il mio “pensiero” che da tutti può essere messo in discussione, anzi proprio per metterlo “in discussione”. Anche le parole sono comportamenti, penso che tu lo sappia bene. Le parole sono relazionali…allora accetta qualche sottolineatura (proprio perché penso tu possa operare sulle parole e su te stesso un “diverso” livello di approfondimento”. Senza livore e solo per il confronto. P.S. sulla forma della lettera aperta non mi accanisco!

    • Giuliano Santoro dicono:

      Non so, a me pare che tu insinui delle cose e poi quando te ne viene chiesto conto dici “ma no, scrivo per istinto”.
      Dici che non è così. Allora ti invito a rileggere le cose che scrivi prima di pubblicarle. La cosa bella di questo strumento è che si parla anche tra sconosciuti, ma visto che non ci si conosce si ha il dovere (sì, il dovere) di essere poco ambigui e di dire cose circostanziate. Almeno su questo forum.

      • Giuliano Santoro dicono:

        per essere chiari, se scrivi “Giuliano, quando ha scritto, non si è rivolto com’è apparentemente a Paride…ma a tutti voi, aveva in mente tutti voi contro Paride, ha voluto essere il vostro leader di pensiero” fai un’accusa precisa. Oltretutto molto debole: allora chiunque scriva una cosa su qualsiasi tema riguardi qualcunaltro “vuole essere leader di pensiero” di qualcunaltro? Ma per favore.

      • Chiara Merlo dicono:

        …è un invito ad abbandonarlo?!
        Io penso di avere detto le cose contestualizzandole (nel frame, come dici tu)…se così non ti è parso, allora non mi sono saputa spiegare davvero! Se è stato poi un confronto tra sconosciuti…per questo è stato di significato!
        Buona giornata a tutti e ci rivediamo altrove…

        • Giuliano Santoro dicono:

          E’ un invito ad essere più precisa. Non mi pare che le tue critiche siano contestualizzate, se poi appena ti si risponde nel merito dici “Ma no, io dicevo tanto per dire”.

          • Chiara Merlo dicono:

            …guarda che la stai buttando “in caciara”, come dicono a Roma.
            Ci riprovo ad essere più Chiara!
            Hai scritto una lettera aperta con un abbraccio finale “nonostante tutto” a Paride, pensando di iniziare un confronto con lui sugli argomenti…ed è una lettera anche molto coinvolgente, per certi aspetti. Come coinvolgente è allo stesso modo quella di Paride di risposta (ma un po’ più indifesa). Imputavi in particolare a Paride una certa “violenza” situazionale. Gli dicevi sostanzialmente che già l’essere stato lì, dov’è stato, era offensivo (della sua storia, della vostra storia insieme, dell’antifascismo a Cosenza). Con questo comportamento, con questa lettera, hai voluto prendere le distanze cercando il consenso “popolare”. Per un intellettuale che voglia parlare di antifascismo in modo serio, proprio nell’occasione in cui si trova a discuterne, questo metodo per me non è “distintivo”. Cioè prendere le distanze e cercare solo il consenso. Qual è il metodo in sostanza: quello popolareggiante. Chiamare a raccolta per avere ragione di un pensiero. E’ proprio la modalità che è brutta. E per avere ragione del fatto che Paride non doveva andare, c’hai messo in mezzo i manifestanti “feriti”…a me questo proprio non piace, e l’ho detto. Non ho trovato perciò quella lettera onesta intellettualmente…per me sei stato “violento” anche tu. Ed ecco il mio virgulto. ma non è un’accusa, ne senso che non ce l’ho con te, anzi! Non è un attacco personale. E’ solo un decodificare un comportamento. ma posso anche rimanere ambigua, cioè puoi anche continuare a dire che io lo sia…

        • Giuliano Santoro dicono:

          Visto che parli di “frame”: il “frame” che ho cercato di costruire con quella lettera non era “Giuliano parla a nome di qualcuno contro Paride”, ma “Paride, hai sbagliato, parliamone”. E infatti hanno scritto molte persone dopo di me, non è stato un carteggio privato. Quindi il “frame” cui alludi, quel contesto comunicativo, non è mai esistito. Va da sè, poi, che io mi sono preso la responsabilità di scrivere e firmare una lettera aperta. Ma che da questo sia derivato un surrettizio atteggiamento da leader, come hai scritto, non te lo concedo. L’idea era al contrario quella di dare un contributo per aprire uno spazio collettivo di discussione su quanto avvenuto.

          • Chiara Merlo dicono:

            …allora diciamo che hai deciso “lo spazio collettivo” in cui discuterne. L’hai deciso, e perciò sono intervenuta. L’ho aumentato almeno di una persona in più…

  34. Giuliano Santoro dicono:

    Ecco, ora sei stata Chiara.
    Dunque.
    Cerco di spiegarmi, qui forse velocemente ma ti invito a leggere quello che scriverò in risposta a Paride perché anche di questo si parla.
    Ti faccio notare, senza polemica, che questa non è una discussione accademica. Non stiamo parlando delle ragioni dell’antifascismo e basta. Stiamo parlando, ora più che mai, della nostra carne e del nostro sangue. Questa discussione dunque si muove proprio sul terreno scivoloso delle storie condivise, per questo non poteva essere individuale e doveva essere collettiva.
    Io non ho chiamato a raccolta nessuno, la gente si era già raccolta e in piazza e sui social network si stava discutendo di quanto accaduto. Paride ha sentito il bisogno di scrivere un articolo sul Quotidiano della Calabria per spiegare la sua partecipazione a quel dibattito. Un passaggio ulteriore che ha spostato sul terreno dello spazio pubblico e del dibattito cittadino gli eventi di cui sopra. In quel contesto, un contesto che era già pubblico e che già vedeva fronteggiarsi posizioni e scomuniche, io sono intervenuto.
    Ti faccio presente anche nel mio testo ho marcato il mio forte dissenso ma ho anche voluto dire ai miei compagni e alle mie compagne di non cadere nel gioco del “dagli all’infame”.
    Inoltre, voglio anche sottolineare che la “violenza” di cui parlavo, Paride l’ha subita quasi quanto noi, nel momento in cui si è prestato al gioco dei federali del post-fascismo cosentino e si è fatto usare in quel modo come arma nei nostri confronti.
    Grazie!

  35. Chiara Merlo dicono:

    …non pensare che non abbia letto tutto. Ho letto proprio tutto, e tutti, prima di intervenire…e certo che non doveva essere una disquisizione accademica! Non spostatemi ancora una volta su un altro piano, non mettetemi a parte, come se non avessi capito fino in fondo il motivo…
    E’ chiaro che Paride abbia scritto un articolo (a fronte delle accuse a lui rivolte) ed è normale che ci sia stata mobilitazione…io ho parlato d’altro, forse di qualcosa che meno interessa, di modalità comportamentali, ma non voglio insistere, a questo punto diventa davvero stucchevole…
    Continuerò a leggerti…perché è interessante quello che scrivi, forse non continuerò a dirti la mia…(ma cchi sse ne frega, penseranno in molti!)

  36. Giuliano Santoro dicono:

    Ma no, continua pure. Aggiungo solo che non ho “deciso” io quale doveva essere lo spazio collettivo di discussione. Innanzitutto, non l’ho fatto perché questo non è stato l’unico spazio, per fortuna. Inoltre, non ho costretto nessuno a leggermi e a rispondermi. :)

  37. sordario dicono:

    Chiara Merlo è la cugina du tollaro?

  38. paride leporace dicono:

    Ogni parola di questo blog (anche le piu’ sciocche perchè se ne scrivono) e’ fonte di eleborazione sentimentale e di elaborazione del mio lutto culturale. Potrei cavarmela con delle scuse che qualcuno chiede, ma francamente mi sembra riduttivo. Non è questione di orgoglio. Credo nell’autocritica, nell’assunzione di responsabilità e nella forza del principio.
    Per evitare di essere vacuo, narcisista ed autoreferenziale preferisco autoanalizzarmi in profondita’. A coloro che hanno segnanti certezze dico sparatemi addosso quello che ritenete meglio opportuno. Non sono nè un rinnegato nè un venduto ricoperto d’oro per quello che ha fatto. Forse un presuntuoso che individualmente vuole piegare linee troppo rette. Politicamente, dal punto di vista di alcuni compagni, ho fatto peggio dialogando con Spataro, Imposimato e compagnia inquisitoria. Coltivero’ altre parole e narrazioni nelle forme piu’ opportune e al momento adatto. A coloro che ho portato disagio, dolore e amarezza mi sento di testimoniare che nei loro confronti mi sento come racconta la leggenda del piccolo Giuseppe Garibaldi che pianse per aver spezzato le ali ad un grillo in un gioco che non pensava potesse provocare quell’effetto. Ringrazio Giuliano per aver creato questa opportunità di confronto e approfitto di chiedergli come posso far pubblicare il testo di un mio amico scrittore sull’argomento. Buona vita a tutti

  39. Giuliano Santoro dicono:

    Ciao Paride, scusa il ritardo. Puoi postarlo qui, come contributo alla discussione.

  40. Luigi dicono:

    Mi inserisco molto velocemente cercando di ragionare su di un semplice tema. Paride si dichiara sostenitore delle soluzioni “alla sudafricana” e afferma che sarebbe forse il caso di superare quella specie di processo di rimozione della memoria relativo agli anni 70. Lasciando stare che si è già in parte dimostrato che, in realtà, determinati elementi destrorsi sono più che attivi nel nostro paese, non riesco a capire come si possa elevarsi a giudicare un processo storico che è in realtà stato fortemente e profondamente condizionato da posizioni e credenze etiche. Per cui, si fa una scelta di campo. In cui al giudizio della morale c’è chi ha torto ed ha ragione. C’è chi commette errori nel perseguire un fine nobile (e allora vedi i casi Prima Linea ecc.), c’è chi invece fa di quegli errori la propria unica strategia politica nel perseguimento di un obiettivo aberrante (leggasi: fascisti). E allora, perchè “riabilitarli”, perchè considerarli reperto storico? Perchè sottovalutare ciò che rende l’uomo realmente tale: fare una scelta. Scegliere una parte. Essere dunque partigiano. Sono le scelte che fai che fanno quello che sei. Sedersi di fianco a Delle Chiaie non può essere considerata la stessa cosa di sedersi di fianco a Segio.

  41. Cartman dicono:

    Oltretutto Segio di è dissociato dal suo passato. Delle Chiaie lo rivendica.

  42. paride leporace dicono:

    Scrivo per esprimere la mia personale vicinanza intellettuale a Paride Leporace, che l’altro ieri è stato aspramente criticato per aver presentato a Cosenza il libro “L’aquila e il condor. Diario di un militante” di Stefano Delle Chiaie, tra i fondatori di Avanguardia Nazionale, feroce movimento neofascista attivo a cavallo tra anni ’60 e ’70.
    Lo faccio non perché abbia titoli storici o morali tali da potermi ergere coram populo a difensore o censore di alcunché o di chicchessia, ma perché conosco il legame profondo che Leporace ha con la sua città, con i movimenti più underground, con gruppi e movimenti “alternativi”, finanche con la sinistra cosentina e calabrese (in tutte le sue articolazioni), e perché sento che tutte queste critiche stanno profondamente ferendo uno degli intellettuali più generosi e puntuali che Cosenza abbia “partorito” da molti anni in qua (e dico questo con profonda convinzione).
    In fondo, cosa ha fatto di male Leporace? Ha soltanto accettato, con la solita curiosità per la storia italiana repubblicana (anche nei suoi aspetti più oscuri, neri, incommestibili), di presentare, discutere e criticare insieme ad altri relatori il libro autobiografico di un oscuro, benché “importante”, esponente della destra radicale, spesso contigua con tragici fatti di sangue. E’ un reato, è una colpa?
    Confesso che per un intellettuale e scrittore come me – spero di non dire nulla di sconvolgente – la più grande delle opportunità professionali sarebbe quella (ineffettuale e fantasiosa, è chiaro) di intervistare Hitler; e, conoscendo da molti anni Leporace, il suo coraggioso e spaesante relativismo etico (le domande sono più importanti delle risposte), il suo volersi sporcare le mani anche con la storia più ctonia, non ho alcun dubbio che mi seguirebbe a ruota. Perché la differenza tra un intellettuale e un militante è proprio questa: il militante ha le idee chiare, l’intellettuale no; o, per meglio dire, spesso ce l’ha, ma gli viene quasi sempre il dubbio che nel male ci sia qualcosa da capire, una X da decifrare, un supplemento di ragionamento da concedere. A chi? Anche a Delle Chiaie, per intenderci.
    I “compagni” cosentini hanno giustamente le idee chiare: Delle Chiaie è un fascista che si porta sulla coscienza morti e violenze. Un intellettuale, invece, prova a capire cosa abbia spinto in quegli anni uomini e donne a odiarsi, ad ammazzarsi, a ordire trame per sovvertire, ognuno con il proprio sogno (o incubo) l’ordine dello Stato democratico.
    L’equivoco nasce, probabilmente – ma è soltanto una mia libera supposizione – da un equivoco, ovvero dalla vulgata di un Leporace comunista. Ecco, mi sento di dire che Leporace tutto è fuorché un comunista, essendo, oltre che un giornalista e uno storico, un libertario, un riformista anarchico, un garantista e, per allargare il discorso in direzione un po’ più sofisticata, un situazionista mediatico, ovvero un sovvertitore di gerarchie e di egemonici parametri di lettura. Perché i cosentini hanno preteso da lui un ottuso comportamento da militante e un formale atto di devozione verso l’antifascismo? E come la mettiamo con le migliaia di dibattiti che sono avvenuti in tutta Italia alla presenza di ex terroristi rossi, in gran parte ancora fedeli al verbo brigatista, a cui pure Leporace in passato ha partecipato senza che nessuno se ne lamentasse? Debbo dedurre che un dialogo con, che so, la Balzerani o Curcio, sia più rispettabile di un dialogo storico con Delle Chiaie?
    Non voglio assolutamente gettare benzina sul fuoco, anche perché non conosco la geografia sentimentale e politica di Cosenza, e dunque parlo in generale, senza la pretesa di dire verità granitiche.
    Ho deciso di scrivere questa nota perché sento la necessità di sottolineare l’attitudine “corsara” ed eretica di Leporace (piena di contraddizioni e di umori vividi, certo, ma con forte indole libertaria), e perché penso che sia un peccato che un’ombra sia calata tra Leporace e parte della sua Cosenza.
    Forse i cosentini non sanno – lo so io, che lo sento ogni giorno al telefono – che anche se Leporace vive e lavora a Potenza, per lui il centro del mondo rimane Cosenza e, dunque, incrinare questo rapporto per cieco fanatismo ideologico mi sembra un grave errore. Ecco, perché se Leporace avesse osannato in pubblico Delle Chiaie avrei pure capito, ma contestargli di averci discusso e di averlo tempestato di domande e di critiche mi sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra.
    ANDREA DI CONSOLI-Scrittore

  43. Michele Santagata dicono:

    Ho aspettato che passasse la tempesta. Conosco Paride da sempre, sin dai tempi del Convitto. Era mio vicino di casa, ed esserlo in quei tempi aveva un valore in più rispetto all’oggi. Ci si aiutava, e l’appellativo più usato nei quartieri, tra vicini, era cummari e compari. Lo si diventava per ogni cosa, anche la più piccola, la più banale, era un modo per sentirsi legati, un modo per spartirsi la miseria. Bastava un gesto, una azione, una condivisione, per accendere il tacito sodalizio di quartiere. Siamo sul finire degli anni sessanta. La Città Vecchia accoglie già da tempo gente che arriva dalla campagna, contadini in cerca di fortuna, che ripropongono, nei quartieri, stili di vita legati alla tradizione rurale di quegli anni. Non sempre il trascorrere del tempo equivale ad una crescita, eccezion fatta , naturalmente, per quella fisica. E nel limbo culturale di quegli anni, presto si perde il senso delle proprie origini, non si è più contadini, ma neanche cittadini. Si vive ai margini di una cultura che sta sotto. Arrivano dirompenti gli anni settanta. Incomprensibili per tanti. E’ qui che nasce il mito. Il ragazzo scaltro, che nel rigore del collegio, riusciva a trovare parole di libertà, di riscatto – ma non è una storia di cattivi maestri che vi voglio raccontare, o dell’allievo imbrogliato, o del mito tradito – quello che per primo fu capace di rompere i sacri vincoli del “comparaggio” di quartiere. Rompere gli schemi. Dissacrante, provocatoria, diversa, appare la sua figura, in quegli anni per i vicoli del quartiere. Suscita clamore, stupore, scherno. Apostrofato. Ma dietro il chiacchiericcio di quartiere si nascondeva qualcosa, un sibillino apprezzamento, per una diversità che sa di libertà. Lo scherno diventa la maschera di chi non ha il coraggio di confessare, che in fondo quel ragazzo aveva ragione. Il suo ragionamento da condividere. Il riscatto sociale, passa dall’emancipazione culturale di una comunità. Ma troppi sono i tabù da spezzare. E il coraggio di essere contro, non è cosa diffusa. Fuori dalla omologazione del quartiere, fuori dalla identità collettiva. E Paride è decisamente fuori da questo, troppo strano, con i suoi mitici pantaloni a “zumpafuassu” e le scarpe di Pippo. I suoi berretti erano cosi stravaganti, da suscitar il dubbio popolare sulla sua sessualità. Come direbbe oggi Cetto : …ti fermi ad un semaforo, e finisci che ti prendono ppè ricchione. Troppo rischioso manifestare palese apprezzamento. Bisognava farlo di nascosto. Il quartiere non perdona. Ricordo ancora l’irrompere della musica proveniente dalla sua antica casa, squarciare l’assurdo silenzio degli anni ottanta. Per noi Cosenza finiva a piazza dei Valdesi. E lui, Paride, insieme ad altri stava per offrirci una occasione di libertà. L’acume, L’intuizione, la fantasia, il ragionamento, di alcuni, apre una valvola di sfogo, una visione. La Curva. Piero per Tutti. Ora tutto diventa normale, anche la diversità. Anche noi possiamo essere diversi. Una sana mescolanze mette in relazione mondi diversi. E’ l’idea giusta. Qualcosa che segnerà profondamente l’identità culturale della città. Lo stare insieme produce politica. Conoscere parole nuove, diventa sinonimo di libertà. Nasce per noi il vocabolario della libertà, di cui Paride è uno tra gli autorevoli estensori. La politica è il sangue che ti scorre nelle vene. E la verità diventa un risveglio mortale. Formi le tue convinzione, e come nella fase dell’innamoramento, non hai occhi che per lei. E gli amori politici si moltiplicano. Ognuno costruisce il suo mondo ideale. E la politica diventa anche scontro. Contrapposizione anche fisica. Tesi, analisi, previsioni, anticipazioni sociali, producono un proliferare di discussioni, che rendono unica Cosenza, nell’intero mezzogiorno. So di non esagerare. Il Gramna, Ciroma, due realtà uniche nel loro genere. Partono alla grande gli anni novanta. Sono ormai alle spalle gli anni di “malavita e palluni”. Cresce sempre più un laboratorio politico, che attraverserà, tutti gli anni novanta, con alti e bassi, che ci porterà Diritti a Genova. La città conosce un’altra informazione. Si delinea da subito un sentimento palese di denuncia. La Radio, le fanzine, i cortei, la musica, il teatro, la creatività l’estemporaneità, diventano linguaggio diffuso, recepito, condiviso, vivono nella città. E l’arte di quei ragazzi, la loro genialità, la voglia di verità, che li rende unici. Un nuovo giornalismo scuote una sonnecchiosa editoria locale, fatta di cronaca, e veline della questura. Si formano competenze, conoscenza, saperi. Paride è l’artefice, insieme ad altri di questo. Le sue prime apparizioni, su emittenti locali dell’epoca, furono dirompenti. Controcorrente, pungente, ironico, tagliente, il tipo da domanda giusta al momento giusto. E’ questa la sua strada non c’è dubbio. Il suo giornalismo diventa guida per un sottobosco freelance, che in quegli anni si aggirava per Cosenza. Il suo stile fa scuola. Si rompe finalmente il monopolio della Gazzetta del Sud. E i nuovi editori, sono alla ricerca di brave penne. E quei ragazzi, da sempre impegnati, sono la miglior risorsa della città. Nel campo dell’inchiesta, della denuncia, della cultura, non si battono. E l’occasione diventa lavoro. Alcuni definiranno quegli anni il “rinascimento cosentino”. Inizia per Paride, come per molti altri, me compreso, l’eterno conflitto della coerenza. I parametri dei movimenti non consentono mediazioni. Accettare un lavoro, che non sia ordine materiale, equivale per molti a vendersi al nemico. Nascono redazioni affollate da pubblicisti che provengono dai movimenti. Cresce l’aspettativa, nel proliferare di nuove testate. Ma le riunioni di redazione, non sono assemblee di movimento. E la notizia tradita, diventa oggetto di scontro. In molti leggono questo come un tradimento, al di là del necessario compromesso lavorativo. Paride, viene contestato. Personalmente ho partecipato ad un sit in di protesta sotto il suo ufficio, contestandogli di aver omesso la pubblicazione di una articolo relativo ad un pestaggio da parte di un poliziotto, avvenuto in pieno centro cittadino (allora palazzo degli uffici), ai danni di un venditore ambulante marocchino, avvenuto sotto gli occhi di molti cittadini (alcuni dei quali si recarono in questura per denunciare l’accaduto, tra questi la moglie dell’on. Brunetti), nonché alla presenza di un cronista della sua testata. La pressione esercitata dal questore sul giornale, mise in evidenza i limiti di libertà di espressione, a cui tutti i giornalisti sono sottoposti. L’editore, non è per sua natura mai neutro. Risponde, ahimè, a logiche di lottizzazione politica. Il ragazzo ribelle diventa imbelle. Il lavoro prima di tutto. La necessità di un reddito smorza gli angoli, lima le punte. Ma vi chiedo, sapendo di essere criticato, si può esprimere un giudizio di valore su questo? Penso proprio di no. Ad una condizione però: avere l’onestà intellettuale di non nascondersi dietro la legittimità di cambiare idea. Accettare consapevolmente il compromesso lavorativo, al quale, purtroppo nessuno sfugge. Nessuno può accusare nessuno di derive su questo. Adeguarsi, non vuol dire necessariamente assoggettarsi. Ma l’equilibrio diventa d’obbligo. Tant’è, che all’interno delle affollate redazioni, scoppiano i primi conflitti. Amicizie lunghe una vita si spezzano , e la rotativa dell’ingiuria, dell’odio, del rancore non si ferma più. Il giornalista racconta solo i fatti, va dicendo Paride. Tuttavia, non si sottrae ad esprimere la sua opinione, all’indomani della operazione Sud Ribelle, sulla mia persona e sulla mia famiglia. Definisce la mia famiglia come una sorta di tribù (cito testuale), di cui io sono un “degno rappresentante”. Ho sempre pensato che quell’articolo fosse il frutto di rancore nei miei riguardi, per vecchi episodi legati ad una passata stagione politica. Sono sempre stato consapevole di meritarmi il suo rancore, e nel corso degli anni diverse volte ho chiesto scusa, ma mai mi sarei aspettato di essere colpito in quel momento, da chi doveva solo raccontare i fatti. L’esercizio improprio di un potere, che non può essere giustificato in nessun modo. Ripercorrere il mio rapporto con Paride, mi serve per capire le sue scelte. Non ho provato stupore nel vedere il suo nome nella locandina, affianco a quello del boia Delle Chiaie. E non penso che il suo intervento chiarificatore, in cui esprime la sua curiosità storica, da indagatore della memoria sia retorico, o peggio demagogico. Tutt’altro. Segue “coerentemente” l’evoluzione della sua figura di giornalista e studioso. E lo fa con gli strumenti del vecchio cronista qual’ è. E non è il peso della figura infame del personaggio Delle Chiaie il parametro per tale considerazione. E permettetemi di dire, che stabilire una scala di valori del male, non può essere il principio fissato per i termini dell’interlocuzione. Ne tantomeno questo, può porre sullo stesso piano la vittima che accetta di parlare con il proprio carnefice. Dire questo non significa riabilitare losche figure, che con il vivere civile, e la democrazia, nulla hanno ha che fare. Ma significa, praticare fino in fondo il concetto di libertà che alberga in ognuno di noi. Altrimenti ognuno sarà libero di stilare la propria lista di persone con cui non bisogna parlare. Il professore, non discute con il Ministro, gli antagonisti, non dialogano con le istituzioni, gli anarchici, non hanno famiglia, i sovversivi, non discutono con i poliziotti, e così via. Non è il peso dell’azioni (in riferimento alle nefandezze del boia Delle Chiaie), in questo mio ragionamento a contare, ma quanto incide sul mio vivere quotidiano tale rappresentazione. Ecco perché era giusto essere li, a contestare, per ricordare a tutti l’oscenità di questa figura e della sua ideologia, bocciata dalla storia e dall’umanità. Non assolvo Paride, ma comprendo ciò che lo ha spinto a fare questo. Io sono e sarò sempre un antifascista militante. Scenderò sempre in piazza ogni qual volta sarà necessario, e continuerò a gridare “nessuna agibilità ai fascisti”. Ma non voglio neanche incorrere nell’errore di paragonare Paride a tale figura. Concludo questo mio lungo sproloquio, con una citazione, che nel tempo è stata un po’ la mia guida, e che in alcuni frangenti ha corretto i miei passi, come dice il buon Prospero: in tutto ciò che fai, in ogni azione politica, bisogna sempre avere la capacità di distinguere tra rigidità e rigore….
    Michele Santagata

  44. Giuliano Santoro dicono:

    Mi scuso per questa risposta tardiva, ma proprio in questi giorni (spot subliminale) sto licenziando le bozze del mio libro sul grillismo e non ho avuto la necessaria tranquillità per interloquire con voi. Sarò prolisso e confuso.
    Intanto, qualche premessa di metodo e un dato di fatto. Tantissime persone hanno letto la mia lettera a Paride e la discussione che ne è seguita. In tutto, questo dibattito ha ricevuto almeno tremila contatti, che non sono pochi se consideriamo che l’antifascismo è tema universale, ma che l’angolo di osservazione in questo caso era fortemente “locale”. Dunque, centinaia e centinaia di cosentini hanno seguito questa discussione. Qualche decina di loro ha deciso di intervenire e sono contento di poter scrivere che lo hanno fatto con intento spesso polemico e magari incazzato ma mai oltraggioso. Non ho mai dovuto censurare nessun intervento. Lo avrei fatto, come annunciato nella “mozione d’ordine”, se qualcuno avesse postato insulti o – ça va sans dire – se qualche provocatore avesse portato avanti tesi esplicitamente fasciste e/o razziste.
    Volevo mettere i piedi nel piatto ed evitare che questa cosa di Delle Chiaie, causa di dolore e delusione per molti, non diventasse semplice oggetto di battibecchi su Facebook o battute nei capannelli reali e virtuali. Ovviamente ciò non basta a risolvere la cosa, a trovare una piccola soluzione sudafricana che lenisca il la delusione e faccia argine al dolore, ma meglio incazzarsi e discuterne insieme, tutti quanti, che rimanere sul posto a macerarsi nell’incomprensione.
    Continuo a pensare che Paride abbia preso un abbaglio enorme e ho motivo di credere che se ne sia accorto anche lui.
    La “soluzione sudafricana” di cui parla prevede che la guerra finisca e che i combattenti depongano le armi. Che i torturatori – come è avvenuto a Soweto dopo l’apartheid con la scarcerazione di Nelson Mandela e la vittoria dell’African National Congress – riconoscano di aver torturato e ammettano le proprie colpe. Stefano Delle Chiaie non ammette proprio un bel niente, se ne va in giro a presentare il suo libro auto-agiografico e a prendersi le parole d’elogio dei mimmobarile di tutt’Italia, approfitta del fiancheggiamento politico di gente che grazie al ventennio breve berlusconiano è arrivata a gestire denaro pubblico e potere e adesso è alla ricerca di una nuova collocazione politica che magari prevede la riscoperta delle radici nere. Non si tratta di dibattito storico, dunque, ma di un dibattito terribilmente attuale legato alla contingenza politica.
    Il miracolo di Cosenza antifascista è anche questo: un alto dirigente di una fondazione che risponde direttamente alla Regione di Scopelliti, un uomo che dispensa milioni di euro, organizza un dibattito e si solo presenta qualche nostalgico per una rimpatriata. Poteva andare diversamente, poteva esserci in platea l’esercito di riserva dell’eterna disoccupazione calabrese in cerca di qualche abboccamento clientelare. Invece i giovani erano fuori a contestare.
    Dalla piazza è arrivata una grande lezione di dignità che rimanda direttamente alla lotta contro questa classe politica. Una lezione impartita anche a quel “giornalista” delle destra cittadina (uno strano “giornalista” anzichenò: non va a cercarsi le notizie e a consumare le suole delle scarpe, ma si guadagna la pagnotta razzolando nel sottobosco della politica e rastrellando nomine in enti para-statali) che, mentendo con la naturalezza di chi è abituato a mentire, mi ha accusato di disonestà intellettuale sostenendo che evidentemente non avevo letto il libro di Delle Chiaie perché quest’ultimo “non ha mai difeso Eichmann”. Un bluff sciagurato che lo ha lasciato basito di fronte alle mie citazioni testuali dal testo di Delle Chiaie che lo smentivano clamorosamente.
    Un giorno si dedicano ai traffici con le case popolari nei corridoi delle amministrazioni e quell’altro vengono a parlarci di “libertà di parola”, peraltro rivendicando il loro legame politico (come hanno fatto con me, facendosi scudo della tua presenza e brandendoti come un manganello, tuo magrado) col protettorato nazista della Repubblica di Salò. Questa è la gente con la quale dovremmo praticare la verità della “soluzione sudafricana”, Paride?
    La cosa davvero bizzarra è che qualcuno vorrebbe far passare gli antifascisti per “ortodossi” (leggi: ottusi ancorati a schemi del passato) quando questa gente ancora oggi ha il coraggio di difendere lo stato fantoccio, messo in piedi dalla Rsi tanto da rivendicarne l’eredità ideologica. E saremmo noi quelli ancorati agli schemi novecenteschi!
    Mi spiace che lo scrittore Andrea Di Consoli (presto leggerò il suo romanzo) insinui che, a differenza di Paride, siamo dogmatici in quanto “comunisti”. A lui vorrei dire che se quelli che erano in piazza fossero così settari, non avrebbero conservato il legame sentimentale con la figura di Paride, che da tempo ha – legittimamente – intrapreso percorsi politici e professionali non esattamente affini all’ortodossia marxista-leninista. Signor Di Consoli, glieli vorrei presentare uno ad uno quelli che c’erano e quelli che si sono indignati per farle osservare quale meravigliosa armata Brancaleone fatta di sottoculture di strada, tifosi da stadio, artisti underground, attivisti, volontari e financo “normali cittadini” si sia ritrovata spontaneamente venerdì 28 settembre per contestare Delle Chiaie.
    Si è fatto poi lo spiacevole paragone tra Delle Chiaie e gli ex brigatisti. Sempre Di Consoli, rivelando sul tema una certa propensione a scadere nelle retoriche dominanti degli opposti estremismi e dell’analogia tra “rossi” e “neri” cita Renato Curcio. Chiunque abbia assistito alle iniziative cui Curcio partecipa conosce la delicatezza e l’attenzione con la quale questi evita accuratamente di parlare della sua esperienze nella lotta armata e sa come queste, al contrario di quella di venerdì scorso, non siano dei rituali di auto-assoluzione. Infine, una precisazione deontologica e professionale: mi pare che ci sia differenza tra il diritto-dovere di un giornalista di fare delle “interviste” e la partecipazione a una iniziativa pubblica. Per fare un esempio, Zavoli ha intervistato Delle Chiaie, ma dubito che si sarebbe mai prestato a presentargli il libro in una cornice come quella dell’altro giorno. Di sicuro non lo ha mai fatto.
    Non mancherà occasione per parlarne ancora con tutti voi, Paride compreso. Intanto vi abbraccio, restiamo sintonizzati.
    Giuliano

  45. paride leporace dicono:

    Devo un grazie immenso quanto Guernica a Michele. Per me quello schiaffo non esiste da tempo. Piuttosto ti chiedo scusa per la tribu’ che non ricordavo e che non ritengo di aver usato con disprezzo. Ho troppo stima per la tua famiglia. Le questioni di Giuliano invece restano aperte. Spero in forme di confronto piu’ serene.

  46. malfattore dicono:

    Giuliano chiaro diretto e senza inutili sproloqui da scapigliatura stile 800.D’altronde noi cosentini siamo cosi,e da sempre presente in noi un forte spirito di ribellione e di disprezzo radicale verso le norme morali e delle convinzioni correnti,cerchiamo di difendere i nostri ideali ma spesso la cruda realta’ e’ descritta in modo chiara ed anatomica.Il tuo commento e’ quello che condivido.

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