“Su Due Piedi” su Il Cammino

Luca Gianotti, animatore de La Compagnia dei Cammini e autore de “L’arte del camminare” [EdiCiclo], ha recensito “Su Due piedi” ne Il Cammino, newsletter periodica della Compagnia. 

Non conosco Giuliano Santoro, ma mi sento in sintonia con lui. Ci siamo scritti qualche volta via mail, e ci unisce il forte legame con Wu Ming 2: la prefazione del suo libro è il seguito delle riflessioni che Wu Ming 2 ha iniziato nella prefazione al mio libro “L’arte del camminare”. E poi mi piace che Santoro abbia pubblicato il suo libro “Su due piedi” per il piccolo editore calabrese Rubbettino, di cui ho avuto già occasione di elogiare la bella collana “Viaggio in Calabria”.

Giuliano Santoro aveva promesso a se stesso che nel raccontare i trenta giorni di cammino attraverso la Calabria avrebbe evitato le scorciatoie degli stereotipi: “Non parlerò di tarantelle, rinogaetanismi, briganti, soppressate”. Scelta coraggiosa.

Belushi in "Chiamami Aquila"

Ecco allora che Santoro ci parla di paesi abbandonati e poi ricostruiti a pochi chilometri, come Cavallerizzo, sgomberato per frana e ricostruito dalla protezione civile dell’era Bertolaso; ci parla dei bidoni tossici affondati al largo di Cetraro, di licenze edilizie, cementificazione, ‘ndrangheta, e politica…
Santoro non è un camminatore per passione, è piuttosto un flaneur metropolitano, si paragona a John Belushi in “Chiamami Aquila”, storia di un giornalista che si ritrova suo malgrado a camminare sui monti. Dunque evita accuratamente i sentieri privilegiando l’asfalto. E sui luoghi conosciuti da noi camminatori amanti di queste terre ci arriva dal basso, mentre noi siamo usi arrivare negli stessi luoghi (paesi come Campotenese, Morano o Civita) dalla montagna.

“Su due piedi” è diario di viaggio, inchiesta, studio di sociologia. Mai ricerca sulla wilderness, piuttosto ricerca di una periferia senza fine, cemento e migranti, che collega ormai i paesi e le città.
Quando una giovane scrittrice dice a Santoro che vede qualcosa di spirituale nel suo camminare, il nostro si stupisce: “Anche se mi dichiaro materialista e considero che muoversi a piedi sia un modo per far interagire corpo e mente con il paesaggio sociale, la prendo sul serio”.
Ma poi si concentra sugli aspetti politici del viaggio, la ‘ndrangheta e la situazione sociale calabrese, con l’ambizione di raccontare la Calabria sia ai non calabresi sia a chi in quella regione ci è nato. E credo ci sia riuscito.

 Trovate una rassegna di recensioni “Su Due Piedi” cliccando qui.

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