“La piazza pubblica e quella virtuale”

Ecco il testo della lunga recensione di “Un Grillo Qualunque” firmata da Bruno Gemelli e pubblicata il primo novembre scorso dal Quotidiano della Calabria. Contiene anche una testimonianza sull’attività di Gianroberto Casaleggio. Per leggere una prima raccolta di altre reazioni al libro clicca qui.

L’ultimo libro di Giuliano Santoro cade come il cacio sui maccheroni. Tanto è di attualità che sembra un instant book, ossia un libro pensato e scritto in tempi record. Come si dice: cotto e mangiato. In realtà esso è stato cucinato a fuoco lento. Lentissimo. Il giovane autore è un giornalista calabrese che ha licenziato proprio in questi giorni un saggio su Beppe Grillo e sul grillismo. Un’uscita, anzi un’entrata in scena nel momento cui si è conclusa la performance elettorale del Movimento 5 Stelle in Sicilia. Dopo l’aperitivo di Parma e l’antipasto siciliano, M5s guarda già al pranzo che sarà servito e consumato, secondo i desiderata dei suoi protagonisti e le proiezioni favorevoli dei sondaggisti, nelle ormai imminenti elezioni politiche. Una rivoluzione per alcuni, una sceneggiata gattopardesca per altri, comunque un caso nazionale. Forse una proiezione di come sarà la vita politica italiana da qui a qualche mese quando appunto gli italiani dovranno decidere come vivere il dopo Berlusconi.
Il fiuto di Santoro è stato più sensibile di un cane da tartufi. E molte domande che si pongono in questi giorni politologi e notisti di ogni conio sul fenomeno del comico genovese trovano esaurienti spiegazioni nelle pagine di questo libro tra la genesi e l’esegesi della vita pubblica di Beppe Grillo nel cui paniere mediatico convivono tartufi neri e bianchi, ovvero tutte le declinazioni dei gusti.
Questo il titolo del libro: “Un Grillo qualunque – Il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani” (Ed. Castelvecchi RX, pag. 176, 16,00 euro). Con una copertina cromatica nella quale compare un quadruplo Grillo alla Andy Warhol. Si tratta del terzo lavoro prodotto da Giuliano Santoro; ma è la prima pubblicazione in Italia in cui compare la storia completa di questo personaggio che oggi è al centro dell’attenzione nazionale.
Il volume è strutturato in tre parti, più un prologo e un (quasi) epilogo. Nell’introduzione l’autore scrive: «L’unico modo per comprendere Grillo è accerchiarlo da diversi fronti e toccare i tanti livelli della comunicazione, della politica, della storia culturale e dell’innovazione dei media, che un attore-politico attraversa» […] «Questo testo è stato concepito fin dall’inizio come un intreccio di itinerari, storie, riflessioni teoriche».
L’esordio riguarda la parte biografica del nostro “anonimo” giovanotto senza arte né parte che da Genova muove i primi rudimenti di comico improvvisato che si fa notare da alcuni decisori della televisione, quali Antonio Ricci e Pippo Baudo. E’ la fase in cui Giuseppe Piero Grillo da Savignone (Appennino ligure), «futuro profeta dell’antipolitica», con alterne fortune, fa televisione, mentre il cinema lo respinge a sentire la testimonianza del regista Dino Risi. Ricci, il “genio” di Mediaset, gli insegna il «situazionismo», ovvero il copione che offre ogni giorno la realtà che supera sempre la fantasia. E’ una scuola utilissima perché gli insegna come stare tra la gente, come catturarne gli umori, lisciandogli il pelo, dicendo al popolo (inizialmente “bue”, ma poi sempre più consapevole e selettivo) ciò che ama sentirsi dire. Le sue performance sono un crescendo rossiniano rispetto al decrescere valoriale della civiltà che ci circonda. A Beppe gli basta la mattina leggere due giornali per trarre gli spunti su cui poggiare lo spettacolo. E dire che ha avuto come autori dei suoi testi – udite udite – Stefano Benni e Michele Serra. Ma più cresce in lui l’autostima e più diventa autosufficiente e, soprattutto, autoreferente. In molti si chiedono: Grillo ci fa o ci è? Il libro a me sembra propendere per la prima, anche se l’astuto genovese non si allontana mai troppo dal suo istinto che gli consiglia di essere contro. Perché appare una categoria sociale poco presente in questo villaggio globale.
A un tempo, quindi, ci fa e ci è. Dosando le circostanze.

Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio

Lui ha vissuto e vive su due piazze, anche se quest’impegno politico nazionale lo proietta in una dimensione organizzativa non ancora completamente esplorata. Per esempio la scarsa presa al Sud, al netto della vicenda siciliana che smentirebbe l’assunto. Per esempio, scrive Santoro a pagina 142: «…la difficoltà di mettere radici nel Mezzogiorno ha condotto Beppe Grillo a una delle sue gaffe. “Abbiamo sempre riscontrato difficoltà a fare rete al Sud, al contrario di quello che invece avviene nelle regioni del Nord”, ha detto Grillo nel corso di un comizio a Cosenza, nel maggio del 2011. “Da cosa dipenderà? Forse è una questione di carattere, ma può anche darsi che là siano abituati al voto di scambio”». Santoro lo chiama «scivolone lombrosiano».
Dunque, la piazza pubblica e la piazza virtuale. La prima conta due periodi, quello iniziale degli spettacoli comici e quello attuale del politico-politico. In mezzo c’è la piazza virtuale. Del web che irradia in profondità e con modalità sino allora sconosciute o poco usate. Il suo guru telematico, nonché numero due della ristretta nomenclatura grilliana, è Gianroberto Casaleggio. Consentitemi – e chiedo venia – qui un ricordo personale. Ho avuto rapporti di lavoro con Casaleggio, circa dodici anni fa. Lui era il capo di un’azienda della cosiddetta high-tech: la Webegg, emanazione della parte innovativa della Telecom di Roberto Colaninno. Entrambi con un passato in Olivetti. Io allora ero, su designazione di Telecom, direttore responsabile di “Calabriaweb”, il primo magazine telematico prodotto in Italia a sostegno del marketing territoriale. A realizzarlo fu il Consorzio Telcal che era composto da una joint-venture tra la Regione Calabria (51 %) e Telecom (49 %). Feci con Casaleggio due o tre riunioni nelle quali mi nutrii e ci nutrimmo delle sue competenze info-telematiche nel momento in cui si andava affermando in Italia internet e soprattutto lo sviluppo e la filosofia delle reti e, prima ancora, del concetto delle reti. Casaleggio con i suoi capelli che sembravano la fonte del Clitumno e il suo linguaggio da Silicon valley mi parve uno sciamano cibernetico. Un profeta. Sembrava il gemello di Steve Jobs. Parlò di cose che non capimmo subito.
Bene. Questo Casaleggio è il personaggio determinante e costituente per l’evoluzione di Beppe Grillo laddove gli spiega il valore pervasivo della rete e, in particolare del blog, la sua funzione aggregatrice, la piazza pubblica in cui ciascuno dà o s’illude di dare il suo contributo di pensiero, di meditazione, di visione della vita, di soluzione dei problemi. Giuliano Santoro nel suo libro spiega gli intrecci di questo sodalizio che si consolidano anche attraverso la “Casaleggio Associati” a cui si rivolgeranno anche, con diverse motivazioni, Antonio Di Pietro e persino Marco Travaglio. Tra il Blog e il Movimento 5 Stelle ci sono i MeetUp, forum di discussione, adesione e partecipazione di gruppi, per lo più giovani, che si riconoscono nel verbo grilliano che è sempre in movimento, mai ingabbiato nella noia, sempre sperimentale, forse piramidale nonostante le apparenze, qualche volta kafkiano.
L’autore tallona tutta la vita pubblica di Beppe Grillo, raccontando ogni passaggio del suo percorso, analizzandolo, vivisezionandolo, cogliendo contraddizioni, imbarazzi, ma anche slanci e poi le ricadute diversificate con i suoi seguaci. Taluni fedeli, altri meno, altri ancora, più furbescamente, prendendo quello che serve, curiosando o approfondendo modelli di vita, tipologie esistenziali, caricando a ogni piè sospinto la molla dell’indignazione. Contro la Casta corrotta e corruttrice, la musa ispiratrice di Grillo. L’antipolitica, ancorché motivata, è la parte più facile che riesce a Grillo; perché la classe dirigente italiana è, senza generalizzare eccessivamente, quello che è. Santoro osserva Grillo da tutti i lati, non c’è un centimetro della sua esistenza pubblica – ma il libro non si presta al gossip – che non sia esplorato. E in questa minuziosa circumnavigazione l’autore si fa accompagnare dalla sua buona cultura, con citazioni mai fuori posto. Pregevole appare lo studio del linguaggio.
Il morale della favola lo lasciamo all’autore: «Questo libro presenta in esergo due citazioni. La prima è tratta da Il contagio, romanzo di Walter Siti che descrive meglio di ogni analisi sociologica la trasformazione sociale, quasi antropologica di questi anni. Nell’era della fine del lavoro novecentesco tra lo spirito “selvaggio” del sottoproletariato sprovvisto di coscienza di classe e l’arroganza di una borghesia alla ricerca di un ruolo. Un’immaginaria linea che unisce la rabbia delle periferie estreme e l’ambizione smisurata dei ceti arrembanti, spesso gli stessi consumi culturali sanciscono l’abbraccio – non privo di contraddizioni – tra la banlieue e i quartieri bene. Chi lavora in prima linea, presidia i territori e cerca di costruire nuove forme di solidarietà e mutuo soccorso, lo fa spesso al di fuori dei partiti, divenuti macchine di votazioni, cinghie di trasmissione tra il leader di turno e il suo elettorato». Con queste parole l’autore declina la sua formazione ideale che gli consente di mettere sulla bilancia, da una parte il fenomeno Grillo in tutte le sue proiezioni e trasformazioni, e dall’altra la crisi dei partiti che è sprofondata negli inferi della buona creanza.
In un passo del suo racconto Santoro accenna al «populismo digitale». L’Italia in passato ha conosciuto altri populismi, da Guglielmo Giannini ad Achille Lauro. Fenomeni poi risucchiati dal progresso e dalle conquiste democratiche. I grillini, ma non vogliono essere chiamati grillini, perché in loro c’è un giusto sussulto identitario, da Pizzarotti a Cancelleri, sembrano migliori del loro capo. Si delinea una nuova classe dirigente che mostra di avere idee e propositi di valore. Ma può esistere un grillismo senza Grillo? E per analogia: ci può essere un berlusconismo senza Berlusconi?
Insomma, il libro mette a nudo Beppe Grillo. Ma una lancia in suo favore la voglio spezzare, riprendendo quanto va dicendo lo stesso comico (che confesso non mi fa ridere, ma questo è un mio limite e ha poca importanza): “Senza di me, la protesta poteva prendere la strada dell’eversione”.
Ma questa è un’altra storia.

 

 

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2 Responses to “La piazza pubblica e quella virtuale”

  1. Pingback: “Un Grillo Qualunque”: prime reazioni » suduepiedi.net

  2. Dovic dicono:

    “Senza di me, la protesta poteva prendere la strada dell’eversione”. E questo sarebbe un punto a favore di Grillo, il fatto di essere un gatekeeper? Annamo bene.

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