La prima volta che pensai che ci eravamo sbarazzati di B.

craxibSono in questa montagna sperduta, in campeggio coi miei amici del liceo nell’ultima estate dell’adolescenza, discendo un sentiero per raggiungere una cabina telefonica. Quando il serial leader salì al potere avevo diciott’anni. Il presidente cinese non era ancora l’uomo più potente del mondo, l’America latina era ancora governata dalle destre e le Torri gemelle erano ancora al loro posto. Qualche anno prima, dopo che il telegiornale della sera aveva dato l’annuncio dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi, i miei genitori avevano stappato una bottiglia di spumante tenuta in fresco per le grandi occasioni. La piazzale Loreto tutta mediatica di Mani Pulite, le monetine all’uscita dell’hotel Rafael su un uomo già morto politicamente, l’assedio al parlamento dei giovani fascisti e le piazze televisive a favore dei magistrati avrebbero dovuto insospettirci.

baggioMentre ridiscendo questa stradina, di nuovo diciottenne, raggiungo quella cabina telefonica all’angolo – non ci sono i telefoni cellulari, in quest’epoca – e faccio il numero di casa mia per sapere cosa sta succedendo. Vengo a sapere che Roberto Baggio ha sbagliato il rigore decisivo a Usa ’94 contro il Brasile. Tutt’Italia è stata appesa a quel rigore mentre noi neanche ricordiamo che si disputava la finale. Scopro anche che Umberto Bossi ha appena scaricato il Berlusca. Allora risalgo quel sentiero di corsa e mi precipito a informare i miei compagni di accampamento: adesso abbiamo una scusa ulteriore per festeggiare la nostra spensieratezza. Beviamo vino rosso da una damigiana da cinque litri che chiamiamo affettuosamente il bambinello, e ridiamo per tutta la notte alla luce del fuoco del bivacco prendendoci gioco dell’arroganza di Arrigo Sacchi e dell’ingenuità di Silvio Berlusconi. Ci immaginiamo il futuro prossimo, immaginiamo i mesi che verranno e le nostre vite da studenti universitari nella nuova epoca.

standMi prende un crampo al piede destro, e il dolore interrompe il flash-back. Allora penso che chiunque a diciott’anni pensa di essere al centro di eventi storici irripetibili. Anche se gli capita di vivere in una qualche periferia, per giunta presidiata dal vorace Silidrillo. Quella volta avevo spiegato ai miei amici che ci trovavamo nel bel mezzo della Storia con la esse maiuscola. Il quadro era semplice: arrivavamo freschi freschi e allegramente spettinati dopo la fine della prima repubblica e in men che non si dica ci trovavamo al riparo dalla calata di Citizen BerlusKane. I partiti erano al collasso e quella strana forma di militanza, all’incrocio tra i movimenti degli anni precedenti, le controculture e l’auto-organizzazione sociale e persino economica, avrebbe fatto grandi cose. Mi sbagliavo, come molte altre volte è accaduto. Dopo cinque anni di governi di centrosinistra l’uomo di Arcore tornò a palazzo Chigi e le strade di Genova diventarono il teatro di una feroce resa dei conti verso una generazione intera, la nostra. La vittoria della destra alle elezioni politiche del 2001 servì a consolidare un’egemonia che fino a quel momento avevamo percepito come strisciante. Nel luglio del 2002, la legge sull’immigrazione che ancora oggi porta il nome dei due nemici-amici Bossi-Fini sancì una volta per tutte che le regole del mercato valevano più di ogni diritto umano. Ci trovavamo oltre qualsiasi parvenza liberale o liberista. Non si affidava alla fantomatica «mano invisibile» del mercato il compito di fare incontrare le due curve della domanda e dell’offerta di forza-lavoro. Semplicemente, si stabiliva che chiunque volesse godere del diritto a esistere come persona in Italia dovesse accettare le condizioni di lavoro che gli venivano proposte unilateralmente. Ci saremmo accorti che tutto ciò non riguardava solo i migranti. «Non accade solo in Italia» ci dicevamo, ascoltando le tesi di chi descriveva la fine dell’egemonia della grande fabbrica, disegnava le sofisticate forme di controllo e costruiva mappe nel labirinto dei lavori precari. La puzza di muffa dell’iper-sfruttamento si accompagnava a cose nuove, come nel resto dell’Occidente che ballava sulla bolla telematica senza accorgersi di essere sull’orlo della crisi. Ma solo in Italia accadeva che la figura totalizzante di Berlusconi dilagasse. Ogni reazione per essere davvero efficace deve sapersi muovere nel campo della rivoluzione. La regoletta marxiana del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte e le analisi di Antonio Gramsci sulla «rivoluzione passiva» hanno trovato conferma nell’epoca berlusconiana, che si è mossa con disinvoltura sui terreni aperti dalle insorgenze del Novecento: la fine del lavoro salariato, la liberazione sessuale, la fine del monopolio dei mass media.

 – Questo testo è tratto dal mio “Su Due Piedi” [Rubbettino] – 

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