La guerra simulata dei Cervelli sconnessi

uomofissacapreIl testo che segue è uscito l’11 aprile sul manifesto, all’interno dello speciale su Europa e Populismi curato da Sbilanciamoci, col titolo “E sul web la rivolta si fa audience”. Si tratta di una riflessione che, come spesso capita, ne contiene molte al suo interno. Da una parte, è la prosecuzione dei ragionamenti a proposito di quella che abbiamo chiamato “guerra civile simulata” e che – come nel peggiore degli incubi partoriti dal ventennio che sta faticosamente lasciando –  sposta qualsiasi fenomeno sociale e politico all’interno del recinto dello spettacolo e della rappresentazione. Tuttavia, bisogna anche aggiungere che l’articolo che vedete qui sotto è anche una specie di approfondimento della recensione a “L’Armata dei Sonnambuli”, il nuovo romanzo dei Wu Ming uscito proprio in questi giorni (è la risonanza, la fottuta risonanza). Infine, questo testo contiene alcuni dei ragionamenti sviluppati in “Cervelli Sconnessi”, il libro su “net-liberismo e stupidità digitale” che ho scritto per Castelvecchi Rx: è andato in stampa proprio ieri ed esce il 7 maggio. Già in “Un Grillo Qualunque” non mi limitavo a ragionare sul fenomeno del M5S. O meglio, usavo quel caso per inserirlo dentro trame storiche e sociali più estese.  Sostenevo quello che ogni giorno mi appare più evidente: quel successo dilagante era tutt’altro che controcorrente perché era la spia di tendenze molto più vaste. Ciò lo rendeva molto interessante, era un ottimo espediente per narrare la situazione attuale, per scoprirne insidie e le svelarne le possibilità. Si è trattato di prendere sul serio quell’affermazione e proseguire quel lavoro, portarlo più avanti, condurlo oltre (si spera) i flame del quartierino pentastellato e la perdita di tempo dei troll inconsapevoli, a partire da strani militari fricchettoni che sperimentarono forme di guerra non convenzionali. Ne riparleremo, intanto avrò modo di discuterne con altri giornalisti e qualche comunicatore politico il primo maggio al Festival del Giornalismo di Perugia, nel panel sul tema “Se la comunicazione politica domina la narrazione giornalistica”. Stay tuned for more rock’n'roll.

cervellisconnessiChiamiamo “populismo” il processo che lega il leader carismatico alla massa dei seguaci al fine di costruire un “Popolo” ad immagine e somiglianza del Capo. Ciò di cui stiamo parlando è innanzitutto una forma del discorso, una relazione tra chi parla e i fan che si dispongono ad ascoltare. La convergenza tra le retoriche “partecipative” della neotelevisione e l’appiattimento dei contenuti tipica di un uso frivolo della rete è la caratteristica decisiva di quello che definiamo “populismo digitale”. Facebook, ad esempio, è stato pensato come dispositivo superficiale eppure pervasivo; se adoperato in mancanza di fondamenti solidi, cultura autonoma e spirito critico diviene la prosecuzione con altri media delle logiche di potere della “televisione-verità” o dei microfoni messi sotto il naso della “gente comune”.

Qualche mese fa, nella Francia che covava il successo elettorale del Front National, un milione e seicentomila persone cliccavano sulla fantomatica icona del pollice alzato di Zuckerberg per manifestare la loro ammirazione verso un commerciante che aveva ucciso, sparandogli alle spalle, un ragazzo di 19 anni mentre fuggiva dopo aver tentato una rapina. Il populismo digitale ha la funzione storica di cancellare le contraddizioni, trasformare i “Molti” in “Uno” indistinto e addomesticato: ingabbia la ricchezza della società dentro il feticcio interclassista e totalizzante, pacificato e unitario, del Popolo utilizzando un frame che sarebbe sciagurato pensare di poter manovrare “da sinistra”. Grazie alla massificazione e alla distribuzione capillare della Rete, questa forma attuale del populismo pervade la vita quotidiana, si annida negli oscuri interstizi delle inquietudini dei cittadini spaesati e spossati dalla crisi. Basta condividere qualche assurdità per essere arruolati nell’esercito liquido che combatte la “guerra civile simulata”. Al momento in cui scriviamo, ad esempio, più di 316mila internauti hanno condiviso sulle loro timeline la bufala secondo cui “dal primo aprile si consentirà a tutti i rom di viaggiare gratuitamente su tutti i mezzi del trasporto pubblico nazionale”.

L’esercito di cui parliamo è composto da tossicodipendenti digitali che paiono usciti da un romanzo cyberpunk: non riescono a fare a meno delle scariche d’adrenalina istantanee che si presentano sotto forma di post. La dipendenza compulsiva e inconscia deriva dal bisogno di essere mobilitati, stimolati, esibiti da chi tesse le fila della rete. Dalla pulsione ad essere “condivisi” dai commilitoni virtuali della maggioranza che un tempo si voleva silenziosa e che adesso diviene virtuale. Va da sé che questo Popolo non può che essereaudience. Tutt’al più si può candidare al ruolo da comprimario come nei talent show, magari può fare da giuria popolare nei processi contro i dissidenti, a volte partecipa a sondaggi o televoti.

fiorelloUno degli effetti della relazione populista è infatti quello di rafforzare la delega: il Popolo si abbandona alla rappresentazione dilagante, che finisce per rianimare la rappresentanza agonizzante. Così, il gioco della politica istituzionale si dipana ineffabile dentro il recinto grottesco e totalizzante dell’arco spettacolare. Il premier di turno tiene la sua orazione in Parlamento con lo sguardo alla telecamera, rivolgendosi a “chi ci guarda da casa”. La sedicente “opposizione”, anche se pare integerrima, segue la stessa logica: gli assalti ai banchi del governo hanno l’obiettivo di occupare lo spazio mediatico ed emotivo che in altri paesi hanno le mobilitazioni di piazza. I combattenti digitali della “guerra civile simulata” temono le strade, che hanno smesso di essere il luogo dell’incontro e dello scontro e si limitano al più a ospitare i comizi del Capo o le rappresentazioni itineranti dei suoi adepti. Ci si raduna attorno a un palco come quando Fiorello sbarcava nelle piazze di provincia col karaoke, misurando l’ugola dei dilettanti allo sbaraglio. Il Popolo vuole applaudire, fotografare col telefonino e condividere i selfie in rete per far sapere di esserci. Allo stesso modo, i junkie digitali seguono i talk show nella speranza che il loro beniamino politico “distrugga”, “faccia a pezzi” o “sbugiardi” (locuzioni frequenti nel fervore da tastiera dei commenti online) l’interlocutore.

L’intelligenza collettiva è rimpiazzata da un’armata di cervelli sconnessi, telecomandati e sottoposti al bombardamento del linguaggio televisivo che ha colonizzato la sfera del web. I disertori digitali che non appartengono a nessun Popolo sanno che la necessaria riconquista della rete ricomincia dalla strada.

 

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5 Responses to La guerra simulata dei Cervelli sconnessi

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  3. Ernesto dicono:

    un ottimo espediente si scrive così.

  4. Giuliano Santoro dicono:

    hai ragione, refuso. corretto :)

  5. Giuliano Santoro dicono:

    refuso. corretto :)

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