Il tramonto d’inverno

13dQualcosa ostacola la visuale, ingombra la prospettiva, impedisce di cogliere i nessi decisivi della cosiddetta “Mafia Capitale” e del sistema di affari, corruzioni e violenze che viene fuori a Roma, con un piede nelle periferie in subbuglio e uno nei palazzi centrali del potere.
Quelli che Leonardo Sciascia avrebbe definito “professionisti dell’antimafia” si sono lanciati sulle ordinanze di custodia cautelari ancora calde. La “mafia” cala sulle vicende romane, solo che rischia di diventare l’ennesima emergenza un campanello d’allarme che ci impedisce di far circolare informazioni, punti di vista, storie. E dunque, saranno le vicende giudiziarie a stabilire se i reati eventualmente commessi dall’ex sindaco postfascista Gianni Alemanno abbiano a che fare con il 416 bis del codice penale, che riguarda appunto le “associazioni di tipo mafioso”.

Al di là delle scorciatoie penali più o meno rassicuranti e senza i richiami retorici all’”onestà” degli speculatori elettorali in agguato, resta è la natura “politica” dei fatti che si dipanano all’ombra del Cupolone e della cupola presieduta da Massimo Carminati. Siamo di fronte a faccende che hanno un significato direttamente legato alle forme dell’esercizio del potere, del governo della città e dei suoi conflitti, per diversi motivi.

Il primo è quello più evidente: gran parte dei membri di questa presunta “organizzazione” viene fuori dalla galassia dell’estremismo nero romano, dai patti di sangue e dai vincoli di omertà che lo tengono unito e che sigillano le alleanze e le collaborazioni. Dai modi di agire e dalle consuetudini di questa galassia deriva il secondo elemento che tiene insieme il livello della “corruzione” di “Mafia Capitale” con la sfera del potere: Carminati e i suoi vengono da una storia che, per quanto si professi esoterica, aristocratica ed elitaria ha una consumata abitudine a rapportarsi con i potenti e con le loro emanazioni più o meno deviate. Era proprio lui, secondo le testimonianze di diversi protagonisti della stagione – fin troppo mitizzata, divenuta macchietta quando non epica – della Banda della Magliana a far da custode del deposito d’armi che si trovava negli scantinati di un ministero della repubblica, nel cuore della Capitale.

La prossimità dei sedicenti “rivoluzionari” neri con i potenti di ogni risma ricorda come nel Dna del fascismo fin dai tempi della marcia su Roma ci sia la disponibilità al compromesso, all’alleanza di convenienza. È un automatismo mentale che deriva certamente da una visione gangsteristica della politica. Ma c’è di più: si tratta di spingere la tattica disinvolta fino al collateralismo. Lo abbiamo visto, in forma tragica, quando neonazisti intrisi di antiamericanismo hanno fatto affari senza batter ciglio con la Cia. Ce ne siamo accorti, in forma certo più caricaturale, nel caso della strana alleanza tra gli eredi più scapicollati di Almirante e il circo mediatico di Berlusconi, nel quasi ventennio in cui Julius Evola incontrò Emilio Fede.

Infine, veniamo alla materialità dell’intreccio che per convenzione chiamiamo “Mafia Capitale” e che nelle fotografie gastro-inciucione della Roma attovagliata (si sa, siamo nella città in cui tutto viene deciso a tavola) è rappresentata dal forchettone Salvatore Buzzi: il “Mondo di mezzo” che secondo le parole di Carminati doveva frapporsi, fare da ponte, mediare gli interessi della strada con quelli dei palazzi, è animato da una visione strategica che, anche al di là della biografia dei personaggi coinvolti, tradisce una visione politica, intreccia la funzione storica del fascismo e della mafia perché decide di regolare con la violenza e il comando ciò che avviene nel mondo di sotto. Se sovrano è chi proclama lo stato d’emergenza, c’è un meccanismo ben oliato che consente di creare artificialmente emergenze e dunque costituire sovranità, combinando la carenza di politiche sociali vere e approfittando della facilità con cui i mass media si fanno prendere dalla forza comunicativa dell’allarme.

La mefitica persistenza dei templari neri e/o arraffoni e l’uso delle emergenze e della violenza generata dalle forze reazionarie con la scusa della crisi economica. Sono faccende politiche dalle quali non ci libereremo senza un maggior grado di partecipazione diretta e conflittualità sociale. Sono circostanze che emergono dall’abbandono sistematico, persino teorizzato, da parte della sinistra tradizionale dei territori della periferia, dall’incapacità di ogni forza partitica di tastare il polso del territorio della metropoli infinita e comprenderne rischi e opportunità. Chi in questi venti anni ha cercato di costruire, con fatica, passi falsi e senza ricette precostituite, un nuovo senso del vivere in comune, dell’abitare sa di cosa parliamo. Chi ha dovuto strappare diritti metro dopo metro agli speculatori della mafia e del capitale, costruendo presidi di umanità e fratellanza contro i seminatori di solitudine ed emergenze da reprimere e sulle quali lucrare vede meglio di altri lo skyline, il panorama d’insieme.Solo loro possono raccontarci meglio le storie di questi anni. Ecco perché domani, 13 dicembre, sarò in piazza a guardare il tramonto d’inverno che cala sui palazzi del potere in una delle giornate più corte dell’anno e affermare assieme a tanti altri: “Questa città di chi pensi che sia?”. Perché dalla settimana prossima le giornate riprendono ad allungarsi e la notte si fa sempre più breve.

 

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