Gli spaesati di Brescia

loggiaDopo le cariche e i pestaggi di ieri, a Brescia migranti e antirazzisti sono riusciti ad entrare in piazza della Loggia: lottano alla luce del sole per uscire dalla clandestinità, forma estrema della precarietà generalizzata.
La piazza della strage del 1974 è ancora una volta il luogo da cui parte un grido di dignità contro ogni razzismo. A me quella piazza ricorda l’agonia bresciana di mio padre: anche in quel caso si trattava di ricostruire soggettività e tornare alla vita pezzo per pezzo. Queste pagine sono uscite nel libro “Su Due Piedi” nel 2012. 


Quando ho cominciato a scrivere, ero ancora accanto al mio vecchio. Provato e dimagrito, si trovava ricoverato in una clinica di Brescia e cominciava a dare segni di coscienza. Il suo cuore funzionava, la sua testa iniziava a macinare ricordi e ragionamenti. Il suo cervello si è rimesso in funzione pian piano ma costantemente, ha ripreso a tirare fuori memorie, a vivere di nuovo sensazioni ed elaborare quanto gli stava accadendo. In maniera confusa ha cominciato a tentare di ricostruire quello che gli era successo.

Ho lavorato a questo libro al tavolo di un monolocale adiacente alla clinica che ospitava mio padre. Mi alzavo dalla sedia solo per procurarmi cibo e giornali o per andare a fare visita lui. Ogni giorno, nel corso delle finestre della giornata in cui era consentita la visita dei parenti, mi infilavo attraverso un varco che oltrepassava le dimensioni dello spazio e del tempo. È stato mio padre a dettare le regole di questo viaggio, come mi succedeva quando ero un bambino e dovevo affidarmi completamente a lui. Ha pescato ricordi dei suoi sessantacinque anni e nozioni dal suo bagaglio culturale. Parlando al telefono con un suo amico, gli ha spiegato chiaramente: “Mi trovo a Brescia, ma solo sulla carta”. Quando gli ho raccontato del consigliere regionale calabrese arrestato per collusione con la criminalità organizzata, ha mosso la mano a mulinello come faceva quando se la prendeva con la Calabria: “Bisognerebbe deportare tutti i calabresi sparpagliandoli in piccoli gruppi in giro per il mondo e bombardare l’intera regione per ricominciare da zero”, diceva prima della malattia, nei momenti in cui litigava con la Calabria. A volte la nostra astronave atterrava di nuovo a Brescia ma i tempi della stanza d’ospedale non coincidevano con quelli che scorrevano fuori dalla clinica. Ci è capitato, ad esempio, di scoppiare a piangere insieme rivivendo la strage di piazza della Loggia del 1974, quando io non ero ancora nato, mia madre era a casa con mio fratello che aveva pochi mesi e mio padre insegnava in una scuola media della provincia di Frosinone.

Spesso si ripartiva verso altri luoghi. Alla neurologa che cercava di convincerlo che in quel momento preciso, era una mattina di dicembre fredda e assolata, ci trovavamo proprio a Brescia, ha detto: “Hanno portato Brescia a Catanzaro”, oppure “Siamo a Brescia di Calabria”. Lei sorrideva, e nel frattempo, ma questo mio padre non lo sapeva ancora, un pubblico ministero faceva arrestare decine di milanesi coinvolti in fatti di ‘ndrangheta in Lombardia. Salendo sulle montagne russe del risveglio di mio padre, poteva capitare di sentirlo parlare del monachesimo bizantino in Calabria, oppure di Mediterraneo e Oriente. Succedeva di essere interrogati sulla casa di Reggio Calabria dove aveva vissuto, nel rione dei ferrovieri e dello stadio di calcio.

“Non capisci che per certe cose non esistono confini rigidi?”, è sbottato di fronte al mio tentativo di localizzare un dato evento. Se invece provavo a svincolarlo dall’immanenza in cui pareva piombato, spiegandogli che eravamo nell’autunno del 2011 e non in un tempo assoluto, lui mi chiedeva: “Che c’entra? Allora una cosa che è successa cinquant’anni fa smette di produrre i suoi effetti ai giorni nostri?”. Una volta, ha preso le mani della sua giovane fisioterapista e ha cominciato a piangere. Le ha chiesto di togliersi i guanti di lattice: mi ha poi spiegato che voleva farmi vedere il numero di matricola tatuato sul suo avambraccio sinistro, visto che si trattava di una reduce dai lager. Era come dover pescare un bussolotto per trovarvi dentro il pezzo di un puzzle da analizzare e ricollocare dentro un contesto nuovo. Era un modo per raccontarsi le cose in modo inconsueto, ricordarle estrapolandole dal percorso logico che gli avevamo dato fino a quel momento e disporle in un ordine inedito.

12E0150_Cop_Santoro_conFASCETTADi quanta patria ha bisogno l’uomo?”, si chiede Jean Amery, intellettuale ebreo e austriaco che dopo l’Anschluss fugge in Belgio e si unisce alla Resistenza. Nel 1943, la brigata partigiana di cui è membro sceglie come covo un’abitazione confinante con una casa abitualmente occupata da soldati nazisti. Muro a muro coi carnefici. Un giorno, il rumore dei ribelli disturba la pennichella pomeridiana di un soldato, dall’altra parte del pianerottolo. Allora quest’ultimo bussa alla porta. Me lo immagino, mentre si precipita dai vicini molesti senza badare al fatto che ha la divisa in disordine e ha dimenticato di indossare il cappello d’ordinanza. Trafelato e ancora mezzo addormentato, il nazista invoca un po’ di quiete. Il partigiano è spaventato ma anche interdetto. La confusione lo assale quando si accorge che il nemico della porta accanto parla il dialetto della sua regione. Quell’accento lo riporta per le strade della sua terra. È incredibilmente tentato di rispondergli. Di farsi riconoscere. Di parlare con la stessa cadenza, perché quello sconosciuto compaesano con la divisa dell’esercito del male, quel milite ignoto ritrovato nel mezzo degli orrori della seconda guerra mondiale, gli ispira “familiare cordialità”. In fondo, non dovrebbe essere così complicato: “Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti con una bottiglia di buon vino una festa di riconciliazione?”, si chiede Amery.

L’apologo di Amery mostra quanto possa essere pericoloso abdicare lo spirito critico per abbandonarsi al richiamo delle radici. Questo rischio è oggi ancora più forte: viviamo un’epoca caratterizzata dallo spaesamento intellettuale, dalla necessità di ritrovare punti cardinali e segni di riconoscimento reciproco.

Dunque, mentre assistevo, e qualche volta partecipavo alla ricostruzione dell’universo cognitivo di mio padre, riordinavo le mie carte. In mezzo agli appunti, ho trovato anche una annotazione relativa alla relazione tra figura paterna e legame con la propria terra. Il pizzino era incollato in un quaderno. Come dicono sempre le maestre alle elementari, non è mai un buon segno non riuscire a leggere la propria scrittura. Anche quella volta dovetti decifrare la mia calligrafia per risalire al testo. Eccolo: “Lo storico Benedict Anderson si è posto il problema di spiegare cosa ci fosse davvero all’origine di quella ‘comunità immaginata’ che chiamiamo nazione moderna dimostrando come la ‘patria’, la ‘terra dei padri’, metta in moto i meccanismi di appartenenza ancestrali (ed escludenti) che tengono in piedi la famiglia”. Quell’appunto tornava utile: c’era anche qualcosa che aveva a che vedere con le coordinate dei luoghi e dei tempi, che in quelle ore venivano robustamente mescolate da mio padre in un letto d’ospedale. “L’irrazionale amore per un luogo deriva dal fatto che esso diventi, nelle narrazioni egemoni, un organismo sociologico che si muove ordinatamente in un tempo vuoto e omogeneo’. Esso quindi consente di costruire un legame familiare, costruendo una comunità artificiale spacciata per naturale che funziona come la famiglia del ‘familismo amorale’”. Quando avevo scritto quel bigliettino, evidentemente, stavo studiando il controverso saggio di Banfield a proposito del Meridione e dell’incapacità quasi endemica di occuparsi dello spazio pubblico nel Sud d’Italia che si era propagata nel resto del paese, quando la retorica del Papi aveva rappresentato la versione postmoderna di quella del Padre. 

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One Response to Gli spaesati di Brescia

  1. Nunzio dicono:

    Mai stato a Brescia.

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