Perché al Corrierone in fondo non dispiace Grillo?

La battuta viene dal professor Paolo Becchi, ex “ideologo” da qualche tempo, per motivi che non è dato sapere ai comuni cittadini, fuori dalla grazia dei vertici del Movimento 5 Stelle che miscelano i contenuti sul blog di Beppe Grillo.

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Il tweet si riferisce all’intervista di Emanuele Buzzi a Gianroberto Casaleggio che il Corrierone ha pubblicato il 10 marzo scorso. Il colloquio segue di qualche giorno il dialogo che lo stesso Buzzi ha avuto con Beppe Grillo. Entrambe le interviste rivelano cambi di tattica all’interno della ancora nutrita compagine parlamentare pentastellata. In tutti e due i casi si sceglie una tribuna tradizionale – gli zombie della carta stampata e non il blog di Grillo, in crisi di contatti! – per segnare una nuova fase. Insomma, non c’è bisogno di fare dietrologia da bar o di scadere nel cospirazionismo per notare un curioso gioco di sponda, tra il Corriere della Sera, quotidiano del (fu) “salotto buono” del capitalismo italiano e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Ancora una volta, oltre le letture propagandistiche, entusiaste a priori, liquidatorie o allarmistiche, scopriamo che dietro i fatti del M5S si nascondono snodi fondamentali da leggere con attenzione. Il carrozzone di Grillo&Casaleggio si conferma un potente rilevatore del clima sociale. Si tratta di faccende mediatiche, tuttavia descriviamo uno scenario in cui la comunicazione (da Renzi a Salvini, con il ventennio fondativo di Berlusconi) è decisiva e parliamo di un “Movimento” che ai mass media e alla tattica comunicativa affida tutto. Dunque la cosa merita una qualche riflessione.

Ormai nove anni fa il governo Prodi ballava sul ciglio della crisi e la disillusione nei confronti dei partiti del centrosinistra dilagava. Fino a quel momento il tema dei costi della politica non era nel repertorio di Grillo. Tanto che intervenne ad un dibattito milanese e disse queste parole “La politica? Io vorrei che guadagnassero tre volte tanto, ma che facessero quel che va fatto”. Nel giro di qualche mese lo scenario cambiò: uscì “La Casta”, libro-inchiesta di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, due firme del Corriere della Sera, sugli sprechi e gli abusi della politica. Il libro – documentato, affilato, potente – prendeva le mosse dalle inchieste pubblicate sul giornale diretto all’epoca da Paolo Mieli. Fu la proverbiale scintilla che incendia la prateria. È evidente a chiunque sappia mettere in fila qualche cifra che non sarebbe stata la riduzione delle paghe dei parlamentari a risanare la voragine del bilancio pubblico. Tuttavia, l’evidenza delle cifre e del buon senso non può nulla di fronte alla forza simbolica dell’argomentazione, di fronte all’immagine del politico in auto blu che spende i soldi “delle nostre tasse” che scuote le nostre emozioni più che suscitare corrette interpretazioni razionali. Più di recente, Massimo Mucchetti (editorialista del Corriere, oggi deputato Pd) spiegherà il senso di quell’operazione editoriale: “Quelle inchieste si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle”.

microcreditom5sAll’interno del Movimento 5 Stelle sanno bene che la storia degli stipendi dei parlamentari è ancora in grado di colpire l’immaginario collettivo. Ogni dissidente viene tacciato di volersi “tenere i quattrini”. Qualche giorno fa l’annuncio definito “storico”: “Vi restituiamo i soldi!”. Le cose non stanno proprio così: si tratta dell’entrata in vigore del “Microcredito alle piccole e medie imprese”. Il fondo che garantisce i prestiti (non si tratta di finanziamenti a fondo perduto, ma di soldi che devono essere restituiti) viene finanziato con fondi pubblici che provengono in parte (per circa un quarto) dai quattrini “restituiti” dai parlamentari grillini. L’idea risale al 1996, quando Romano Prodi sperimentò la misura che poi divenne realmente operativa ad opera del ministero per lo sviluppo economico, a partire dal 2000.

Chiunque non sia annebbiato da odi o amori integrali, capirà che questa restituzione non ha niente di rivoluzionario, né assomiglia alla scelta strategica dei deputati di Syriza, che non concedono fondi al credito ma finanziano direttamente (e a fondo perduto) strutture di welfare dal basso e ospedali sociali. Al netto di sparate pittoresche e sbandate terzomondiste, il M5S non preoccupa affatto l’immaginario lettore del Corriere della Sera, un cittadino che dalle stanze in fase di trasloco di via Solferino si immaginano moderato, liberale e sostanzialmente conservatore. Se ne era accorto anche Ernesto Galli della Loggia, uno degli editorialisti di punta del giornale, quando scrisse che il leader del M5S in fondo era utile perché era “l’unico capace, nella sua follia, di dire ciò che gli altri non potevano”. Non ultima, la recente intervista a Grillo serve a celebrare l’anomalia tutta italiana di un sedicente “movimento” che non pratica conflitto dal basso: “Le piazze non funzionano più”, dice il comico genovese. Dopo aver trasformato le strade da luoghi di scontro, incontro e commistione a contenitori di comizi trasmessi in streaming, dopo aver accentrato i luoghi di costruzione di una sfera pubblica plurale in un unico imbuto virtuale (il “blog”).

migranti1marzoCasaleggio forse è preoccupato dalla (lenta) decrescita nei sondaggi, e annuncia al Corriere una “nuova fase” che serve ad ottenere il risultato concreto del “reddito di cittadinanza”. Il “reddito di cittadinanza” viene rivendicato da prima che il M5S esistesse. Con questa formula si è sempre intesa una misura universale ed incondizionata che poco ha a che fare col sussidio in regime di workfare che propongono i vertici grillini. Si dirà: “Ma quel sussidio è meglio di niente”. Qui si vuol far notare la funzione stabilizzatrice del M5S come sfiatatoio compatibile e “male minore”. Quando i grillini non dicono cose apertamente reazionarie (si pensi alle tesi sull’immigrazione, ribadite all’indomani della manifestazione fascioleghista di Roma e alle posizioni sovraniste à la Farage) hanno la specifica funzione di spostare i temi che costituirebbero il discorso dei movimenti dal basso sul piano della rappresentazione e della delega spettacolare. Per certi versi lo notava anche Tonino Perna sul Manifesto: Grillo canalizza istanze che in altri paesi mediterranei producono fenomeni (diversi tra loro) come Podemos e Syriza. Quelle istanze diventano un’altra cosa esattamente nel momento in cui entrano nel tritacarne “gentista”, nella cornice grillina che non prevede partecipazione reale e che trasforma tutto in melassa acchiappa-voti o rastrella-clic (ne parlo qui). Al CorSera se ne sono accorti, per questo in un momento di crisi del grillismo e in una fase di slancio leghista, insistono sulla figura dei due fondatori prestando loro assist informativi non da poco. Come nel caso dell’intervista al ministro greco Varoufakis dell’altro giorno, cui hanno messo in bocca la minaccia (inventata) del referendum contro l’Euro “alla Grillo”. 

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