L’uomo da venti milioni di passi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica dello scorso Primo Maggio. Dall’esperimento che ha dato origine a questo blog (il racconto in diretta della camminata di trenta giorni per la Calabria) e dal libro omonimo è scaturita la proposta di recensire il diario di una camminata di quattro anni in giro per il mondo e di far due chiacchiere con il suo autore.

Giuliano Santoro ha camminato per un mese per le strade della Calabria allo scopo di raccontare contraddizioni e misteri della Regione più povera d’Italia che ospita la criminalità organizzata più ricca del mondo. Ne è nato il libro “Su Due Piedi” (Rubbettino), nel quale si raccontano scempi ecologici e bellezze naturali col piglio irrequieto del cronista metropolitano. Nella settimana cavallo tra lo scorso inverno e questa primavera, invece, lo scrittore Wu Ming 2 ha percorso a piedi la strada che divide Bologna da Milano. Il viaggi, definito “Sentiero luminoso” verrà raccontato in un volume in uscita in autunno per Ediciclo, che ha già pubblicato dello stesso autore “Il sentiero degli dei”, narrazione del cammino da Bologna a Firenze . Sempre Wu Ming 2 ha curato per Edizioni dei Cammini “La via del sentiero” un’antologia uscita di recente che raccoglie testi sul camminare. Allegato al libro, un cd con reading di Wu Ming 2 accompagnato dalla band Frida X.

 

Dave Kunst in Australia
Dave Kunst in Australia

Il signore un po’ ingrigito che si fa accarezzare dal tepore della sua casa di Newport Beach, nella contea californiana di Orange County, è l’uomo da 20 milioni di passi. “Eccomi qua: ho 75 anni e vado molto orgoglioso della sua impresa: ho camminato a piedi attorno al mondo – si presenta – Ma non chiamarmi eroe. Sono solo una persona che tanti anni fa ha compiuto una grande avventura”. Si chiama Dave Kunst. È il 20 giugno del 1970 quando lui e John, suo fratello, lasciano la casa nel villaggio di Waseca, seimila anime nello stato del Minnesota, per mettersi in cammino accompagnati dal mulo Willie. Annunciano di voler concorrere al Guinness dei primati: saranno i primi a compiere il giro del mondo a piedi. Partendo dagli Stati Uniti, prenderanno il volo per il Portogallo, taglieranno in due l’Europa verso l’Asia, poi l’Australia e il ritorno in California. John morirà lungo il cammino, in un drammatico agguato in terra afghana. A raccogliere il suo testimone, accanto a Dave, arriverà l’altro fratello Pete. Nel libro ““L’uomo che fece il giro del mondo a piedi” Kunst racconta i quattro anni di quel viaggio temerario, ingenuo, tragico ed entusiasmante.

In occasione dell’uscita italiana del libro, Kunst ci tiene innanzitutto a ricordare il contributo dell’Italia alla sua impresa. “Ci siete stati vicini fin da quando ancora non avevamo varcato i confini del nostro paese. Il sindaco italoamericano di Burlington, nel New Jersey, ci invitò a stare con la sua famiglia per qualche giorno, regalandoci delle giacche per affrontare i paesi più freddi. Una volta in Europa, abbiamo camminato dal Principato di Monaco a Trieste, passando per Genova, Milano, Verona e Venezia. È stato un bell’itinerario, la gente e le autorità erano solidali e interessate alla nostra impresa”.

L’autore attraversa paesaggi diversi e incontra differenti contesti. Cammina sul bordo di storie e persone che nel libro non vengono raccontate in ordine cronologico. La trama saltella con la memoria e piazza bandierine sul mappamondo. Procede per analogie e connessioni mentali, come accade nelle chiacchiere attorno ad un fuoco alla fine di una tappa. Passa dall’arido deserto della California alle umide pianure del Punjabi. Percorre le strade dell’amata Australia: “È lì che ho conosciuto Jenni, la donna che ancora mi accompagna”, ci tiene a precisare Kunst. Che nel suo incedere incontra le sospettose genti di Bulgaria, unico paese del socialismo reale che consentì il passaggio della carovana. Fino a imbattersi nei divieti dell’America profonda, come nel Colorado dove un agente di polizia informa il viandante che “è vietato andare a piedi in autostrada”. Questi cambi di registro corrispondono alle tre qualità che la scrittrice statunitense Rebecca Solnit nella sua “Storia del camminare” riconosce ai viaggi a piedi: raggiungere la semplicità, scoprire la purezza, misurarsi con la distanza.

L'itinerario di Dave
L’itinerario di Dave

Metti un piede dopo l’altro e comincia a camminare, se Dave Kunst ce l’ha fatta ce la può fare chiunque altro”, dice Kunst a proposito della prima caratteristica. Racconta di aver preso lezioni di cammino (“al terzo giorno le piaghe e calli spariscono”) dal postino del suo villaggio. Camminare costringe all’essenzialità. Consente di vedere le cose in modo semplice. Nel caso di Dave, il giro del mondo a piedi contiene la fuga verso una vita senza costrizioni, che era il sogno e l’obiettivo di chi è stato giovane negli anni Sessanta del secolo scorso: uscendo da casa per farvi ritorno quattro anni dopo il camminatore planetario si lascia alle spalle un matrimonio già in crisi, rifiuta un lavoro ripetitivo e alienante, abbraccia la voglia di scoprire il mondo oltre i confini dati. “Quando ho intrapreso la mia avventura venivo da undici anni di impiego come perito ingegnere – ricorda il nostro camminatore planetario – Ero stato un giovane esploratore da ragazzo e un ribelle da adulto. Ma il fatto di aver compiuto il giro del mondo a piedi ha senz’altro placato il mio desiderio di vagabondare. Quando me lo chiedono rispondo: ‘Non pianifico nessuna avventura’. Sono felice di trascorrere il resto della mia vita senza allontanarmi da casa, con la mia dolce e adorata Jenni”.

La scarpinata rappresenta poi la ricerca dell’espiazione che auspicano gli amanti della natura e che bramano i fedeli che prendono parte ad un pellegrinaggio. L’eterno ritorno alle origini immaginarie della cultura statunitense trasuda dalla storia di Dave: dal mito della frontiera fino alla ferma convinzione di poter raggiungere qualsiasi traguardo con la forza della volontà. “Ho sempre guardato film western con personaggi come il Ranger solitario e attori come John Wayne – ammette Dave – E amavo leggere il libro dei Guinness dei primati. Sono cresciuto con la volontà di compiere un’impresa significativa, da record”. A proposito di passi, c’è un’espressione idiomatica tipicamente americana che Dave usa spesso: “to put your best foot forward”. Una metafora pedestre che significa più o meno “fare del proprio meglio”. “Sono statunitense nato e cresciuto. Ho trascorso la mia giovinezza nel Minnesota. Sono stato educato a ideali come libertà, uguaglianza e democrazia, indipendenza e felicità. E a combattere ogni tirannia. I miei genitori mi hanno insegnato a farmi valere. Tornato a casa, sul suolo nordamericano, ho baciato la terra”.

 

Chicago Heights
Chicago Heights

Infine, la distanza. Un viaggio a piedi tanto lungo è la ricerca di un “altrove” da raggiungere e soprattutto da attraversare con tempi lenti e coinvolgimento fisico. È una rotta verso l’ignoto che impedisce di scadere nell’esotismo a buon mercato e che al contrario favorisce l’indagine sociale. Ecco perché forse le pagine più interessanti sono quelle in cui si descrive il paesaggio americano, a poche miglia da casa ma col piglio dello “straniero”. I camminatori Dave e Pete hanno lo spirito e il passo giusto per raccontare da alieni la propria nazione, avventurandosi nel quartiere-ghetto di Chicago Heights dopo aver gli allarmi degli automobilisti di passaggio (che rombano dal finestrino: “Siete pazzi, ci sono i neri!”): varcano confini invisibili non solo le linee di frontiera. Solnit annota sarcastica che lunghezza della camminata e gradevolezza del racconto non sono direttamente proporzionali: “Ascoltare i racconti che rivendicano la nostra attenzione per il solo fatto di essere andate a piedi lontano – scrive – è come farsi consigliare sul cibo da chi ha per credenziale soltanto il primato di aver vinto gare di velocità nel mangiare torte”. La quantità di chilometri percorsi, insomma, non garantisce la qualità della storia. Eppure la storia di Dave Kunst convince anche adesso che guardiamo un mondo privo della frattura bipolare della Guerra fredda, puntellato da strumenti di comunicazione invasivi e mezzi di trasporto a portata di mano, ferito da guerre asimmetriche e violenze sparse a macchia di leopardo. Cosa sarebbe del suo viaggio nell’era dei droni, gli aerei senza pilota che osservano il mondo (e a volte lo bombardano) per conto nostro, Mister 20 milioni di passi? “Sarebbe molto più pericoloso, soprattutto per un cittadino statunitense attraversare molte nazioni”, dice Kunst. Che proprio valicando a piedi le gole dell’Afghanistan, dove si combatte ormai da anni, ha perso il fratello Johnny. “Il mondo all’epoca era più sicuro in molti dei paesi toccati dal viaggio – continua – Tuttavia non posso negare che i viaggiatori contemporanei siano molto fortunati. Possono avvalersi di numerosi apparecchi che all’epoca non c’erano. Certo: se avessi potuto, all’epoca avrei raccontato quello che vedevo alla mia famiglia, ai miei amici e alla stampa”. Lo ha fatto con un libro, perché scrivere e camminare vanno spesso di pari passo. E chi cammina non può fare a meno di raccogliere storie lungo il tragitto per poi narrarle. 

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