Piazza del Campidoglio

campm5sE dunque è successo: ieri pomeriggio a piazza del Campidoglio, davanti alla sala consiliare terremotata dall’inchiesta su Mafia Capitale, si sono incontrati attivisti dei movimenti e sindacalisti di base con politici e simpatizzanti grillini. La manifestazione era indetta, congiuntamente, dal Movimento 5 Stelle e dalla Carovana delle periferie. Si sono accodati altri soggetti, a comporre un quadro quantomeno eterogeneo. Numeri non eclatanti, soprattutto delegazioni e osservatori. Una folla quasi normale per un giorno lavorativo.
A differenza della maggior parte dei loro compagni di piazza, i pentastellati hanno fatto l’unica cosa che sanno fare: campagna elettorale, promesse in cambio di voti, “tutti in galera” e via ammanettando.

La prima tentazione sarebbe quella di risolverla in scioltezza e rimandare a quanto è successo altrove: qualcuno ha già sperimentato l’uso tattico del M5S come testa d’ariete per far saltare il tappo del potere Pd. È accaduto a Livorno, dove però dopo i primi 12 mesi di governo l’amministrazione pentastellata si dimostra (come a Parma, Pomezia e negli altri comuni in mano ai grillini) timida e tutt’altro che innovativa (lo dicono gli stessi che proprio nella città labronica aprirono un credito nei confronti del M5S). Sullo sfondo, un’urgenza da prendere sul serio: il Pd, ultimo soggetto politico organizzato rimasto dopo il crollo del berlusconismo, sta franando molto più velocemente di quanto si potesse pensare.
Proviamo dunque a procedere all’inverso, a partire da alcuni segnali che arrivano dalla formazione politica che, se si votasse domani, probabilmente vincerebbe le elezioni romane. Nel M5S vige una regola tipica del management post-industriale: prosperare sul caos, lasciare briglie sciolte e accettare l’incertezza assoluta se non per la proprietà del brand e per le poche questioni davvero dirimenti, in modo che il partito liquido occupi qualunque tipo di opposizione e che le redini siano sempre in mano a chi di dovere. Questa strategia fino ad oggi ha funzionato. Le cose stanno mutando.
In questa campagna elettorale Grillo ha mantenuto un profilo basso, l’unica volta che ha parlato ha preso il granchio delle sparate contro le mammografie. Non significa che d’improvviso il M5S sia divenuto realmente orizzontale e democratico. Succede però che se il testimonial Grillo perde terreno e le forme di potere locale e visibilità mediatica che vanno frapponendosi tra la sede milanese della Casaleggio e gli individui atomizzati davanti al computer prendono sicurezza nei propri mezzi.

C’è poi un elemento ulteriore che potrebbe mettere in crisi l’impianto pentastellato. Gianroberto Casaleggio ha posto una discriminante su tutte, fin dal primo incontro degli eletti in Parlamento: nessuna alleanza. Questa regola assoluta ha premiato e anzi ha costituito l’identità del M5S (“Siamo quelli che non fanno compromessi”, “Siamo i nemici del Pd”). Però Luigi Di Maio scalpita per far valere il peso del Movimento in parlamento, terrorizzato dall’irrilevanza e attratto dai giochi della politica. Ecco allora che la (relativa) ventata di libertà dentro alla macchina caotica del M5S produce risultati molto diversi tra loro quando i grillini sui contano per la prima volta in maniera organica sul territorio alle elezioni amministrative. L’anomalia del partito nato per affermare la democrazia locale ma debolissimo al voto amministrativo è (parzialmente) superata con la consueta doppiezza e proprio sul terreno delle alleanze. In Sicilia, tra Enna e Gela, si è verificato una specie di scambio di favori tra destre e grillini, che si è prodotto anche in molti altri territori. A Rovigo, un pezzo dei pentastellati locali ha accettato di sostenere il candidato leghista. A Venezia, nonostante gli appelli del giornalista amico Andrea Scanzi, i grillini non hanno votato Felice Casson, espressione del Pd antirenziano e giudice non imputabile di inciuci. Al contrario, da Quarto, comune campano dove il M5S conquista il sindaco, ci raccontano notizie di una esperienza di partecipazione reale e rottura degli equilibri. Tutto ciò significa che, come è noto, il M5S ha anche una forte spinta verso destra e che asseconda pulsioni che le armate in rotta del postberlusconismo tentano di intercettare presentando i loro candidati come “civici” e “al di sopra delle parti”.

Di nuovo c’è che la regola del divieto alleanze mostra i suoi limiti quando si tratta di guardare verso il basso e non verso l’alto, nel momento in cui occorre darsi radicamento sociale e costruire forme di coalizione con i soggetti che al di fuori dei palazzi cercano l’alternativa. Tanto più in una città come Roma, tutt’altro che semplice da maneggiare. Da quella sera in cui piazza Montecitorio venne mestamente abbandonata dai deputati grillini di concerto con gli agenti della Digos, quando si trattava di condividerla con i movimenti all’indomani della rielezione di Napolitano, ciò è abbastanza chiaro. Questa è la ragione principale per la quale il M5S, al netto degli slogan, funziona come macchina autoreferenziale che in fin dei conti cavalca il malcontento invece di mettersi al servizio del cambiamento: tutto serve a raccogliere voti in una specie di circolo vizioso che dissipa energie invece di renderle produttive. Probabilmente per questa ragione, il suo essere divenuto comitato elettorale 2.0, anche il M5S patisce come il Pd il colpo dell’astensione e perde tantissimi voti, quasi un milione, in termini assoluti.

Lo spazio politico tenuto a bada dalla potenza di fuoco degli uomini immagine (nel M5S sanno bene che il potere corrisponde alla visibilità mediatica: ci si scontra soprattutto sulla gestione della comunicazione) va letto più come spazio fluido che come area politico-culturale omogenea. Ma è possibile parlare ai settori sociali e muoversi dentro quella galassia discorsiva che spesso coincide con lo spazio di una Podemos italiana? Questo dato, unitamente all’astensione elettorale, alle alleanze disinvolte quando non imbarazzanti dei grillini nei diversi territori e ai segnali di crisi dell’apparato centrale starebbero forse a significare che il terreno presidiato dal M5S sta diventando contendibile?

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