Se l’inferno diventa un paradiso

ravevenI Mutoid Waste Company sbarcarono a Roma accompagnati da musica martellante e draghi sputafuoco in lamiera. La brigata di artisti meccanici scese dall’appennino romagnolo. Lì si era rifugiata, proveniente dalla Gran Bretagna e dopo un passaggio in Germania, a smontare carcasse d’auto e riutilizzare rottami per costruire spettacoli cyberpunk avvolti da atmosfere post-atomiche. Era il 18 maggio del 1995: sono passati venti anni da quando i mutoidi invasero il grande spazio all’aperto che costeggia il Tevere dell’ex mattatoio, all’epoca luogo condiviso tra gli occupanti del centro sociale Villaggio Globale e il campo rom del Testaccio.

Qualche migliaio di esseri umani curiosi accerchiò le creature meccaniche, sullo sfondo l’archeologia industriale del gasometro dell’Ostiense. In uno scenario che avrebbe fatto impazzire Pasolini, sospeso tra iper-sviluppo e degrado, nomadi stanziali e attivisti di fine millennio, cavalli al pascolo e robot cigolanti, si consumò un momento fondativo dell’affermazione della sottocultura dei “rave” nel nostro paese. L’evento sconvolse categorie culturali e codici artistici, ma non colse di sorpresa chi era solito appoggiare la testa sull’asfalto per sentirne le pulsioni sotterranee: prima di allora, le feste in capannoni abbandonati e temporaneamente occupati al suono della musica elettronica che per semplicità chiameremo tekno avevano cominciato a diffondersi. Da lì in poi e per i lustri che seguirono, feste illegali, “teknival” (crasi tra “tekno” e “festival”) e free-parties si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Maratone musicali e raduni spontanei hanno coinvolto un pubblico ampio e trasversale, puntellando i fine settimana del paese per tutti gli Anni Zero. Decine di migliaia di persone, spesso sotto l’effetto di droghe sintetiche che abbassano le tensioni e rafforzano l’empatia, hanno trasformato posti infernali e abbandonati della modernità in paradisi temporanei. Ad uno sguardo superficiale, di tutto questo sommovimento non sono rimaste tracce. Al massimo qualche articolo in cronaca sul disturbo alla quiete pubblica, a volte il racconto tragico di qualche decesso.

copertinamurodicasseLo scrittore Vanni Santoni, classe 1978, ha deciso di farsi carico di questa storia con “Muro di Casse” (144 pp., 14 euro), che inaugura “Solaris”, serie di “saggi narrati” che la casa editrice Laterza dedicherà a temi d’attualità. Santoni si immerge in una materia che definisce come una “‘cosa’ sfuggente, multiforme ed entusiasmante” per descrivere la quale “non esistono neanche le categorie semantiche”. Le pagine battono il tempo della storia di tre personaggi, ognuno emblematico di un diverso modo di vivere e intendere la galassia dei rave. Iacopo è un frequentatore occasionale, che usa le “feste” per rompere la quotidianità, eccedere i suoi spazi e le sue regole. Segue uno stile affine a quello riconosciuto dalle analisi classiche sulle sottoculture. Osservando negli anni settanta skinhead, mods e rockers, ad esempio, il sociologo della Scuola di Birmingham Dick Hebdidge ipotizza in “Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale” (Costa & Nolan, pp. 173, euro 14) che ogni sottocultura è costituita da codici e pratiche che consentono agli esponenti della working class di costruirsi un altro mondo. Circuiti commerciali paralleli, eventi musicali sotterranei e raduni spontanei consentono ai subalterni di ritagliarsi rifugi esistenziali, di dar vita, seppure con tempi episodici e spazi limitati, ad un mondo in cui valgono altre regole, funzionano altre gerarchie sociali, vigono altre unità di misura del valore economico, circolano differenti valori etici. La sottocultura dei free-parties è sincretica: c’è lo stato modificato degli hippies e l’autoproduzione dei punk anarchici, l’amore per la natura dei fricchettoni e l’attrazione per la tecnologia che innerva i corpi dei cyberpunk. La natura che un tempo avremmo definito “di classe” del rave viene fuori da Cleo, frequentatrice con piglio “intellettuale” e carica politica. Una musica senza melodia, fatta solo di ritmo è come uno sfondo senza figure, spiega Cleo al suo interlocutore. Si va ai rave per ritrovare uno “sfondo” comune, per ritualizzare l’angoscia ed evitare che la crisi della generazione precaria si risolva solo nello spazio individuale e trasformi in “isteria”.

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Ogni sottocultura rielabora tatticamente codici che già esisteva e che erano tutt’altro che “ribelle”. Le discoteche degli anni ottanta-novanta diventano i free-parties come il rock’n’roll dei genitori aveva fornito i riff del punk o il rito della domenica allo stadio dei nonni è diventata la curva degli ultrà. Per di più, queste genealogie contraddittorie vengono depurate e rivendicate: come ogni cultura sotterranea che si rispetti, anche i tekno-ravers inventano tradizioni. La mappa concettuale dei personaggi di Santoni segnala l’isola di Ibiza, dove si incontrarono hippies e discotecari, e cita le feste di Goa, dove si radunarono i disertori delle guerre di mezzo mondo. O rievoca riferimenti più vicini e più realistici, come le feste al Brancaleone di Roma e al Link di Bologna, spazi nati dall’esperienza dei centri sociali e disposti a sperimentare sul versante della musica elettronica e della produzione indipendente. Funziona benissimo, da questo punto di vista, la storia (vera) vissuta dalla terza protagonista del romanzo: Viridiana decide di sposare il mondo dei rave in maniera integrale, non da “utente” come Iacopo o da “intellettuale” come Cleo, quando si ritrova a viaggiare assieme alla tribe Desert Storm, che portò il suo convoglio rumoroso in mezzo ai cecchini della guerra di Bosnia. Ballare sull’orlo dell’abisso e non pensare almeno per qualche ora all’apocalisse. Se non c’è futuro allora perché bisognerebbe rispettare le regole? Nessun premio arriverà dopo per esser stati ligi al dovere prima, sembra dire Viridiana. Davvero non male come mito fondativo.

“Di quel fenomeno possiamo ormai parlare al passato – dice Santoni – Possiamo storicizzare i rave”. Secondo il Duka, bardo della cultura underground romana e autore tra le altre cose di un piccolo classico come “Roma Ko” (Agenzia X, pp.224, euro 13,60), tutta questa storia si può classificare in tre fasi, ognuna delle quali corrispondente al tipo di droga circolante in quel periodo. Agli albori pionieristici dell’epoca anfetaminica delle “plegine” è seguita la fase aurea, creativa e positiva dell’ecstasy. Infine, è arrivata la ketamina, anestetico che ha prodotto l’effetto perverso di preparare il ritorno tragico dell’eroina. Sullo sfondo l’invasione della cocaina a basso costo, che ha invaso il mercato e che non poteva non produrre effetti sulla scena rave. “Eppure la cocaina è la droga degli iperproduttivi, tutto il contrario dello spirito psichedelico delle feste tekno”, riflette l’autore. Altri fattori hanno chiuso quell’epoca: la diffusione di locali spesso ad opera di chi negli anni scorsi ha organizzato rave, il peso insostenibile della repressione giudiziaria e la diffusione di festival “trance” con musica più rilassata e contenuti più “freak”. Si prevede un grande evento dal 30 luglio al 2 agosto prossimi. “Sarà ispirato dai principi di unità, pace, creatività e sostenibilità”, spiegano gli organizzatori. Non si terrà in un luogo abbandonato che pare uscito da “Stalker”, il film cult di di Andrei Tarkovskij ma nello scenario naturale del lago di Bolsena. E accanto alle maratone danzerecce ci saranno workshop di permacultura ed economie sostenibili (il programma su www.waofestival.org). Potenza camaleontica delle sottoculture.

[Dal Venerdì di Repubblica del 15 maggio 2015]

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