Le Brigate Rosse ascoltavano Fausto Papetti

feltrinelliQualche anno fa, l’Accademia di Francia portò a Roma la pregevole mostra EuroPunk. Si trattava di una rassegna sulla “cultura visiva del punk in Europa”. Vagando tra pannelli, collage, locandine ingiallite e copertine di dischi, ad un certo punto ci si imbatteva nella ricostruzione di un traliccio. Il modellino in scala uno a trenta, stava a rappresentare l’Italia. I curatori della rassegna, francesi, sembravano volerci dire: in Italia non c’era bisogno di rappresentare la guerriglia semiotica punk perché c’era la lotta armata. Ed ecco dunque il traliccio, a rappresentare la morte del rivoluzionario Feltrinelli. La cosa creò, non senza ragioni, qualche scalpore tra i reduci della scena panc italica.
Bisogna ammettere che il ragionamento è problematico quanto volete ma in un certo senso fila: Joe Strummer, preso da impeto terzomondista e afflato guerrigliero, indossò la nota tshirt “Brigade Rosse” (sic) proprio perché percepiva quel simbolo come proveniente dal Sud del mondo, come una generica quanto lontana dichiarazione di ribellione. Forse Paul Simonon, che era l’anima più genuinamente working class dei Clash e che aveva trascorso qualche anno in Italia da ragazzino, avrebbe potuto spiegargli qualcosa. Per certi versi, quella maglietta rappresentò una consacrazione ma anche la desacralizzazione del brand brigatista.

papettiAccade che, proprio in occasione del quarantaduesimo anniversario del ritrovamento del cadavere di Giangiacomo Feltrinelli,  rispuntino alcune audiocassette provenienti direttamente dal covo brigatista di via Gradoli. Il materiale è stato acquisito dall’ennesima “commissione d’inchiesta sul caso Moro”. Il ritrovamento pone, al solito, qualche mistero circa nastri spariti e voci sovraincise, ma sembra fornirci qualche sicurezza. I brigatisti ascoltavano alcuni classici della musica di protesta sessantottarda (gli Inti Illimani e  Francesco Guccini, ma anche Iannacci e Gaber) e si intrattenevano anche con Fausto Papetti, il re del sassofono vellutato pop-porno, l’uomo che coverizzò la qualunque soffiando dentro il suo strumento allo scopo di comporre colonne sonore da autoradio e da trombata clandestina in 127. Continua a leggere

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Perché al Corrierone in fondo non dispiace Grillo?

La battuta viene dal professor Paolo Becchi, ex “ideologo” da qualche tempo, per motivi che non è dato sapere ai comuni cittadini, fuori dalla grazia dei vertici del Movimento 5 Stelle che miscelano i contenuti sul blog di Beppe Grillo.

becchicorsera

Il tweet si riferisce all’intervista di Emanuele Buzzi a Gianroberto Casaleggio che il Corrierone ha pubblicato il 10 marzo scorso. Il colloquio segue di qualche giorno il dialogo che lo stesso Buzzi ha avuto con Beppe Grillo. Entrambe le interviste rivelano cambi di tattica all’interno della ancora nutrita compagine parlamentare pentastellata. In tutti e due i casi si sceglie una tribuna tradizionale – gli zombie della carta stampata e non il blog di Grillo, in crisi di contatti! – per segnare una nuova fase. Insomma, non c’è bisogno di fare dietrologia da bar o di scadere nel cospirazionismo per notare un curioso gioco di sponda, tra il Corriere della Sera, quotidiano del (fu) “salotto buono” del capitalismo italiano e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Ancora una volta, oltre le letture propagandistiche, entusiaste a priori, liquidatorie o allarmistiche, scopriamo che dietro i fatti del M5S si nascondono snodi fondamentali da leggere con attenzione. Il carrozzone di Grillo&Casaleggio si conferma un potente rilevatore del clima sociale. Si tratta di faccende mediatiche, tuttavia descriviamo uno scenario in cui la comunicazione (da Renzi a Salvini, con il ventennio fondativo di Berlusconi) è decisiva e parliamo di un “Movimento” che ai mass media e alla tattica comunicativa affida tutto. Dunque la cosa merita una qualche riflessione. Continua a leggere

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Il “Va Salvini Pensiero” tra bufale e spamming

salvinitv“La performance stellare di Salvini sta spostando interi punti percentuali di consenso, fidatevi”: questo tweet si riferisce alla puntata di “Ballarò” dello scorso 24 febbraio. Chi esulta per la “performance stellare” del leader della Lega si chiama Luca Morisi. È docente a contratto di “Filosofia informatica “all’università di Verona.

Dunque, l’Italia appare ipnotizzata per l’ennesima volta da un serial leader che saltella – proprio come il protagonista del film pluripremiato agli Oscar, “Birdman” – tra spettacolo e vita. Il capo della Lega 2.0, onnipresente in televisione, incendia di rancore le praterie della società rinsecchite dalla crisi e inaridite dalle politiche di austerity. Opera un gioco di sponda tra Rete e Tv, mettendo a valore la lezione messa in pratica da Beppe Grillo nel corso della trionfale campagna elettorale delle elezioni politiche del 2013. In questo caso, al posto di Gianroberto Casaleggio c’è il quarantunenne Morisi. Grazie al quale i “mi piace” su Facebook sarebbero cresciuti di quasi il 900 per cento in un anno. Continua a leggere

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PodeM5S?

Possiamo davvero guardare alle cose spagnole di queste settimane e leggerle in rapporto al blocco della situazione politica italiana? Le effervescenze sociali che trascinano Podemos in testa ai sondaggi hanno a che fare con l’ opposizione parlamentare autoreferenziale e scenografica di casa nostra che asseconda la delega e svuota la partecipazione reale? La risposta è semplice: sì.
Per afferrare nessi e cogliere diversità bisogna partire, come spesso capita, dai paradossi. Non si tratta di affrontare le differenze tra Podemos (e in parte anche Syriza, anche se quella è un’altra storia) e Movimento 5 Stelle: si tratta piuttosto di prendere le mosse dalle molte e oggettive analogie. Perché le affinità ci sono, evidenti e impossibili da negare.
Tra Podemos e M5S ci sono somiglianze che presuppongono differenze sostanziali. Le elenco rapidamente facendo riferimento soprattutto a due testi utili e consigliati: il reportage politico di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena uscito per Alegre e l’intervista che Luca Cafagna e Tiziano Trobia hanno fatto a Íñigo Errejón per DinamoPress.

 gigliottinaLa doppia crisi. Sia Podemos che il Movimento 5 Stelle traggono forza e argomentazioni dalla fase storica che attraversiamo: ne descrivono tratti salienti, rischi e potenzialità. Si muovono sul crinale delle ambivalenze, spesso (è il caso del grillismo) facendo dell’ambiguità politica e della capacità di essere “sia di destra che di sinistra”, di mettere in un calderone le contraddizioni e di trasformarle in un pappone indistinguibile che contiene tutto e il suo contrario. O meglio, di trasmettere l’immagine che sogna ogni addetto al marketing che consente al consumatore in cerca di soddisfazione di scorgervi proprio ciò che vuole vedere, sottovalutando il resto. Come per il caso spagnolo, molte delle questioni sollevate in Italia dal M5S hanno a che fare, seppure in senso perverso, con gli spazi politici aperti dalla crisi economica e dall’agonia della rappresentanza. Esattamente per questo motivo, per chi scrive la critica serrata al grillismo era ed è soprattutto un modo di porre domande scomode soprattutto a sinistra. Una maniera di porsi il problema dell’organizzazione politica dal basso, senza illusioni facili o collateralismi ma coi piedi ben piantati nello scenario politico italiano. Una mossa per leggere la deriva di quella parte consistente di generazione perduta che drammaticamente e in assenza di speranze, si rifugia sotto l’appeal mediatico del serial leader di turno. Questo sul M5S (e su Podemos), infine, è ancora oggi un discorso necessario a non rinchiudersi nel ghetto, proprio adesso che i partiti rivelano anche al cittadino meno avveduto la loro inconsistenza trasformandosi in gruppi di potere e strutture carismatiche. Un raffronto utile a sintonizzarsi e interloquire, con schiettezza e spirito d’iniziativa, con quel numero ancora consistente di persone che ancora oggi intende votare per Grillo e i suoi. Continua a leggere

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#QuintoTipo sul Venerdì

derbydelbambinomortoIl fantasma di un bambino morto aleggia negli infiniti (e spesso retorici) dibattiti sulla violenza negli stadi. Si tratta, appunto, di uno spettro perché quel bambino, per fortuna non è mai morto davvero. Lo rievocano le pagine de “Il derby del bambino morto”, piccolo classico che porta la firma di Valerio Marchi, sociologo di strada, skinhead antirazzista e libraio romano scomparso nel 2006. Il libro, indagine attualissima sul rapporto tra “violenza e ordine pubblico nel calcio”, prende le mosse dal derby Roma-Lazio del 21 marzo del 2004, partita che non venne mai disputata. Nel corso degli scontri tra ultrà e polizia al di fuori dello stadio circolò la notizia, rivelatasi poi infondata, della morte di un bimbo, che generò la richiesta delle tifoserie per una volta unite di sospendere l’incontro. Attingendo a fonti orali, citando teorie sociologiche e riannodando fatti, Marchi ha avuto la capacità rara di leggere quegli eventi come spia del rapporto tra forze dell’ordine e società. Era passato da poco il G8 di Genova. In seguito, legislazioni d’emergenza e dibattiti infiniti non sarebbero riusciti ad evitare la morte, sempre all’ombra dello Stadio Olimpico ma questa volta tragicamente reale, del tifoso napoletano Ciro Esposito.

diariodizonaIl volume inaugura le uscite di “Quinto Tipo”, nuova collana di Edizioni Alegre diretta da Wu Ming 1, che prende il nome dalle classificazioni ufologiche: “Se cerchi un oggetto volante non identificato, lo avvisti, gli mandi un segnale, ottieni una risposta e si stabilisce un contatto, siamo già nel Quinto tipo”. Lo scrittore “senza nome” membro del collettivo autore di diversi romanzi, da “Q” al recente “L’Armata dei Sonnambuli”, si è messo alla ricerca di storie in grado di “illuminare l’esemplarità di una o più vicende umane”. “La storia della letteratura italiana è in larga parte una storia di non-fiction scritta con tecniche letterarie, o di ibridazione tra fiction e non-fiction – afferma Wu Ming 1 presentando la collana – Molti dei ‘classici’ nostrani non sono romanzi, ma memoriali, trattati, autobiografie, investigazioni storiche, elzeviri impazziti, miscele dei più svariati elementi”. Da Leopardi a Sciascia, passando per Primo Levi, diversi autori oltrepassano i confini dati. Come nel caso dell’altro “oggetto narrativo non identificato” selezionato per “Quinto Tipo”: “Diario di zona” di Luigi “Yamunin” Chiarella, è il racconto di un lavoratore dello spettacolo che sbarca il lunario come operaio addetto alla lettura dei contatori dell’acqua. Dalle case e dai sotterranei di una Torino in declino nel bel mezzo della transizione dal fordismo al post-industriale, scopriamo le inquietudini di un precario che si muove nella grande crisi italiana in una città algida, ferita, attonita, come in perenne attesa.

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica del 9 gennaio 2015: di #QuintoTipo e del romanzo di Yamunin parlerò il 18 gennaio prossimo all’isola pedonale del Pigneto, nell’ambito di questo evento.

Su Dinamo è uscito uno speciale su Valerio Marchi, con alcuni pezzi ormai da anni scomparsi dalla rete. 

 

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Il tramonto d’inverno

13dQualcosa ostacola la visuale, ingombra la prospettiva, impedisce di cogliere i nessi decisivi della cosiddetta “Mafia Capitale” e del sistema di affari, corruzioni e violenze che viene fuori a Roma, con un piede nelle periferie in subbuglio e uno nei palazzi centrali del potere.
Quelli che Leonardo Sciascia avrebbe definito “professionisti dell’antimafia” si sono lanciati sulle ordinanze di custodia cautelari ancora calde. La “mafia” cala sulle vicende romane, solo che rischia di diventare l’ennesima emergenza un campanello d’allarme che ci impedisce di far circolare informazioni, punti di vista, storie. E dunque, saranno le vicende giudiziarie a stabilire se i reati eventualmente commessi dall’ex sindaco postfascista Gianni Alemanno abbiano a che fare con il 416 bis del codice penale, che riguarda appunto le “associazioni di tipo mafioso”.

Al di là delle scorciatoie penali più o meno rassicuranti e senza i richiami retorici all’”onestà” degli speculatori elettorali in agguato, resta è la natura “politica” dei fatti che si dipanano all’ombra del Cupolone e della cupola presieduta da Massimo Carminati. Siamo di fronte a faccende che hanno un significato direttamente legato alle forme dell’esercizio del potere, del governo della città e dei suoi conflitti, per diversi motivi. Continua a leggere

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Violenti, Rosiconi e Mangiatartine

Mauro Biani da Il manifesto
Mauro Biani da Il manifesto

Mentre la mappa del #RenziScappa si compone ogni giorno di nuove contestazioni, di cariche della polizia e di fughe del premier, il Pd festeggia una specie la vittoria alle elezioni regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Dietro l’ossimoro del “plebiscito di minoranza” c’è un segnale inequivocabile di indifferenza (quando non di conflitto aperto) verso l’inefficacia della poltica-spettacolo. L’astensione da record persino nella regione del mito del “buon governo” e della partecipazione civica segna la fine di un’epoca e apre una nuova fase della missione spregiudicata dell’ex concorrente della Ruota della Fortuna.
Inseguito dalle contestazioni, Renzi non scappa dalla scena mediatica, non abbandona il palcoscenico. Tuttavia, è sempre più spesso costretto a rinunciare alla scenografia delle folle plaudenti e del paese pacificato dal Partito della Nazione.

Qui ci interessa osservare come la cosa abbia cominciato a disarticolare un pezzo della comunicazione politica renziana. Matteo Renzi sa che per condurre il gioco della comunicazione, sui media tradizionali e nel web 2.0, bisogna polarizzare, dividere, imporre scelte di campo, tracciare linee di divisione. Non è una tecnica particolarmente innovativa, ne parlai due anni fa ragionando attorno alla macchina propagandistica di Beppe Grillo. Lo ho ripetuto in tutte le salse, “Un Grillo Qualunque”, che in questi giorni compie due anni, non è (solo) un libro sul grillismo. Quel testo usa quel fenomeno di cui tutti conosciamo le coordinate per capire cosa è diventata la democrazia al tempo della crisi della rappresentanza. Mi permetto di citarne uno stralcio.

Il linguista cognitivo George Lakoff ha spiegato che tutti abbiamo bisogno di “categorie concettuali” e metafore per dare un senso al mondo. Queste ci permettono di tradurre i dati grezzi e l’esperienza diretta in una forma che ci appaia familiare e accomodante. Per questo fare comunicazione politica oggi significa pensare meno a “presentare i fatti” e di più a come concatenarli tra loro in modo che producano senso e mantengano significato. Lakoff si spinge a suggerire che queste concatenazioni, i frame, con l’uso ripetuto nel tempo creino dei percorsi neurali, scavando dei canali di costruzione di senso nelle nostre menti. Così, ad esempio, i conservatori utilizzano l’espressione “sgravi fiscali” quando parlano di riduzione delle tasse. Un progressista avrà da obiettare che una riduzione delle tasse comporta meno capacità di spesa pubblica e dunque un taglio ai servizi ai cittadini. Ma tutto ciò passa in secondo piano di fronte alle due parole coniate dai conservatori e spesso accettate anche dai progressisti: quando usiamo la parola “sgravio” diamo per scontato che le tasse siano un peso da ridurre e non, ad esempio, un investimento sul futuro della comunità. “Questo uso del linguaggio è una scienza – scrive Lakoff in “Non pensare all’elefante” – E come tutte le scienze può essere utilizzata a scopi onesti o dannosi. È una scienza che viene insegnata, è una forma di disciplina”. Per questo, racconta il linguista, i repubblicani hanno messo nei loro uffici elettorali un barattolo con il fondo spese per la pizza: chi usa le parole sbagliate è costretto a pagare una multa. Così la gente impara subito a dire “sgravi fiscali” invece che “tasse” o “nascita parziale” invece che “aborto” . Continua a leggere

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I don’t wanna grow up

Questa è la recensione (uscita su Dinamo) del nuovo libro a fumetti di ZeroCalcare: porta avanti una riflessione cominciata con l’autore romano in quest’intervista e introduce un tema – quello del “divenire adulti” in età contemporanea – che parte dall’esperienza di una comunità ma si allarga a questioni più generali (solo per dirne una, negli stessi giorni è uscito sul New York Times Magazine questo lungo articolo sulla fine dell’età adulta nella cultura statunitense).

dimentica-il-mio-nomeSe volessimo fare un dispetto a Zero Calcare, diremmo – come di riffa o di raffa fanno quasi tutti i suoi recensori – che le sue storie sono la voce di una generazione e che questo interpretare e mettere in scena inquietudini, manie e passioni dei suoi coetanei sarebbe il motivo del suo successo. La faccenda va osservata da un altro punto di vista.

Zero Calcare ha qualche anno meno di me. Ha fatto a tempo a partecipare al punto di svolta delle vite di molti di noi che è stato il G8 di Genova. Dopo il 2001, per tutti gli anni zero, l’ho visto a intervalli regolari: veniva nella redazione di Carta a portare i suoi disegni per le copertine. Il giornale poi è fallito ma lui – per tigna, penso – continua a citarlo quando snocciola il suo curriculum al grande pubblico. All’epoca creava soprattutto, cosa che continua a fare, locandine per concerti nei centri sociali. Ciò significa che con Zero (e con molti altri) condivido i codici (sotto)culturali dell’underground prima che quelli politici dei movimenti sociali classici. Questi linguaggi rimandano a forme di vita giovanili, all’adolescenza e alla ribellione generazionale: basti pensare all’eterno teenager che si muove sul filo dei tre accordi dei Ramones e all’hardcore, movimento nato negli Stati Uniti in contrapposizione al reaganismo e sostanzialmente messo in piedi (si tende a dimenticarlo) da minorenni o poco più. D’altronde, pur essendo insopportabile il sintagma giornalistico “giovani-dei-centri-sociali”, è innegabile che dentro gli spazi occupati vivano e facciano politica soprattutto persone che, spesso al di là del dato anagrafico, non si conformano alla rassegnazione tipica della forma di vita che comunemente viene considerata “adulta”. Evidentemente, non si tratta di assumere pose giovanilistiche (alla Renzi, per intenderci) ma di rifiutare forme d’esistenza impacchettate e categorie imposte.

Ecco, “Dimentica il mio nome”, l’ultima produzione di Zero Calcare, pone una questione centrale e tutt’altro che minimalista e superficiale: cosa significa diventare adulti per quelli come lui, per quelli come noi? È davvero possibile? Leggendo le pagine in bianco, nero e arancione di questo fumetto scopriamo che ciò è possibile e necessario. E che per fortuna faticosamente avviene: quando scopriamo che non c’è nessuna “montagna” all’ombra della quale accamparsi; quando si imparano a riconoscere diversi punti di osservazione, anche i più insoliti, senza per questo cedere al relativismo; quando si ha il coraggio e la forza di guardarsi indietro e riconoscere la propria storia senza feticci o omissioni.

La storia avventurosa del ramo francese della famiglia Calcare ha la forza di travalicare il vissuto individuale e di porre questioni direttamente collettive: Zero ragiona attorno all’esigenza del passaggio della conradiana linea d’ombra, senza che questo significhi accettazione dell’esistente. Parla della sua comunità più vicina, quella di chi non ha nessuna intenzione di arrendersi. Tuttavia, viene percepito come vero perché parla anche a molti altri: porsi le domande giuste significa anche condividere passioni, umori e condizioni della “generazione perduta”, secondo la celebre e spietata definizione fornita da Mario ‘No Future’ Monti quando era premier.

Infine, “Dimentica il mio nome” è un punto di arrivo perché elabora in maniera matura, consapevole ed elegante (ove l’eleganza vera sta nell’essere raffinati senza darlo a vedere, senza ostentare nulla) il rapporto con l’immaginario e con le metafore che ci circondano nella scatola cinese di narrazioni che ci portiamo in tasca in uno smartphone o che inseguiamo nelle serie televisive che si accavallano. Quelle narrazioni vengono messe al servizio della “realtà”, atterrano sull’asfalto e rifuggono qualsiasi dimensione virtuale, evasiva o autoreferenziale.

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Renzi e Grillo

Un sondaggio riservato commissionato dal Partito democratico prima delle elezioni europee rivelava un particolare molto interessante: il 60 per cento degli elettori che dichiaravano di votare per il Movimento 5 Stelle il 25 maggio, preferiva però Matteo Renzi a Beppe Grillo come presidente del Consiglio“. (Maria Teresa Meli dal Corriere della Sera del 21 giugno 2014)

Renzi e Grillo si combattono ma sono legati a doppio filo. Non sono ovviamente uguali e sovrapponibili, ma costruiscono gli stessi frame, giocano sullo stesso terreno “né di destra né di sinistra”, sostituiscono la rappresentanza in crisi con la rappresentazione, imbrigliano il dissenso nella lotta alle Caste. Non si capisce Renzi e il suo successo se non si è capito davvero Grillo. Non ci sarebbe stato Renzi se non ci fosse stato prima Grillo.

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Il mondo è in vendita

La pelata di Jeff Bezos risplende alle luci dei riflettori.

bezosforbesÈ il 18 giugno del 2014. Il boss ha convocato operatori di mercato, esperti di mercato e giornalisti specializzati a Seattle per annunciare la nascita dello smartphone targato Amazon. Costerà 199 dollari, con un contratto biennale con la compagnia At&T, che esattamente come l’azienda di Bezos è uno di quei giganti che doveva essere messo in crisi dalla mano invisibile della Rete e invece ha finito per rafforzare il suo monopolio. Lo specchietto per le allodole del FirePhone è un grande classico dell’immaginario tecnoentusiasta: la grafica 3D. Nella pratica quotidiana, il vero mutamento epocale costituito dal dispositivo sta nella mission di Amazon: vendere. A differenza di Google, Facebook, Twitter e in fondo anche di Apple, Bezos è riuscito ad utilizzare la Rete anche per distribuire e spacciare merci tradizionali. A partire dai libri, feticci della nostra soggettività e delle nostre passioni più genuine, Mister Bezos ha selezionato e messo in vetrina ogni tipo di merce. Se vi propongono di acquistare dei poggiapiede a ventosa per fare all’amore più comodamente sotto la doccia, ad esempio, forse nei mesi scorsi avrete letto le cinquanta sfumature degli ultimi best seller erotici. Continua a leggere

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