Alla ricerca della Badolato perduta

L’appuntamento è alle 8 alla stazione ferroviaria di Soverato. Una stazione senza edicola è come una chiesa senza dipinti. In compenso, il bar che affaccia sul primo binario accoglie giocatori incalliti del gratta e vinci, del lotto e del videopoker. Si dice con tono severo che un tizio a Chiaravalle abbia vinto centomila euro spendendone solo due per un gratta-e-vinci. Nei primi anni dell’Ottocento, i viaggiatori protestanti del Nord Europa attribuivano alla credenza nel Purgatorio la passione per l’azzardo dei calabresi: si giocava alle lotterie per vincere i soldi da dare in offerta alla parrocchia e liberare i propri estinti dalla terra di mezzo tra inferno e paradiso.
Il mio compagno di strada oggi è l’attore Manolo Muoio, uno di quelli che hanno il pregio di saper mettere in relazione particolare e universale. Arriva con un pacchettino. Contiene il cornetto del bar delle mie colazioni a Cosenza. Il cornetto crema-e-amarena del bar Dante è come la madeleine della recherche proustiana, che però era un dolce soffice a forma di conchiglia. È un viaggio zuccherino alla ricerca del tempo perduto.
Si va verso Badolato. Per un chilometro circa seguiamo la strada statale 106, trovandoci anche in mezzo alla location felliniana di un piccolo circo con tanto di zebre, giraffe ed elefanti. Poi, alla rotonda di Davoli, pieghiamo a destra verso il mare, anche se prima di raggiungere il lungomare imbocchiamo una strada parallela alla ferrovia. Per qualche chilometro camminiamo in mezzo alle villette di vacanza. Quando dobbiamo essere ormai nel territorio del comune di San Sostene, la strada si fa sterrata ed entriamo in un vecchio latifondo.
Prima però, bisogna guadare una fiumara. Ma siccome la Calabria é invasa dai quad, quelle motorette a quattro ruote che rombano in montagna come in spiaggia, chiediamo ad uno di questi aggeggi di portarci dall’altro lato. Qui comincia una strada in mezzo agli alberi di arance che ci conduce per quattro chilometri. L’aranceto finisce, scavalchiamo la rete metallica, attraversiamo la strada ferrata e ci ritroviamo a buon punto: siamo a Sant’Andrea allo Ionio, di nuovo sulla ss 106. Il mare di Isca, poco più avanti, è il luogo adatto per fare un lungo bagno.
Arriviamo a Badolato marina scavalcando i muraglioni del porto. Il mio ospite riparte salendo a bordo di un convoglio regionale. La stazione di Badolato è a due passi dal bivio che conduce al borgo vecchio, quello che alla fine degli anni Novanta ospitò i kurdi e che oggi ospita le case del mare di intellettuali e artisti, anche se giace per la gran parte abbandondato. “Sapete, voleva comprarlo Berlusconi!”, ci dice serio il gestore di un lido. Eppure, scampato il pericolo che la vecchia Badolato diventasse una villa kitsch con tanto di vulcani finti, anche qui si propone il paradosso dei paesi antichi: la gente ne fugge per poi rimpiangerne fasti e storie, inventando tradizioni quasi per soffocare il senso di colpa e cancellare la rimozione. Anche se in molti raccontanto la storia di quella vecchina che, ormai più di sessant’anni fa, venne invitata a lasciare la sua casa del centro storico, posta sotto una roccia pericolante, disse: “E se invece quella pietra non cade?”.

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