I passeggiatori di Pizzo

Il cammino da Nicastro a Pizzo, finisce al bar di Raffaele, uno dei caffè coi tavolini a piazza della Repubblica. Mentre mi rinfresco con una granita al limone, leggo di manovre economiche lacrime-e-sangue e approfitto di questo punto di osservazione per capire come vanno le cose.
Usando come metro la scacchiera di tavolini e sedie che riempie la piazza, è possibile stilare una statistica delle affluenze turistiche.
“E’ un dramma, quest’anno”, mi dice Giorgio, il ragazzo lungagnone cogli occhiali da sole che fa il butta-dentro, cioè cerca di convincere i passanti a mangiare un tartufo. “Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, c’è un calo di almeno del 40 per cento. Le comitive di tedeschi di solito arrivano al sabato e ripartono al venerdì successivo, quindi oggi è giorno di ricambio”, aggiunge indicando con lo sguardo i turisti teutonici, i cui esemplari maschi sulla quarantina, chissà perché, ricordano immancabilmente le facce dei protagonisti dei film porno degli anni ottanta. “Insomma, devi considerare che noi qui a Pizzo siamo abituati bene – prosegue il barista – ma pensa chi in altre località aveva difficoltà già negli anni precedenti. È un bagno di sangue…”.
A sera, quando il caldo decide una tregua e le strade del paese cominciano a riempirsi di autoctoni. Comincia il rito del passeggio serale, si percorrono le famose “vasche”, si comunica e si cammina – a seconda dell’età e della condizione che si vuole trasmettere al prossimo – strisciando i piedi o saltellando di mattone in mattone. Dall’affaccio sul Capo Vaticano, sotto la torre di Gioacchino Murat, ad esempio, spuntano soprattutto le teste delle coppie.
Nella sua “Storia del camminare”, Rebecca Solnit riconosce questo fenomeno e lo individua dall’altro lato del mondo: nei paesi dell’America centrale. Si chiama “paseo”, da quelle parti, la camminata serale nel circuito del paese scelto come passeggiodromo. Il rito, osserva Solnit, permette un doppio movimento che incrocia la licenza privata e lo spazio pubblico. Il palcoscenico in movimento del “paseo”, infatti, permette a ciascuno di essere sempre sotto l’occhio vigile e spesso falsamente svagato di tutti gli altri. Allo stesso tempo, però, il passeggio consente di incontrare qualcuno, agganciarlo e dialogare con lui in privato. E quindi di ritagliarsi uno spazio di intimità per discorrere, pur subendo un controllo sociale che non gli consente molto di più della chiacchiera. Si cammina, si parla e parlando si accentuano i gesti di approvazione e i segni di dissenso, si manifesta la gioia e si partecipa del dolore, ‘ché tutti devono vedere.
In questo modo, soprattutto nella stagione estiva dei ritorni e degli incontri, nel periodo della messa in scena annuale e del ritrovarsi per toccarsi, è normale prendersi sotto braccio in pubblico e scambiarsi informazioni. Il “paseo” calabro diventa un rito fondamentale, che un turista può comprendere solo fino ad un certo punto. Bisognerebbe avere conoscenze recondite ed inconsapevoli, sovrapposizioni di informazioni ed esperienze che vengono da lontano e arrivano a camminare lungo questi trecento metri di passeggiata paesana, per decifrare i riti silenziosi e i codici di questo fenomeno.
Il testimone salvadoregno che racconta a Rebecca Solnit la sua esperienza in fatto di passeggiate serali e “vasche” latinoamericane, teorizza addirittura una relazione tra questo rito e una sorta di analisi collettiva, uno sfogo reciproco e pubblico: “Quanto più piccola era la città – dice Josè – tanto più il passeggio era importante per preservare la salute mentale delle persone”.

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