L’11 settembre e Jerry Calà

È l’11 settembre del 2001. Ancora sto scrivendo la mia tesi di laurea, copio passi interi o conio teorie senza soluzione di continuità. A volte mi distraggo al primo rumore che arriva dalla strada, altre sono così concentrato da essere costretto camminare in circolo per la stanza per la troppa eccitazione.
Cominciano i miei dieci mesi da obiettore di coscienza. Il comune di Roma mi convoca e mi fa sapere che sono stato assegnato ad una scuola superiore della capitale, a fare da assistente ad un disabile. Quando torno a casa scopro che a New York la Guerra è stata dichiarata ufficialmente, e che cambierà il corso della storia. Di volta in volta, la Guerra viene accompagnata da aggettivi inquietanti: “preventiva”, “globale” e “permanente”, “infinita”. Con quella faccia un po’ così, noi, che abbiamo visto Genova e non abbiamo nessuna intenzione di dimenticarla, ci stupiamo meno di altri.
Il giorno dopo, ci ritroviamo in una stanza io e altri nove sfigati: siamo gli ultimi italiani a dover prestare il proprio lavoro al servizio civile sostitutivo di quello militare. Siamo dieci sbandati, nessuno sa dove andrà a parare, le nostre vite sono allo sbaraglio. E siamo quasi felici di avere almeno un punto di riferimento per i prossimi dieci mesi: almeno una certezza. C’è qualcosa che unisce questo manipolo di studenti attardati e disoccupati in cerca di senso: nessuno ha un amico nelle alte sfere che gli ha permesso di evitare i lavori forzati.
Insieme a noi, tra i più affannati a spiegare che lui ha di meglio da fare, che è quasi vicino alla laurea in giurisprudenza, che mammà e papà gli vogliono tanto bene, c’è anche Ariele. In quei pochi giorni di corso preparatorio, lo ribattezziamo Jerry Calà: è un bambinone peloso, un pischello pingue con il fisico da adulto, le mani piccole e grassottelle, il maglione legato sulle spalle come nei film dei fratelli Vanzina sulle vacanze degli anni sessanta, le scarpe da ginnastica sporche della terra rossa dei campi da tennis e la battuta pronta.
Jerry abita un appartamento di un condominio borghese vicino a villa Pamphili. I genitori stanno al piano di sotto, il quarto, e hanno sistemato per lui un miniappartamento in mansarda: sperano che sia un palliativo, che gli serva a rinviare l’idea di andare via da casa, che ogni tanto ritira fuori. Nella sua mansarda Ariele tiene le sue cose in ordine. Siede alla scrivania pomeriggi interi guardando i libri aperti e ascoltando musiche barocche con assoli di chitarra elettrica interminabili. Virtuosismi inutili, chissà come mai lo fanno sentire meglio.
Sua madre si chiama Maria Luigia, ha 64 anni ed è una professoressa di lettere, in pensione da qualche anno: adesso ha tutto il tempo di dedicarsi a suo figlio. Tanto più che Maddalena, la figlia più grande, si è sposata e si è trasferita a Milano, e non ha bisogno di lei da un pezzo. Maria Luigia sale le scale facendo rumore con le ciabatte ed entra nel rifugio di suo figlio. Gli da un bacio sulla testa e gli chiede
“Come va la tesi?”.
“Bene, mamma, bene – risponde Ariele scostandosi – Ti ho già detto che non c’è problema. Se non fosse per questo dannato anno da obiettore avrei già finito da un pezzo. Con tutti gli amici che ha papà non c’era qualcuno che poteva fare qualcosa?”.
“Stasera mangi con noi?”.
“No, mamma. Esco con i miei amici”.
“Va bene”.
Il padre di Ariele è il “signor Giuseppe”, come lo chiama Esther, la portiera sovrappeso del palazzo, che ogni mattina gli porta la posta. Anche il signor Giuseppe ha insegnato per tanti anni ragioneria negli istituti tecnici, ma da sempre, lo fa ancora oggi che è in pensione, offre consulenze finanziarie e riempie moduli per decine di persone. Per lui è come fare i cruciverba, un passatempo. Ma è grazie a questa attività che la sua famiglia sta bene. Si sente tranquillo, anche se Ariele dovesse avere problemi, dopo la laurea. “Chissà se riusciremo a infilarlo al ministero. Il dottor Viccaro ci ha detto che se il governo non cade prima della Finanziaria…”.
Il signor Giuseppe si infila una vestaglia e legge Il Sole 24 Ore. Aspettando che si faccia ora di cena, si chiede se il gesto di questi terroristi, quelli delle tuintauer, si ripercuoterà anche sulla rendita dei fondi di investimento che ha consigliato a quell’imbecille del dottor Proietti, il chirurgo che sta al secondo piano e che gli chiede suggerimenti a scrocco. “Ce mancherebbe che me devo pure giustifica’ con quel parassita”, pensa.
Ariele scende al piano inferiore, saluta suo padre che gli chiede se ha risolto con l’assicurazione della macchina, lui dalla cucina alza il tono della voce per farsi sentire e gli risponde sì papà tutto apposto nun te preoccupa’, ‘ché quando è nervoso tira fuori l’accento romanesco. Afferra la boccetta di Minias, il sonnifero che prende quando i fantasmi degli esami mai sostenuti e della tesi di laurea mai iniziata lo tengono sveglio, la svuota dentro la bottiglia di Re fosco dal peduncolo rosso che sta sullo scaffale vicino ai fornelli, poi stringe una mano sulla spalla del padre e dice: “Faccio tardi ci vediamo domani”.
“Occhei vai piano”.
“Il sonno è la prova generale della morte”, dice a mezza bocca senza che nessuno lo senta Ariele, mentre mangia una pizza a Trastevere con un gruppo di amici. Poi si va tutti insieme in un locale a Monteverde. Tutti bevono litri di birra, ma Ariele non è mai stato un gran bevitore, perché non riesce a staccare la spina e a lasciarsi andare. Quindi nessuno nota che non tocca un goccio di alcol. “Bisogna rimanere lucidi, adesso”, pensa. I suoi amici gli chiedono del servizio civile e lui dice che a lui gli handicappati gli fanno pure schifo, “pensa se devo reggere in braccio un tronco umano che mi lascia la saliva sul maglione a vu”. Tutti ridono, lui ordina un’altra acqua tonica. Verso l’una e mezza, mentre gli altri stanno per chiedere il bicchiere della staffa, Ariele saluta: “Ci sentiamo”, gli dicono gli altri distrattamente.
Mette in moto, parcheggia dall’altra parte della villa, si avvicina verso casa camminando a testa bassa, entra al quarto piano. Trova suo padre accasciato sul divano, con il riporto spettinato e la televisione ancora accesa. Sua madre è a terra in cucina, sembra un manichino buttato a caso. Ariele ha solo un attimo di esitazione, succede quando vede, nella penombra, la posizione quasi pornografica della madre a terra con le gambe aperte. Rimette a posto le gambe della madre, e tira fuori dal borsello dei sacchi della spazzatura neri, di quelli condominali.
Un sacco dal lato della testa, l’altro dai piedi, e un paio di giri di nastro adesivo. Porta sua madre ai piedi del letto matrimoniale. Poi va da suo padre, lo tira giù dalla poltrona e sfrutta la luce della televisione per imbustarlo. Scopre che ancora respira, quindi spinge forte con i due pollici sulla carotide. Poi mette due buste per lato e rinforza i giri di nastro adesivo marrone. Porta anche il signor Giuseppe in camera da letto. Sembrano due bozzoli neri, la professoressa e il ragioniere che aspettavano la laurea del figlio minore, sognavano di cullare un nipotino e preparavano un viaggio in Egitto a vedere le piramidi. Va di là, spegne Bruno Vespa che in televisione parla di un certo Osama bin Laden, prende due gocce di Minias per dormire e se ne va a letto, al piano di sopra.
La mattina dopo Ariele punta direttamente all’ascensore. Saluta Esther, che gli chiede se il signor Giuseppe è sveglio. Lui risponde che non lo sa, che non è passato da casa dei suoi, ma che pensa di sì. Ma può dare a lui la posta, ‘chè quando torna gliela porta. Esther scatta nella guardiola e gli da qualche busta e un quotidiano economico. Monta in macchina e punta verso il palazzo gigante del dipartimento politiche sociali del comune, dove lo aspetta il terzo giorno di corso preparatorio al maledetto servizio civile. È in anticipo, quindi, prende un latte macchiato al bar. Poi sale all’ottavo piano del palazzone comunale e si dirige verso la stanza delle firme.
“Mi scusi signora – chiede all’impiegata che raccoglie le presenze mentre si fa la manicure – Io ho esigenze di studio, sa mi sto per laureare. Mi serviranno dei permessi per andare a Camerino a dare degli esami. La signora abbandona sbuffando la lima per le unghie e gli porge delle pagine fotocopiate. “Qui c’è tutto quello che devi sapere”.
Ariele si siede sulla panchina di plastica che c’è in corridoio, e comincia a leggere velocemente il “Regolamento del servizio civile sostitutivo di quello militare”. A pagina 3 si ferma, comincia a battere le palpebre e respira profondamente. C’è scritto: “Sono esenti gli orfani di entrambi i genitori”. Lo trovo con i fogli in mano, e mi siedo vicino a lui cercando di rimettere in ordine i giornali che ho spiegazzato in autobus cercando di leggere nello spazio lasciatomi libero dalla ascella di un pensionato obeso e dallo zaino fucsia di una bambina mulatta.
Io, Ariele e gli altri disperati alla ricerca di un appiglio ci sciroppiamo una lezioncina sull’assistenza agli handicappati che viene interrotta da domande terribili eppure legittime. “Che ne so io come si fa se quello c’ha ‘na crisi?”. “Quanti giorni di malattia possiamo prendere?”. “Se faccio tardi perché c’è traffico come fa il mio assistito a entrare in aula?”. “Posso corteggiare le alunne?”. “Il bagno dov’è?”. “Se la scuola si incendia io posso tornarmene a casa?”. “Che, me ne posso anna’ adesso che devo restitui’ a machina a mi’ sorella?”.
Finirò per dieci mesi in un istituto tecnico dell’estrema periferia, leccandomi le ferite in mezzo a insegnanti onesti ma completamente disarmati di fronte a giovani studenti spietati ma completamente spaesati. Imparando a riconoscere gli istinti primordiali di un diciottenne autistico e celebroleso che forse, più ci penso e più me ne convinco, mi salverà la vita.
Ogni giorno di quella settimana propedeutica alle 12, un’ora prima del previsto, il corso preparatorio finisce e tutti siamo liberi di tornare alle nostre vite.
Ariele se ne va per ultimo, rimane a discutere con un ingegnere mancato di quanta poca voglia ha di accompagnare un tronco umano a fare la pipì. Poi riprende la sua Micra bianca, imbocca il Lungotevere e parcheggia quando è appena arrivato all’altezza di piazza Trilussa, a Trastevere. Scende dalla macchina e si dirige verso gli scalini che portano sulla passeggiata che costeggia il fiume. Si mette a seguire le strisce spezzate che segnano le due corsie della pista ciclabile, stando attento a mettere i piedi solo sulla zona nera, come faceva quando era bambino e sua madre lo portava a vedere le gare di canoa.
Ariele passa sotto i ponti, e a ogni ponte guarda con la coda dell’occhio le case di cartone che quei disperati si sono costruiti, cercando riparo sotto gli archi di travertino e cemento. Risale all’altezza di Castel Sant’Angelo, cerca un bar e ordina due tramezzini e una spremuta d’arancia. Fa finta di leggere il giornale, mangia lentamente.
Poi risale il Lungotevere fino alla sua automobile, mette in moto e risale le stradine che portano fino a casa. Prende la posta del padre che Esther gli aveva consegnato quella mattina, e sale direttamente alla sua mansarda. Accende la radio, che è sintonizzata su una stazione che parla della Roma campione d’Italia che deve difendere il primato dalla lobby delle potenze calcistiche settentrionali, si sdraia e si assopisce.
Lo sveglia, circa mezz’ora dopo, il telefono cellulare.
“Ciao Ariele sono Maddalena”.
“Ciao Maddalena oggi sono andato al maledetto corso di quel maledetto servizio civile quindi mi stavo riposando”.
“Sto cercando mamma e papà da stamattina ma non rispondono al telefono, sai dove sono andati?”.
“No, non li vedo da ieri sera”.
“La tesi come va?”
“Bene…”
“Hai visto che casino?”.
“Dove?”.
“Gli islamici, la storia degli aerei”.
“Senti Maddalena, se scopro che fine hanno fatto ti faccio chiamare”.
“Occhei”.

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