Un libro del 2013

La rivista Reset mi ha chiesto di scegliere un libro particolarmente significativo uscito nel 2013. Ho scelto “La Figlia” di Clara Usón (edito da Sellerio), per i motivi che seguono qui sotto. Si tratta di un discorso che in un certo senso prosegue i ragionamenti attorno alla letteratura non-fiction.

Ana Mladić coi suoi genitori
Ana Mladić coi suoi genitori

Il 2013 è stato l’anno dell’austera inconcludenza delle larghe intese di Monti e Letta. Alle quali si sono affiancati, in maniera speculare e disperante, i fenomeni – altrettanto inconcludenti – di Grillo e dei Forconi, che hanno agito d’intesa con l’istinto di autoconservazione di un’Italia che continua a sperare che tutto cambi senza che nulla muti per davvero.

L’anno che sta per cominciare, tra elezioni europee e sommovimenti di crisi, potrebbe segnare un altro fenomeno esiziale: l’affermazione dei nostalgici delle sovranità nazionali. In questa temperie in Europa si scrivono libri preziosi. Spesso si tratta di oggetti narrativi non identificati: romanzi non-fiction, inchieste narrate, saggi che incedono prendendo la forma viva del reportage. Tra gli altri segnalo qui “La Figlia”, nel quale la scrittrice catalana Clara Usón ricostruisce la vita realmente vissuta di Ana Mladić, secondogenita del criminale di guerra dei balcani Ratko, morta suicida nel 1994 in mezzo alla macelleria etnica di Bosnia. La storia e il decesso della giovane donna serba diventano un punto di vista sorprendente per ripercorrere l’avvento dell’orrore neo-nazionalista nella ex Jugoslavia.

Usón riesce a farci rivivere il lento e inesorabile cammino tracciato da santoni new age in cerca di visibilità, politici di secondo piano a caccia del potere e soldati frustrati affamati di gloria: accarezzando gli istinti più retrivi di un popolo impaurito riuscirono a far scivolare un paese nell’ossessione dei confini e nella difesa del sacro suolo. L’incedere sobrio e appassionante de“La Figlia” è tutt’altro che rassicurante e non fornisce risposte sbrigative. Sono allergici alla barbarie molti amici di Ana, giovani di Belgrado la cui forma di vita è incompatibile col razzismo e con la guerra. Ma dalle pagine del libro si evince che i simboli non sono eterni. Al contrario, essi sono in tensione col mondo circostante. Ecco dunque che la Resistenza serba al nazismo viene dolorosamente pervertita fino a trasformare le gesta eroiche dei partigiani nel mito reazionario della purezza cetnica, portato avanti da bifolchi consumati dal rancore e da truppe d’assalto para-mafiose.

In questo libro la ricorrente figura del padre (allegoria politica, metafora psicanalitica, espediente narrativo) si rovescia nel suicidio della figlia. Non abbiatene paura: è davvero utile affacciarsi alla finestra di questo radicale cambio di prospettiva.

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