I don’t wanna grow up

Questa è la recensione (uscita su Dinamo) del nuovo libro a fumetti di ZeroCalcare: porta avanti una riflessione cominciata con l’autore romano in quest’intervista e introduce un tema – quello del “divenire adulti” in età contemporanea – che parte dall’esperienza di una comunità ma si allarga a questioni più generali (solo per dirne una, negli stessi giorni è uscito sul New York Times Magazine questo lungo articolo sulla fine dell’età adulta nella cultura statunitense).

dimentica-il-mio-nomeSe volessimo fare un dispetto a Zero Calcare, diremmo – come di riffa o di raffa fanno quasi tutti i suoi recensori – che le sue storie sono la voce di una generazione e che questo interpretare e mettere in scena inquietudini, manie e passioni dei suoi coetanei sarebbe il motivo del suo successo. La faccenda va osservata da un altro punto di vista.

Zero Calcare ha qualche anno meno di me. Ha fatto a tempo a partecipare al punto di svolta delle vite di molti di noi che è stato il G8 di Genova. Dopo il 2001, per tutti gli anni zero, l’ho visto a intervalli regolari: veniva nella redazione di Carta a portare i suoi disegni per le copertine. Il giornale poi è fallito ma lui – per tigna, penso – continua a citarlo quando snocciola il suo curriculum al grande pubblico. All’epoca creava soprattutto, cosa che continua a fare, locandine per concerti nei centri sociali. Ciò significa che con Zero (e con molti altri) condivido i codici (sotto)culturali dell’underground prima che quelli politici dei movimenti sociali classici. Questi linguaggi rimandano a forme di vita giovanili, all’adolescenza e alla ribellione generazionale: basti pensare all’eterno teenager che si muove sul filo dei tre accordi dei Ramones e all’hardcore, movimento nato negli Stati Uniti in contrapposizione al reaganismo e sostanzialmente messo in piedi (si tende a dimenticarlo) da minorenni o poco più. D’altronde, pur essendo insopportabile il sintagma giornalistico “giovani-dei-centri-sociali”, è innegabile che dentro gli spazi occupati vivano e facciano politica soprattutto persone che, spesso al di là del dato anagrafico, non si conformano alla rassegnazione tipica della forma di vita che comunemente viene considerata “adulta”. Evidentemente, non si tratta di assumere pose giovanilistiche (alla Renzi, per intenderci) ma di rifiutare forme d’esistenza impacchettate e categorie imposte.

Ecco, “Dimentica il mio nome”, l’ultima produzione di Zero Calcare, pone una questione centrale e tutt’altro che minimalista e superficiale: cosa significa diventare adulti per quelli come lui, per quelli come noi? È davvero possibile? Leggendo le pagine in bianco, nero e arancione di questo fumetto scopriamo che ciò è possibile e necessario. E che per fortuna faticosamente avviene: quando scopriamo che non c’è nessuna “montagna” all’ombra della quale accamparsi; quando si imparano a riconoscere diversi punti di osservazione, anche i più insoliti, senza per questo cedere al relativismo; quando si ha il coraggio e la forza di guardarsi indietro e riconoscere la propria storia senza feticci o omissioni.

La storia avventurosa del ramo francese della famiglia Calcare ha la forza di travalicare il vissuto individuale e di porre questioni direttamente collettive: Zero ragiona attorno all’esigenza del passaggio della conradiana linea d’ombra, senza che questo significhi accettazione dell’esistente. Parla della sua comunità più vicina, quella di chi non ha nessuna intenzione di arrendersi. Tuttavia, viene percepito come vero perché parla anche a molti altri: porsi le domande giuste significa anche condividere passioni, umori e condizioni della “generazione perduta”, secondo la celebre e spietata definizione fornita da Mario ‘No Future’ Monti quando era premier.

Infine, “Dimentica il mio nome” è un punto di arrivo perché elabora in maniera matura, consapevole ed elegante (ove l’eleganza vera sta nell’essere raffinati senza darlo a vedere, senza ostentare nulla) il rapporto con l’immaginario e con le metafore che ci circondano nella scatola cinese di narrazioni che ci portiamo in tasca in uno smartphone o che inseguiamo nelle serie televisive che si accavallano. Quelle narrazioni vengono messe al servizio della “realtà”, atterrano sull’asfalto e rifuggono qualsiasi dimensione virtuale, evasiva o autoreferenziale.

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